Future Sex, Emily Witt

“Part of the modern ideology of love is to assume that love and sex always go together…. And probably the greatest problem of for human beings is that they just don’t.” Susan Sontag

Alle donne la società ha imposto il mito di Cenerentola: sesso e amore devono andare a braccetto. Ma sa se l’opzione ‘amore’ non è nel menù? Esiste un senso più profondo dell’esperienza sessuale o il suo scopo è funzionale all’innamoramento e alla procreazione? Si possono riscrivere le regole del comportamento sessuale, interiorizzate da secoli di tradizione? Sono queste le domande provocatorie, e legittime, che riemergono come un fiume carsico e attraversano tutti i capitoli di questa inchiesta (Emily Witt è laureata alla Brown University in giornalismo investigativo), appena uscita per la collana ‘Tabook’ di Minimum Fax, nella traduzione di Claudia Durastanti.

L’occasione per iniziare la ricerca è la fine di una storia. Di nuovo sola, a New York, sulla soglia dei trenta, l’autrice sente di aver mancato un traguardo sociale importante e decide di partire per San Francisco. È la prima decade degli anni 2000. E la Bay Area porta dentro di sé sia la promessa utopica di un cambiamento, sia l’eredità della Summer of Love. Se non in California dove altro può esistere un modo di realizzare i propri desideri sessuali, a prescindere dalla relazione monogamica?

La porta d’accesso alle vecchie questioni del sesso sono le nuove tecnologie: il mondo dei siti e delle app d’incontro, le chat erotiche, il porno in rete. Esplorando le nuove possibilità di connessione e di orgasmo, l’autrice assume un punto di osservazione defilato: si colloca dentro la storia ma si preoccupa soprattutto di lasciarci vedere il film. In un secondo momento offre la propria esperienza personale, in toni dimessi, quasi non volesse suscitare desiderio o invidia. Una strategia di scrittura pragmatica e realistica: è il superamento di ciascuna di queste esperienze a creare il ritmo del libro.

E tuttavia, anche se il piano è quello di dare la visione d’insieme, il punto di partenza e il punto di arrivo dell’indagine sono sempre il sé, il personale. Se la parità di genere si dà nel momento in cui femmine e maschi (e transessuali, lesbiche e gay) hanno le stesse opportunità di sperimentare, per Emily Witt il problema delle donne come lei è separare il proprio desiderio dalle aspettative, dalle regole tradizionali interiorizzate con l’educazione:

“le donne decise a mostrarsi aperte verso il sesso spesso si ritrovano in una posizione di conflitto rispetto ai propri sentimenti: quando cercano di non affezionarsi troppo a qualcuno, quando facevano finta di godere di qualcosa che le feriva o le infastidiva, o quando definivano che cosa era sexy in base alle immagini in circolazione, piuttosto che in base a quello che volevano”.

Perché, dunque, si chiede l’autrice nel mezzo di una seduta di tantra yoga, ascoltare la bussola della propria fica e chiedere esattamente ciò che desidera risulta tanto difficile?

Il maschile ha sempre potuto contare sul porno, un linguaggio visivo patriarcale, volto a separare i sentimenti dal piacere: grazie ad esso, la fantasia di possedere la donna nel modo desiderato trova una sua realizzazione ‘legale’. Al maschio è concesso di dire ‘voglio questo, voglio quello’ senza innamorarsi, senza temere di essere oggetto di una stigmatizzazione: è una forma di libertà, non senza conseguenze, piuttosto grottesca se si vuole, ma ha il vantaggio di formulare una richiesta precisa e ottenere una risposta diretta.

Trovandosi ad essere l’oggetto di questo linguaggio, il femminile si confronta quanto meno con problema interpretativo: mi devo riconoscere in un oggetto? Devo accettare come normale la componente violenta, per esempio la messa in scena dello stupro, fondamentale in molti categorie di Youporn? Cosa diranno di me gli altri se si viene a sapere quali sono i miei gusti? Su questo tema lo stesso femminismo si è storicamente diviso in due correnti: una si concentra sull’abuso e quindi stigmatizza il porno (e in fondo nega alle starlets e alle donne che ne fanno uso, il libero arbitrio). La seconda intravede nella partecipazione una possibilità di contestare le regole, di cambiare ruolo, di passare da oggetto a soggetto:

“Non so perché, ma conoscere il porno bene quanto un uomo malizioso diminuisce il suo raggio d’azione. Invadi il suo tempio, il suo fortino. Hai provato quello che prova lui, ma lo ha fatto a tuo modo”.

È questa l’ottica con cui l’autrice partecipa alle riprese di Public Disgrace, una tipologia di spettacolo porno prodotta da Kink.com, una casa filmografica condotta da donne e femministe. In ogni episodio di Public Disgrace viene inscenata, a beneficio del pubblico, l’umiliazione sessuale di una starlet che, tuttavia, ha il potere di stabilire le regole prima dell’incontro. La scelta personale di chiedere soldi in cambio di una prestazione sessuale e la possibilità di stabilire le regole sono la chiave di lettura della situazione. In questo senso la protagonista smette di essere una vittima e, simbolicamente, si gode l’esperienza:

“Ma c’è voluto il femminismo per spiegare che imbavagliare, sculacciare e sbeffeggiare le donne nel porno era una pratica di odio nei loro confronti, e ci è voluto il femminismo per mettere in evidenza questo tabù. Non si poteva fare un porno sulle suore senza cattolicesimo. Non si poteva fare una ripresa di Public Disgrace senza il femminismo”.

Anche se quest’esperienza non fa per tutte è chiaro che esserci quando le regole vengono stabilite è un diritto.

Stabilire nuove regole e, se necessario, modificare le tradizionali. Si può? L’occasione arriva grazie all’incontro con un gruppo di poliamoristi di San Francisco. In tal senso la geografia è destino: si tratta di tre persone che lavorano per Google. Appartengono alla classe abbiente. Ragionano per opzioni informatiche. E siamo in California, un luogo dove il sogno può rivoluzionare la realtà. Dunque, tre persone vogliono una relazione speciale, concordano sul fatto che sesso e amore non vanno necessariamente a braccetto, e ci provano, fabbricano altre regole: scopare e amarsi in (più di) tre, cercare di soddisfare tre bisogni, senza bloccare le possibilità di nessuno. Utilizzano un sistema ingegneristico: qualsiasi nuova opzione sessuale va esplicitata e spiegata agli altri, così come i sentimenti legati ad essa, in modo di restare in equilibrio. Dovrebbe funzionare. Si tratta di un momento storico, infatti, in cui tutti a San Francisco sembrano favorevoli al poliamore. Invece il capitolo ci fa immedesimare nel terzo incomodo, la parte meno amata, portandoci a osservare che coppia e singolo persistono, quasi fossero dei moduli naturali.

La ricerca di un luogo dove un lessico del sesso e un’architettura delle relazioni non tradizionali possano accadere, pervade tutto il libro ma sboccia come questione utopica, politica ed economica al Burning Man, in Nevada. É il momento della cultura americana in cui trionfa il carnevale, riflette Emily Witt, mentre si aggira tra carri furistici e tendoni  alla Mad Max, e riconosce CEO di aziende tecnologiche miliardarie, venuti appositamente per vivere una dimensione alternativa in cui droga, sesso libero e gentilezza tra le persone sono obbligatorie. Eppure, questo sogno a pagamento, quanti se lo possono permettere?

Le conclusioni sono ambigue: da una parte la tecnologia ha dato a tutti più libertà, dall’altro non ci ha ancora spiegato cosa farne. Forse, nel modo tipico della disruptive economy, ha semplicemente trasformato il mercato del sesso rendendolo ancora di più prodotto di classe: chi è più ricco, ha più opzioni di scelta. Il sesso futuro, nonostante l’high-tech, deve forse ancora arrivare. Eppure c’è un valore, un orgoglio femminile giustissimo nell’intraprendere un cammino di scoperta e sperimentazione: la possibilità, dopo, anche se non si è raggiunta l’illuminazione, di guardare dritti negli occhi i maschi e dire, Siamo pari.

Lettura consigliata a chi ha letto e apprezzato: La zoccola etica, Dossie Easton e Janet Hardy; Pornotopia, Beatriz Preciado; Le parole che provocano, Judith Butler; Candore, Mario Desiati; Storia della sessualità, Michel Focault; La donna d’altri, Gay Talese.

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