Scrivere o cogliere l’attimo?

Alla visita di leva sono stato invitato a farmi una chiacchierata con lo psicologo. Durante il test psico-attitudinale, c’era gente che gareggiava a dare risposte pazze, per farsi riformare. A me è bastato essere sincero. Lo psicologo, scorrendo il mio test, mi ha lanciato qualche occhiata da dietro la penna biro. Se la portava alla bocca, come per mettere insieme i pezzi di un puzzle. A diciotto anni ero un belloccio, alto e con un bel viso. Non fosse stato per la faccia da funerale si sarebbe detto che io ero un fortunato. Seduto di fronte a lui, invece, sulla punta della sedia, mani e ginocchia giunte, avevo questioni pesanti da buttare sul tavolo. La domanda, posando la Bic sulla scrivania, me l’ha fatta lui: «Ma qual è il tuo problema?».

Da dove cominciare? Avevo già letto gli autori italiani, greci, latini e inglesi che si leggono a scuola. E avevo già imboccato la mia strada meno battuta, lastricata di tascabili economici edizioni mille lire della Newton (Dio riservi all’inventore dei tascabili economici un posto di prestigio nel Grande Autobus dell’Aldilà). I fiori del male, di Charles Baudelaire; Una stagione all’inferno, di Arthur Rimbaud; Foglie d’erba, di Walt Whitman. Ciucciati come ghiaccioli in spiaggia. E TS. Eliot, Dylan Thomas, Emily Dickinson, Fernando Pessoa. E tutte le pubblicazioni settimanali dei classici della poesia Mondadori in edicola. E ancora: Poesia, la rivista letteraria di Crocetti editore. E chi altro? Non pareva mai abbastanza.

Mi ero arruolato nell’esercito dei poeti dopo aver visto Robin Williams nell’Attimo Fuggente. Non importa se per lunga parte del film non potevo smettere di pensare all’alieno con salopette e maglia a righe della sitcom Mork e Mindy, di cui per anni avevo seguito le avventure su Italia 1. Oltre ai panni di professore universitario, mi convincevano la sua faccia, tutta pieghe e passione, e le sue parole: “O vergine, cogli l’attimo che fugge”.

Forse questi versi sono un luogo comune della poesia. Mettetevi nei panni di un ragazzino, però. Ricordatevi di quando le avete ascoltato voi per la prima volta, quelle parole: non suonavano arcane, profetiche, urgenti? Soprattutto la seconda: vergine. “Cogli la rosa quand’è il momento”. Il momento lo sentivamo sfrigolare attorno a noi ma più tentavamo di afferrarlo più ci sfuggiva; non è questa la promessa che ci faceva la poesia?

Dio buono, io ero sempre in ritardo. E non soltanto perché ogni mattina, per arrivare a scuola, dovevo prendevo l’autobus in una località in culo ai lupi nel mezzo di una vallata tra Verona e Vicenza, e poi a San Bonifacio, il treno: Caldiero, San Martino Buon Albergo, San Michele Extra, Verona Porta Vescovo, Porta Nuova e poi via Massalongo. Dopo ore di tragitto arrivavo a scuola già stanco, alle dieci di mattina la testa mi ciondolava sul banco e dovevo darmi dei pugni in testa per stare sveglio. I migliori sonnellini della mia vita li ho fatti alla terza ora (che per la mia classe era spesso l’ora di una delle tre Erinni: matematica, fisica, chimica).

Più che geografica, però, la mia era una distanza emotiva. Senza motorino, pochi soldi, confinato tra la mia camera e la cucina di casa dove c’era la tv, non ero mai in pari con le esperienze dei miei coetanei. Non tifavo Hellas. Non giocavo a calcio. Umberto Bossi mi ispirava istintivo ribrezzo e il Duce, fresco della lettura di Primo Levi, mi provocava un brivido sinistro lungo la schiena; perciò, in corriera non potevo sedermi sugli ultimi sedili con gli squadroni dei teppisti e cantare insulti all’autista o prendermela con i terroni. A ricreazione non sapevo partecipare alle conversazioni e alle feste di classe mi vergognavo a ballare. Non suonavo uno strumento. Morivo dalla voglia di far parte di qualcosa e finivo per passare la serata con le spalle al muro a guardare gli altri che si baciavano e si toccavano, e a detestarmi perché non  ero capace.

Io, quello che ero capace di fare, era scrivere poesie. Brutte, per il momento. Ma, continuando ad allenarmi, mi pareva, avrei un giorno scritto poesie grandiose. Poesie che avrebbero folgorato chiunque avesse aperto le pagine del mio libro di poesie. Era solo questione di essere pazienti. Ma, nel frattempo, dove sei, Walt Whitman?, mi chiedevo facendo zapping sui canali locali, la notte, quando andavano in onda le pubblicità delle chat erotiche. Dove sono la bellezza, la passione, il romanticismo?

Stare da solo non mi dispiaceva. A volte bruciavo scuola solo per il piacere di vagabondare per la città e mettermi sul tavolino di una caffè a scrivere o a leggere: “Solo l’amare conta, solo il conoscere, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. Il pianto della scavatrice, di Pasolini, l’ho aperto per la prima volta una mattina di queste. In negozio di libri usati, sullo scaffale ammuffito della poesia, ho trovato Le Ceneri di Gramsci, un volumetto verde scuro, Garzanti, versione economica. Sono versi che parlano di Trastevere ma non facevo fatica a leggerci la mia esperienza alle scuole superiori:

“Stupenda e misera città, che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini, le piccole cose in cui la grandezza della vita in pace si scopre, come andare duri e pronti nella ressa delle strade, rivolgersi a un altro uomo senza tremare, non vergognarsi…”

Mescolarsi alla bolgia quotidiana, dunque. Sì, ma come? Co-me-si-fa-pra-ti-ca-men-te? Io non sapevo andare duro e pronto nella ressa. Sapevo soltanto struggermi, sapevo soltanto rimanere me stesso. Duro, noioso, solo. Sapevo scrivere poesie brutte e vegliare solitario, prigioniero del mio carcere interiore.

A dare voce a questo scollamento tra me e il mondo è stato, per un malinteso, Eugenio Montale. Nel mio pomeriggiare pallido e assorto, svaccato sul divano, tra un toast e una puntata di Bayside School, ho letto Tutte le poesie (edizione Oscar Grandi classici Mondadori, già alla decima ristampa nel 1997), e sono stato folgorato dalla verità dei suoi versi: “andando nel sole che abbaglia/ sentire con triste meraviglia/ com’è tutta la vita e il suo travaglio/ in questo seguitare una muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
”.
Mia madre, passando l’aspirapolvere, ogni tanto pescava dal pavimento un Ossi di seppia, un Fiori del male, Una stagione all’inferno, una Terra desolata, Una sola solitudine, abbandonati vicino a un piatto sporco di marmellata e, un’occhiata alla copertina, «Ma sei sicuro di capirli, questi libri?».
Io glieli strappavo dalle mani. Montale aveva tra i suoi fan la Cultura Ufficiale: gli insegnanti, Giulio Ferroni nel suo Profilo storico della letteratura italiana, la redazione di Poesia, tutte le mie fonti mi confermavano che era un pezzo grosso.
«Ma io non dico che non siano dei pezzi grossi», spegneva l’aspirapolvere e, piena di dignità, lei che non era andata oltre la quinta elementare, si metteva un pugno sul fianco: «Dico che solo che i libri difficili non sempre si capiscono bene».

Alla luce dei fatti, io avevo capito male. L’incomunicabilità di cui parla Montale era lo strascico emotivo della prima guerra mondiale. Scaturiva dalla consapevolezza che i miti della scienza e del progresso sono una montatura (“codesto solo possiamo dirti oggi/ciò che non siamo/ciò che non vogliamo”) perché non erano riusciti a prevenire il primo grande tentativo di suicidio del mondo. La tristezza di Eugenio Montale era una posa, sapeva di Leopardi, TS Eliot e Baudelaire, ma era anche un atteggiamento fieramente opposto agli squilli di tromba del D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti. Io, nel 1997, con una tendenza all’eclettismo pop, dono del liceo classico, tendevo a ricondurre l’incomunicabilità cosmica di Montale a quella tra me e le ragazze.

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Il 1997 è stato l’anno di Titanic ed è stato proprio il buon Leo a offrirmi l’occasione per cambiare le cose. Con quella faccia da ragazzino, Leonardo di Caprio nel 1995 aveva recitato la parte di Arthur Rimbaud in Poeti dall’inferno di Agnieska Holland. E indovinate, quando il film è uscito in allegato a una rivista, quale piccolo nerd letterario ha sgraffignato i soldi a mamma e papà ed è corso in edicola?

Nel frattempo, anche per me, si erano aperte le porte di un club: la compagnia delle canne. In piedi, nel corridoio dell’autobus, ho conosciuto Beps. Beps mi ha fatto conoscere Nic. Nic mi ha presentato la sua compagna di classe Giada. E Giada era fissata con Leonardo di Caprio. Quando ha saputo che io avevo la videocassetta di Poeti dall’Inferno ha voluto che gliela prestassi. Chi era Verlaine? Chi era Rimbaud? Tombola! Chiedere a me se conoscevo i poeti maledetti era come chiedere al vescovo se conosceva Gesù. Avevamo un argomento di conversazione.

La palla buona per fare tre passi e andare a canestro infine m’era arrivata: e io ho preso l’occasione al balzo e me la sono giocata meglio che potevo. L’ho portata al Florida, la salagiochi di piazza Bra, a giocare a Point Blank, un tiro al bersaglio della Namco. Quanto mi piaceva insegnarle a sparare alle papere, agli scheletri, dimostrando quanto valevo? Quanto mi ha fatto bene imparare i testi delle canzoni dei Take That e il balletto di Rock your body dei Backstreet Boys? Che figata smettere di essere me per un po’! Dimenticare che ero un orso e odiavo i centri commerciali e le discoteche.

Come aveva promesso Pasolini, dimenticandomi di me stesso, il mondo mi ha abbracciato e coperto di doni: la domenica pomeriggio, al Berfi’s, una discoteca. Una cosa semplice. Dopo un tira e molla di sguardi, che sarebbe potuto durare in eterno se Giada non mi avesse preso per il colletto, ho sentito la sua cosa umida in bocca: sapore di tabacco e Coca Cola, mentre la voce di Alexia dalle casse strillava: “Uh la la là, I love you babe” e Montale scuoteva la testa nella mia testa. Gli occhi di lei, un attimo dopo: «Facile. Visto?»

Qualche giorno dopo ha insistito perché andassimo a vedere Titanic (per lei era la seconda, o la terza volta). Giada ha guardato il film tutta spostata dalla sua parte e io, non riuscendo a capire se era una sfida o voleva proprio guardare il film, mi sono ritirato dalla mia. Leonardo di Caprio, m’è capitato di osservare mangiando pop corn, era proprio bello e bravo. Poi siamo andati da McDonald. Seduti in una delle salette, lei pareva svogliata. Ha preso uno dei libri che mi portavo sempre dietro, I fiori del male, nell’edizione BUR. L’ha sfogliato. L’ha messo giù. Succhiato un po’ la Sprite dalla cannuccia. Poi guardando l’illustrazione, due ragazze nude su un letto, si è accesa come una lampadina: «Lo sai? Io sono una donna sensuale. Molto sensuale».

Lo sguardo di Giada: serissimo e sincero. Gli occhi come carboncini sotto la frangia, il vitino stretto nei jeans. Il colletto di pelo del Woolrich, stesso colore dei suoi capelli lisci. Il maglioncino a collo lungo, era per me bella come la bionda Kelly di Beverly Hills, una stella della tv, qualcosa di inarrivabile. Se solo avessi saputo come fare, Giada io l’avrei abbracciata all’istante. Amare Giada. Era la cosa giusta, lo sapevo. Lo desideravo con tutto me stesso. Ma come fare? Seduti in un McDonald, con le macchie di ketch-up su un vassoio e il ghiaccio che si scioglieva nella Sprite, la guardavo negli occhi, e ci vedevo Leo, e mi ricordavo chi ero: io-non-sono-capace.

A diciassette anni poche cose mi terrorizzavano come l’idea scoprirmi. Avevo paura della nudità: della mia soprattutto. O, niente metafore, letterale letterale: avevo paura di farmi vedere dalle ragazze. Cosa sarebbe stato di me, se Giada guardandomi avesse riso? Rivedendomi nello specchio dei suoi occhi, temevo di scoprire che non ero capace di far godere una donna. E come avrei potuto sopravvivere, allora? Nelle parole, invece, questo pericolo non c’era. Il sogno diventava realtà e la realtà non uccideva il sogno. Anche se mi ripetevo come un mantra l’incipit del Pianto della Scavatrice, il mio mondo era dentro il taccuino che mi portavo sempre appresso. Preferivo sognare Giada anziché conoscerla, scrivere d’amore, anziché farlo, perché, nel sogno non si può fallire: tu le dici amami e lei ti ama; lei ti dice amami e tu la ami.

Nella realtà non accadeva così. Finita la Sprite, Giada si era alzata dal tavolo; stavamo uscendo. Non le avevo fatto una carezza, non avevo detto qualcosa di carino. Stavo forse pensando a cosa avrei scritto dopo, una volta che questo momento fosse passato, seduto a un tavolo, allineando parole su una riga, riassaporando il momento. Mi ha mollato il giorno dopo, a ricreazione. I suoi genitori erano divorziati e, se aveva un vantaggio su di me, era quello di sapere già che le cose possono accadere da un momento all’altro e finire altrettanto velocemente. Di ragazzi che la volevano ne aveva tanti: una chance me l’aveva offerta, ma non aveva tempo di aspettare proprio me.

Con un sospiro, forse persino di sollievo, ho colto l’occasione per darmi ragione: l’incomunicabilità di cui parla Montale in Dora Markus o La casa dei doganieri è la vetta più alta a cui la riflessione filosofica dell’Occidente sia giunta.

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Perciò, quando alla visita militare lo psicologo mi ha chiesto qual era il mio problema, io, con un sospiro, ho concluso: «Dottore, ho il male di vivere».

Lo psicologo ha riso, credendo che scherzassi. Quando si è accorto che ero serissimo, mi ha fatto raccontare. Ha annuito per tutto il tempo, come se avessi ragione, come se fosse dalla mia parte, poi, grattandosi il naso col cappuccio della penna: «Forse, prima di scrivere un capolavoro, dovresti darti tempo. Fare esperienza, o no? Un viaggio… Un’altra ragazza…».

«Rimbaud ha rivoluzionato la poesia francese a diciannove anni» ho detto con un filo di voce «Ha avuto tempo, lui, di fare esperienza?».

«Rambo?», ha fatto una pausa per scribacchiare qualcosa sui suoi fogli. Quando ha alzato gli occhi, aveva un sorriso teso sul volto. Si è allargato il nodo della cravatta sotto il maglioncino verde della divisa: «Non ti vengono mai in mente, ehm, pensieri strani… come di morte?».

Mi sono lasciato andare sullo schienale. Speravo che almeno lo psicologo potesse aiutarmi rispondendo alle mie domande; invece la visita del militare era una vera perdita di tempo. Avrei potuto rispondere citando le parole di sdegno che Leopardi ha per l’idea del suicidio, ma non valeva la pena, era meglio finire il prima possibile quella farsa, perciò, ho detto: «Glielo posso giurare».

Un lungo corridoio, simile a quelli degli ospedali. In fila con i compagni di leva, un centinaio di maschi in fila, appoggiati contro il muro, sparavano battute per vincere la noia. Oppure, già vinti, stavano con le spalle al muro a guardare il niente e ad aspettare il proprio turno. Per la visita finale, quella in cui viene deciso se il tuo corpo è buono per servire la patria, ci era stato detto di stare pronti a toglierci i vestiti e di attendere. Al mio turno, sono stato accolto da un soldato con metro e stetoscopio in mano. Aveva accenti e modi da toscano. Il baffetto mefistofelico avrebbe dovuto mettermi in guardia: «Oh tu guarda il bell’omino che abbiamo qui. Lo si manda alla guerra, nevvero?»

Dietro una scrivania un ufficiale sanitario compilava scartoffie. Aveva un faccia giallastra, appuntita, da talpa. Alle spiritosaggini del soldato, non alzava neanche il naso: «Tenente, per favore, già la giornata non è delle migliori…». Sul tavolo ho riconosciuto la cartella dello psicologo. Ero in canottiera e mutande.

«Avanti, togliersi le mutande»

«Le… mutande?»

Avrei preferito scaricare sacchi di cemento o ricevere una raffica di verbi greci da tradurre in una verifica a sorpresa piuttosto che farmi vedere nudo. Ma lo Stato non chiede, ordina. Mi sono tolto le mutande e sono rimasto dritto in piedi. Eccomi lì, senza poesia. Il sesso, che consideravo così privato da non volerlo mostrare nemmeno alle ragazze, ora dondolava, roseo, alla mercé dello stato. Il soldato ha misurato l’altezza. Mi ha fatto salire sulla bilancia. Quindi ha auscultato il battito cardiaco con lo stetoscopio. Bombe mi esplodevano nel petto. Sentivo che la minaccia era devastante e tutte le mie paure erano all’erta come dei cani che hanno sentito un rumore: e se ce l’avevo piccolo? O troppo sottile? O storto? Una volta che lo Stato avesse certificato la cosa, come avrei mai potuto pensare di me diversamente? Il soldato comunicava i dati all’ufficiale che, intanto, compilava la scheda. Al termine delle operazioni ha emesso la sentenza: «Abile».
Ho tirato un sospiro di sollievo.

«Rivedibile» l’ha corretto l’ufficiale. Il soldato, si è voltato, incredulo: «Ma sell’è sano come un pesce?!».

«Sospetta tendenza alla depressione», l’ufficiale ha inforcato gli occhiali e dalla cartella e con i suoi occhi piccolissimi schiacciati in cima alle guance ha letto pari pari le mie parole, «’Dottore, ho il male di vivere’».

Poi se li è tolti, per rivolgersi a me: «Si vada a far curare questo suo male e mi porti il certificato. L’anno prossimo la riformo»

Non sapevo se essere contento o dispiaciuto. Il soldato, intanto, scuoteva la testa con lo stesso disgusto che avrebbe riservato a un disertore: «O bell’ometto, lo sai di cosa ciavresti bisogno tu?»

«Cosa? Cosa?» quando qualcuno voleva svelarmi il mio enigma, drizzavo le orecchie. Lui ha preso il righello dal taschino della camicia e, con un ghigno incorniciato dai baffi, mi ha fatto dondolare le palle: «Di scopare».

C’è mancato poco che venissero giù i muri per le risate. Io sono arrossito. Dio buono, mi avevano preso per un matto. Ecco dove mi aveva portato la poesia! Così matto che neanche l’esercito mi voleva.

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In qualche modo ho reagito: ho preso la patente proprio in quel periodo, per esempio. Be’, lo sapete anche voi, non importa se sotto il culo hai una Panda rossa, un Booster o una gondola, per te è comunque la migliore delle navicelle spaziali, perché ti rende un essere umano libero di spostarti a tuo piacimento. E poi cercavo di mettermi sotto, a studiare per gli esami di maturità, avevo un paio di tre e un quattro (matematica, fisica e chimica) da recuperare. Mi sono dedicato con successo alla compagnia delle canne. Mi sono mollato un po’.

Per giorni, in corridoio, le amiche di Giada, quando mi vedevano passare, si mettevano a ridere. Una moretta, in particolare. Sveglia, pratica, veloce. A ricreazione fumava incrociando le caviglie e sorreggendosi il gomito con una mano. Quando mi vedeva, mi stuzzicava: «Ue, bella gioia, quante poesie hai scritto oggi?».
Una volta, dell’umore adatto a scrivere spleen parigini del Diciottesimo secolo, le ho risposto: «Ma perché non ti fai i cazzi tuoi?».

«Uuuh, quanto siamo permalosi».

Guance in fiamme e tiravo dritto. In cuor mio continuavo a coltivare il mio vizietto. Come altri miei coetanei, prigionieri di carceri simili, ora che avevo una macchina, facevo chilometri per raggiungere le edicole ai confini della città, in cerca del surrogato di un’esperienza che disperavo di poter cogliere a breve. Indossavo la mia espressione più sfacciata. Entravo con aria furtiva e occhio lubrìco, perlustravo gli scaffali, prendendo in mano con aria indecisa ora Triple X ora Private solo per riporli al loro posto. Sfogliavo, sfogliavo e, quando avevo raccolto il coraggio necessario, mi facevo avanti con l’edicolante: «Ce l’avete… Poesia, di Crocetti Editore?».

Sbuffava, alzava gli occhi al cielo. Poesia è una pubblicazione rara, di cui la maggior parte delle edicole sono sfornite, e, anche quelle grandi, non ce l’hanno tutti i mesi.

Adesso, immagino che anche in voi, come nell’edicolante, come in me stesso, ci sia un soldato con baffetto mefistofelico a cui prudono le mani dalla voglia di assestare a quel ragazzino petulante e irragionevole la Grande Sberla Cosmica, il Ceffone Che Ti Fa Barcollare Ma Ti Guarisce Da Ogni Male. Magari, prenderlo per il bavero, sbattergli la testa contro il muro, basta sognare, cristo santo, guarda in faccia la realtà!

Ma, hei. “Il sogno è l’infinita ombra del vero e spesso è più reale del reale”. Cito Patrizia Valduga di cui, proprio quel mese, Crocetti editore pubblicava in anteprima le Cento quartine e altre storie d’amore. Lei riusciva a prendermi dal verso giusto. Le sue liriche esplicite riuscivano a riallacciare i fili esattamente dove si erano tranciati con Giada. Partiva piano, con lo zuccherino, come con i cavalli: “voglio il tuo vomere nella mia terra, fiorire ancora traboccando”, e poi ci andava giù pesante, ma non nella maniera autoreferenziale e grottesca delle riviste porno, bensì servendosi del porno per cercare di interpretare i miei desideri: “Non muoverti. Sta’ ferma. Ho detto; ferma!/ Che senta la tua fica fino in fondo/ Bocciolo mio, ti innaffierò di sperma/ Finché avrà fine il tempo e fine il mondo”. Ecco dove ero io, ecco il sogno che ribolliva e doveva trovare il canale per comunicarsi alla realtà.

La poetessa mi stavo offrendo un modo per vedermi con gli occhi delle ragazze. Forse era fiction, era, Gesù, ancora una volta poesia (alla cui lettura, qualche volta, in forma di tributo, mi sono dedicato con una mano sola). Ma era l’esperienza di una donna che, cercando di indovinare i miei desideri, mi stava dicendo come ero, come potevo essere, come entrare in relazione con lei. Da Anaïs Nin a Bridget Jones, passando per Erica Jong e Miranda July, fino a Virginia Woolf e oltre: per tutta la vita le parole mi avrebbero permesso di entrare a contatto con l’esperienza di donne molto diverse da me, anche distaccandomi dall’immediato presente che non mi era favorevole. Il sogno e la fantasticheria sono la fucina del futuro.

A me questo sembra il dono più grande di tutti. Il tenente della visita militare poteva continuare a ringhiarmi quanto voleva nell’orecchio del ricordo che un maschio deve essere sempre sull’attenti perché ogni lasciata è persa. Sono sicuro che in nessun modo, forzando la situazione, avrei potuto amare Giada più di come ho fatto. E l’ho amata molto, se pensiamo al peso emotivo di questa non-storia: il primo bacio, un gentile dono di Giada. Cosa avrei potuto volere di più, tutto in una volta? In nessun caso adeguarmi a un modello maschile che non mi appartiene mi avrebbe aiutato a ottenere ciò di cui avevo bisogno: essere accolto, amato, desiderato, aspettato.

Al momento non ero in grado di offrirle ciò di cui aveva bisogno lei: qualcuno che come Leo le facesse sentire il profumo del mare mentre stavano in piedi sulla prua di un transantlantico. Il nostro attimo era già stato colto, questo sfiorarsi per errore in discoteca era la storia; non c’era motivo di essere angosciati, tutto quello che doveva accadere, era accaduto. E questo l’ho imparato riflettendo sui miei sentimenti e leggendo le parole delle donne. Poteva anche essere una droga, una pornografia, un paradiso artificiale, ma la poesia era anche la mia forma di libertà dall’ansia di scopare che maschi e femmine si sentono bruciare nel cuore come la Grande Missione affidata loro dalla Società ma che, a ben guardare, è solo pressione introiettata e obbedienza cieca alla Natura darwiniana. E quando mai la poesia ha promesso questo? L’amore, il Grande Maithuna, è un’altra cosa.

«Insomma, non me ne vuoi far leggere neanche una»

A scuola la brunetta non mi dava tregua. Mi trattenevo dal risponderle male. Ve le ricordate le superiori, la pressione sociale? Un passo falso e si correva il rischio di essere sbranati: adoravamo vedere gli altri cadere, così potevamo sentirci più bravi. Mi tenevo alla larga; poi visto che insisteva: «No, non ne ho scritte oggi. Non ne scrivo più».

Lei scoppiava a ridere: «Seee, non ci credo».

Io ero ancora in fase montaliana: incomunicabilità, vanitas vanitatum et omnia vanitas, ma per un attimo ho avuto il dubbio che il suo sarcasmo fosse una forma goffa di interessamento. Erano molte le donne che descrivevano di goffi tentativi di parlare agli uomini. Dovevo sembrarle facile, abbordabile. Una volta gliel’ho sparata lì: «Se vieni a farti un giro, te ne leggo una».

Due pomeriggi dopo, a volante della Panda rossa ma fiero come se guidassi una limousine, sono passato a prenderla e l’ho portata alle Torricelle, una collina da dove si può ammirare l’intera città. Gambe a penzoloni dal muretto, le spire brillanti del fiume in fondo ai piedi. Per tutto il pomeriggio abbiamo fatto il gioco di masticare una gomma e passarcela baciandoci e, nel dubbio, non ho mai parlato di poesia. Era quasi estate e indossavo dei pantaloni senza tasche. A volte mi distraevo perché avevo infilato il mio quadernino tra l’elastico delle mutande e il girovita dei pantaloni, in caso intendesse sul serio sentire una delle mie poesie; mi faceva prurito. Lei aveva un profumo di lenzuola lavate di fresco e chiaro in mente cosa voleva dalla vita: iscriversi a legge, diventare un grande avvocato, sposarsi, fare figli, ed era pochissimo disponibile a perdere tempo o terreno nella gara sociale con le amiche. Non mi capirà mai, pensavo. Quando s’è fatta l’ora, siamo andati verso la macchina. È stato, infatti, un gigantesco malinteso.

«C’è una cosa che volevo farti vedere».

Io ho fatto per togliermi il taccuino dai pantaloni e lei, con un sorriso largo da qui al lago di Como, si è tolta il chewing gum dalla bocca: «O che carino. Vuoi farmi vedere la sorpresa?».

Il quadernino è caduto sul tappetino, faccia in giù, mentre io spalancavo gli occhi, risucchiato, catapultato in un mondo sconosciuto: Oh, è questa la volgare realtà? Dio buono, quella ragazza aveva saputo capirmi meglio di come mi capivo io, senza leggere una sola delle mie poesie.

***

Questo pezzo fa parte di una collana di piccoli saggi  incentrati sul modo in cui le parole hanno educato i miei sentimenti. Forse potrebbe interessarti anche leggere:

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