Posso guardare?

Ho preso in mano il nuovo romanzo di Mario Desiati per il titolo, Candore, mica per la copertina, cosa credete? No, dai. L’ho preso in mano anche per quella, ovviamente. Ironia della sorte, dopo aver scorso un paio di pagine, mi è sembrato che coincidesse con un percorso letterario che sto seguendo (l’educazione sentimentale) di cui Candore si è rivelato una tappa interessante.

A Martino Bux, terrone e albanese, piace così tanto il porno che nelle ragazze in carne ed ossa ricerca le eroine dei suoi film e, come Don Chisciotte, scambia la fiction per realtà. Quando si innamora di Fabiana, la sua prima ragazza, lo fa perché:

“era identica a Flick Shagwell, un’attrice porno di seconda fascia, viso ovale, lunghe gambe che si congiungevano al prodigio del ventre, andatura un po’ instabile sui tacchi che indossava nei filmetti dove non era mai la protagonista”.

Se al secolo di Cervantes confondere la realtà con la finzione poteva sembrare ridicolo, oggi è l’acqua in cui nuotiamo. Per dirla con Susan Sontag “ora le fotografie, non il mondo, sono il nostro modello di bellezza”. Non solo un modello di bellezza ma anche di realtà. Attraverso le immagini i desideri prendono forma e diventano azioni.

Distratto dalle sue ossessioni, Martino Bux si allontana progressivamente dalla vita normale, ‘vera’: abbandona l’università, perde Fabiana, frequenta gli strip club, trova lavoro nei sexy shop, perde ogni persona con cui riesce a intrecciare una relazione, si occupa con lavoretti precari che sceglie per avere il tempo di fare ciò che lo fa stare bene: guardare le ragazze del porno.

In Candore, questo continuo passaggio dalla realtà alla finzione, diventa un meccanismo letterario eccezionale, degno di Infinite Jest. Gli esempi da citare sarebbero molti; ne porto uno su tutti: per una combinazione di casi, una notte, Martino si ritrova con una ragazza vera e disponibile, su un materasso in un parchetto, da qualche parte a Roma. Lei è una turista americana in vena di Vacanze Romane e lui potrebbe provarci -lei se l’aspetta- ma non lo fa:

“Avrei voluto amarla come l’ultima donna del pianeta, eppure sul punto di baciarla mi fermai. Perché rovinare quel momento?”

Il momento, ce lo racconta così:

“cercai di respirare al suo stesso ritmo, annusai il fiato che emetteva dal naso, pensai che era buono: aveva l’odore di un infuso di fiori campestri. Riconobbi la camomilla, il trifoglio, la malva e pensai che dovevano profumare così le mie eroine, come Maria Ozawa, obbligate da un rigido protocollo contrattuale a sudare in mezzo a mille corpi sconosciuti dopo essersi depilate, truccate, ripulite le viscere con un enteroclisma”.

L’occasione dunque arriva; come agisce Martino? Sul più bello una similitudine distoglie i pensieri dalla ragazza vera e li conduce a una ragazza che ha visto in un video. La fiction, il libresco, la narrazione posticcia, il porno, si mescolano alla realtà e diventano reali: esiste qualcosa che racconti meglio i nostri tempi? Martino è uno spettatore, non agisce, guarda. Guardare, per lui, è il momento autentico, e non lo vuole rovinare. La lingua inglese possiede una parola meravigliosa per indicare le persone che alle feste stanno fuori dal cerchio e guardano gli altri divertirsi senza partecipare: ‘wallflower’, fiore sul muro. I fuori sul muro sono gli adolescenti timidi, che non sanno cogliere l’esperienza. Come uno di loro Martino sembra convinto che ci sia una forma di superiorità del guardare senza gettarsi nella mischia, quasi un’anti-morale. Una purezza. Un candore, appunto.

D’altro canto, anche nei momenti più comici, un senso di acuta sofferenza esistenziale scorre sotterraneo per tutto il racconto. Quando il personaggio tocca il fondo, la consapevolezza di mancare continuamente l’occasione esplode in superficie:

“Una volta che ero uscito dal 609 malconcio scrissi un messaggio identico a tutte le ragazze che avevo amato, un messaggio che sott’intendeva una richiesta di aiuto: “Perché?” Addirittura lo mandai a Cinzia. Speravo che almeno una di loro mi rispondesse, anche se temevo che la mia preghiera cadesse nel vuoto. A casa mi ero steso a croce sul letto ina attesa che la lucina del telefono illuminasse la stanza. Nessuno dei miei amori non corrisposti diede seguito al messaggio. A rispondermi fu proprio Cinzia: “Perché cosa?”.
Pensavo alla faccia che aveva dovuto fare leggendo quel messaggio idiota. Si era svegliata da poco oppure lo aveva letto prima di coricarsi, con la pelle umida di struccante dopo una notte di sorrisi al 609? Mi dilettai immaginando con la vestaglia svolazzante e una tazza di latte in mano, l’ultimo sguardo al telefono prima di chiuderlo.
Perché cosa? – mi chiese quando più tardi la chiamai
Perché non usciamo assieme?”

Accettando di guardarsi nello specchio di Cinzia, Martino Bux svela un tabù delle paure maschili, il timore del rifiuto, la paura, cioè, di essere indegno di amore, che è poi un modo inconsapevole di non volersi bene, di non stimarsi:

“Martino, Martino, sei proprio gentile, ma quando tu eri alle elementari io fondavo il mio primo club di scambisti e cosa non trascurabile… non mi piaci, anche se mi stai simpatico.”

Ecco dove il sogno, l’illusione, la fiction vengono a salvarci la vita, lo ricorda Sancho a Don Chisciotte sul capezzale di morte. E allora si può essere certi che il kitsch, il posticcio, la fiction dei sexyshop e negli strip club, non abbiano salvato quella di Martino Bux?

La bellezza di Candore, di Mario Desiati, non sta soltanto nel dare finalmente all’Italia un romanzo riuscito sulla dipendenza dal sesso, ma anche nel rivoltare in maniera paradossale un tragico cliché.

Ne consiglio la lettura a chi riesce a sostenere libri come Infinite Jest, di David Foster Wallace; La Più Lucente Corona di Angeli in Cielo, di Rick Moody; Tutto Bruciato, Tutto Devastato di Wells Towers; ma anche Anais Nin, Henry Miller e Miranda July.

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