Perché le amicizie finiscono?

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Su una bancarella di libri usati, Tempi Migliori, di John Dos Passos, mi faceva l’occhiolino.

Di John Dos Passos mi aveva parlato Giulio Mozzi, scrittore, editor e talent scount per alcune tra le più importanti case editrici italiane. Durante un laboratorio di scrittura in una casa sulle colline, Giulio Mozzi aveva elogiato la tecnica compositiva del suo capolavoro, Manhattan Transfer, un labirinto letterario fatto di articoli di giornale, pubblicità, lettere. Dos Passos non poteva che essere uno scrittore importante.

E poi la casa editrice: Sugarco. Ci lavorava lo zio di Matteo T. che, all’epoca delle mie scorribande milanesi, ospitava me e qualche altro amico nel suo bilocale. Oltre a un sacco di preziosi tesori della filosofia e della letteratura, la sua libreria straripava di edizioni Sugarco: William Borroughs, Wilhelm Reich, Jack Kerouac, Jack London, Gary Snyder. Ci passavo le giornate a sfogliarli.

Perciò alla vista di Tempi Migliori, lì sulla bancarella, col prezzo ancora in lire, ho capito che un altro pezzetto della mia educazione letteraria mi stava cercando, e non dovevo farmelo sfuggire: perfino l’odore di carta vecchia mi ricordava casa! Ho allungato la mano e messo mano al portafoglio.

John Dos Passos fece parte di quella cricca di scrittori americani, la Lost Generation, che tra gli anni ’15 e ’40 volle imbarcarsi per l’Europa e vedere la guerra con i loro occhi. Si arruolavano come crocerossini, soldati, reporter, bohemien, perdigiorno. Best Times è una cronaca di quei bei tempi. Passò da Parigi, Madrid, Napoli e Bassano del Grappa. Conobbe Francis Scott Fitzgerald e la sua amata Zelda, Gertrude Stein, Sherwood Anderson, Hart Crane, Picasso, Machado. Per lungo tempo fu compagno di avventure di Hemingway che descrive così, a Key West, su un panfilo, durante una battuta di pesca con un fucile mitragliatore:

“Fu allora che Ernest portò fuori il suo fucile e cominciò a sparare. Il cielo si inargentava. Già si sentiva l’ardore del sole oltre l’orizzonte. Tirò a una cassetta di fagioli che galleggiava a metà strada, verso la riva. Lanciammo altre cassette. Tirò anche a pezzi di carta che i cubani gettarono sopra dei legni, dalle loro imbarcazioni. Sparò a parecchie rondini marine. Sparò anche a un palo sulla riva. Sparava a tutto ciò che gli si indicava. Sparava seduto, in piedi, sdraiato sul ventre. Sparava dietro, e col fucile tra le gambe. Per quanto ne riuscivamo a vedere, non mancò un colpo”.

Lui, Dos Passos, era persona diversa. Meno ingombrante di Hemingway: un osservatore. Le qualità di osservatore permisero a Dos Passos di intervistare, discutere, riflettere su tante questioni del suo tempo. Dalla critica letteraria alla lotta politica: partendo da posizioni anarchiche, attraversò la rivoluzione russa, la guerra civile in Spagna, per approdare nei suoi ultimi anni al mcarthismo. L’amico geniale, però, quello tra i due che riuscì a fare della propria vita un’opera d’arte e a ottenere la fama anche fuori dal mondo delle lettere fu Hemingway.

Storie della Lost Generation, storie per una generazione ormai perduta: quella di mio nonno. Ma queste storie sono anche un tassello indispensabile per l’educazione letteraria contemporanea?  Io in guerra non ci sono mai andato e quando Tempi Migliori mi è capitato tra le mani i problemi della mia generazione erano altri (gli stessi di oggi, per altro). Ingiustizia sociale e lavoro, ne parlavano scrittori come Michela Murgia, con Il mondo deve sapere, e Roberto Saviano, con Gomorra.

Avrei fatto meglio a scegliere altri libri per riempire la mia biblioteca? Be’.  Le storie non offrono soluzioni letterali: sono come specchi,  creano risposte diverse a seconda di chi guarda. Mio nonno è stato trascinato in Albania e in Russia e, visto che era riuscito a cavarsela e volevano mandarlo in Africa, ha pensato  di disertare. Non si è mai comprato un libro di Hemingway. Probabilmente l’avrebbe considerato un coglione a caccia di guai. Per me invece la Lost Generation era in qualche modo il mio presente, il mio momento. Hemingway, Fitzgerald & co. nei laboratori di scrittura sono esaltati per la loro semplicità ed efficacia; il loro stile è uno standard e le loro storie sono un repertorio conosciuto da tutti. Va da sé che per parlare con gli editor e gli scrittori, Hem, Fizt e Carver li devi conoscere.

C’è dell’altro ed è materia più sottile. A me questo memoir ha dato una risposta semplice a una questione complessa contro cui andavo a sbattere di continuo. Non lavorando nell’editoria e abitando ai confini dell’impero, la vita letteraria per me si svolgeva nei laboratori di scrittura: qui a Verona aiutavo gli amici ad organizzarli. I circoli letterari sono comunità di  scrittori e tra scrittori spesso si litiga; io ero uno di quelli che litigava molto: quanto più mi importava dell’opinione di uno scrittore, tanto più cercavo di conquistarne la sua stima, tanto più furiosamente ci litigavo.

Ne ricordo uno in particolare. Oggi è ormai uno scrittore affermato, di talento, con molti libri pubblicati per case editrici importanti; al tempo era uno scrittore esordiente. Un esordiente bravo, col fuoco negli occhi e la brutta abitudine di essere categorico. Come tutti, io avvertivo il suo fascino: mi bevevo senza pensarci ogni sua parola e ogni suo gesto; imploravo in ogni modo un cenno di conferma. Le sue parole si imprimevano nella mia memoria come un sigillo sulla cera calda. E a ogni suo giudizio, a ogni sua sparata, finivo per attaccare briga. Era una continua gara a chi pisciava più in là (lui). Ci litigavo. Poi, non appena smontava la rabbia, mi rendevo conto di essere in torto e porgevo le mie scuse. Ma, ahimé, a volte era tardi, lo specchio si era rotto. Mi sono lasciato alle spalle molte persone in questo modo e un numero indefinito di volte mi sono trovato a chiedermi perché? Perché mi comporto come uno stronzo? Perché le amicizie finiscono?

Hem e John furono grandi amici, si legge in Tempi Migliori. Avevano memorie condivise a Parigi, a Madrid, a Milano. Ma poco alla volta, le loro vite si scostarono. Ebbero diverbi proprio sulla rivoluzione in Spagna di cui, secondo Dos Passos, Hem non capì molto. E, soprattutto, non furono d’accordo sul valore da dare alla fama letteraria (che Dos Passos ebbe in misura meno generosa). Fino al punto di rottura totale. Che avvenne così:

 “Katy e io arrivammo a Key West un bel giorno e trovammo che qualche imbecille di scultore aveva fatto un busto di Ernest. Un calco di gesso stava nel bel mezzo della sala d’entrata. Era un busto orribile. Sembrava di sapone. Non riuscimmo a trattenerci dal ridere. Non potevamo immaginare che Ernest invece l’aveva preso sul serio. Durante quell’inverno io avevo preso l’abitudine di mettere, quando entravo, il mio cappotto di panama sulla testa del busto. Ernest un giorno mi sorprese. Mi lanciò un’occhiataccia e lo tolse dalla testa del busto. Fu imbronciato per tutto il giorno. Nessuno di noi ne fece parola. Ma dopo questo episodio le cose fra noi non andarono più allo stesso modo di prima”.

Le amicizie finiscono, tanto nella fiction, quanto nella realtà, perché abbiamo bisogno di demitizzare il nostro amico/la nostra amica geniale. E ne abbiamo bisogno perché per vivere bene, per essere liberi, bisogna essere capaci di restare al centro della propria vita.

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Questo pezzo fa parte di una collana di piccoli saggi  incentrati sul modo in cui le parole hanno educato i miei sentimenti. Forse potrebbe interessarti anche leggere:

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