Non una ragazza facile

L’ avrei saputo solo più tardi, ma adesso mi pare di aver immaginato un nome così appena l’ho vista: Heather. Una biondona con occhiali a mosca, nasino a punta con piercing diamantato, tutina aderente con elastico rimboccato in vita, in tinta con il fiocco delle scarpe a ciabatta: rosa. Heather è scesa da un taxi alle due del pomeriggio, sulla soglia del Green Tortoise Hostel, in Broadway str, a San Francisco. Cinque valigie e una bottiglia di pinot grigio in mano. E, ah sì, l’ombelico in mostra, il pancino snello e tutto il resto. Non tentava nemmeno di aiutarsi da sé, si guardava attorno, come fosse certa che le valigie avrebbero fatto le scale da sole.

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Giacomo e io eravamo alla reception per rinnovare l’affitto della stanza. La tiravamo per le lunghe; San Francisco invita i turisti a prendersela comoda. Facevamo conversazione con la ragazza dai capelli rossi dietro il bancone. Appena abbiamo visto Heather… ci siamo offerti? No, no, direi che abbiamo proprio insistito per aiutarla. Lei, sorrisetto ironico, s’è messa ad ancheggiare su per le scale e noi dietro, a sbuffare sotto il peso del bagaglio, cinque pesanti valigioni, il che non hanno impedito a Giacomo di strizzarmi l’occhio e darmi di gomito. Heather ha posato la bottiglia sul bancone e nel gesto di aprire il portafoglio tutto il contenuto si è rovesciato per terra; ci siamo tuffati in tre per raccogliere banconote, documenti, carta di credito.

«Scusami» ha detto Heather consegnando alla ragazza dai capelli rossi una patente rilasciata a Miami: «È che oggi mi dovevo sposare». E alzando la bottiglia in segno di brindisi è scoppiata a ridere.

La ragazza dai capelli rossi ha storto il naso: sopracciglio inarcato, ha esaminato il documento per quasi un minuto. Alla fine ha dato alla nuova arrivata una stanza: una delle poche singole ancora disponibili in ostello, poco meno di cinquanta dollari al giorno. Heather ha pagato in contanti e, quando s’è girata per raccogliere il bagaglio, Giacomo aveva già le valigie in groppa. L’ho visto scomparire sulle scale.

Nella sala comune, dove altri viaggiatori facevano colazione con pancake, cereali e succo d’arancia, mi son seduto a un tavolo vuoto. Sfogliavo la guida, deciso a concentrarmi sull’itinerario per la giornata, Haight-Ashbury, Castro, Valencia St., The Mission, i nomi delle località mi ballavano davanti agli occhi e si rifiutavano di entrare nella mia testa che, era più forte di me, come l’ago di una bussola la mia attenzione continuava a puntare al nasino di Heather. Lei è comparsa nella sala comune dieci minuti dopo, inseguita da Giacomo che, credendo di essersi meritato una possibilità, faceva il simpatico. Heather s’è girata di scatto: «Cazzo vuoi da me?»

Giacomo c’è rimasto di sasso. Sparpagliati tra il biliardo e i tavolini del salotto i maschi l’hanno seguita con lo sguardo mentre, incredibilmente, posava la bottiglia di fronte al sottoscritto. Ho alzato gli occhi dal giornale.

«Ubriacati con me»

Mi sono versato un bicchiere di vino, ma non ho bevuto. Non ho detto niente. Non sono precisamente uno che ci sa fare con le ragazze. Cerco di lasciare che le cose accadano, se devono accadere, senza forzare. Mi veniva da chiedere, Heather cosa vuole una come te da uno come me? Alle mie spalle s’è fatto avanti un inglese di venticinque anni, un belloccio che stava compiendo il giro del mondo in moto, e in attesa di un visto per la Cina, leggeva Paul Theraux e in cambio di un letto faceva le pulizie in ostello.

«Non mi presenti la tua amica?»

«Presentati da solo» ho detto io e lui: «Hei sono…»

«Fottiti» Heather s’è alzata ed è uscita dalla porta laterale della sala comune, quella che dava sul marciapiede a scalini e costeggiava una strada in salita. Ha scroccato una sigaretta all’elettricista che, braccia conserte, prima di offrire l’ha squadrata da testa a piedi.

«Che volgare» l’inglese ha storto la bocca «Deve essere una puttana».

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Un paio di minuti dopo, Heather è tornata al tavolo dove sedevo io. Si è seduta, ha poggiati tutt’eddue i gomiti e s’è coperta la faccia con le mani. Si sforzava incredibilmente di piangere.

«Sono così stupida, così stupida» s’è messa a dire «Sono stupida. Stupida e ubriaca».

«Non hai idea di quante volte ho detto la stessa cosa» ho detto facendo per alzarmi, ma lei m’ha trattenuto per un braccio «Non hai finito il tuo vino».

«Troppo presto per bere».

E lei: «Fallo per me. Oggi dovevo sposarmi».

«Con chi?»

«Uno stronzo».

«Ok» ho detto e mi sono liberato. Mi sono diretto verso le scale, per sedermi con in mezzo al gruppo degli altri maschi. Heather mi ha raggiunto e m’ha preso sottobraccio: «Da adesso tu sei fico, perché ho deciso di venire con te».

Una carezza ad altezza del collo, una scossa lungo la spina dorsale, un tocco magnetico. Stai calmo, ho pensato, non lasciarti andare. Volevo andarmene, mettermi in salvo e, allo stesso tempo rimanere, volevo che mi accarezzasse di nuovo. Giacomo, che ci aveva seguiti, s’è unito a noi. Sulla soglia dell’ostello, di fronte a Broadway, Heather si è seduta accanto a me. Mi ha chiesto una sigaretta, ho allungato il pacchetto e lei ne ha prese quattro. Una se l’è infilata in bocca: «Posso scoparti?»

Devo aver fatto una faccia tale che ha precisato: «…la sigaretta, non te… è un solo un modo di dire».

«Chiaro» ho detto lasciando che avvicinasse la punta della sua sigaretta alla brace della mia. Ha aspirato una boccata di fumo. Oltre a Giacomo si sono seduti vicino a noi l’inglese belloccio e un tizio di Boston. Dieci minuti prima ci aveva proposto di accodarci alla bevuta collettiva organizzata dall’ostello per quella sera. Giacomo, quando era salito in camera di Heather per portarle le valigie, aveva lasciato la porta aperta. Il tipo di Boston con la scusa di aiutare si era infilato dentro. Si è seduto vicino a noi e ha avanzato l’accendino, finendo di accendere la sigaretta di Heather. Anche lui come me e Giacomo sorrideva imbambolato: «Sei da sola?»

«Vaffanculo» ha risposto Heather «con te non ci parlo».

S’è morso un labbro. Giacomo ne ha approfittato per tentare un approccio ragionevole: «Scusami per prima… io non so cosa ho fatto… io volevo solo».

Heather ha aperto il portafoglio ha buttato una banconota per terra: «Ti do cento dollari se mi fai uno spogliarello»

«Quelli lì sono cinque dollari» ho detto io e lei: «Tu non sei americano e non sai un cazzo».

Poi, accennando al negozio di DVD per adulti di fronte all’ostello, s’è rivolta a Giacomo «Vieni? Ci compriamo un film porno e ce lo guardiamo?»

Lui ha avuto un attimo di esitazione di cui ha approfittato il belloccio inglese: «Quanti anni hai?»

«Ventitrè» ha detto lei e lui «Di dove sei?»

E lei, alzando gli occhi al cielo come se fosse scontato: «Miami, e di dove potrei essere se no?»

«Qualcuno lo sa che sei qui?» s’è intromesso il tipo di Boston e Heather: «Non ho intenzione di dirlo a nessuno…»

Ho cercato di mettere a fuoco la sua strada. Partendo da Miami, fino a San Fran. Una fuga da casa? Un matrimonio mancato? Una prostituta, come diceva l’inglese? Si spiegava l’accenno allo spogliarello. Forse aveva ragione l’inglese. Questo usare il sesso sapeva di consuetidine con gli streep club. In verità, ho concluso, non si può sapere. Intanto é sopraggiunto l’elettricista, e quando l’ha visto arrivare, Heather è scattata in piedi: «Vuoi vedere i miei tatuaggi?»

Senza dargli il tempo di rispondere si è girata di spalle, ha abbassato i pantaloni della tuta fino a mostrare il solco del sedere: sulla guancia sinistra, un coniglietto di playboy. I presenti, occhi accesi, fiato trattenuto. I pantaloni sono ritornati su e Heather ha preso a saltellare sul posto, al suono di una canzone che poteva sentire solo lei. E poi, be’, poi se n’è andata. Proprio così. Ha salutato tutti e s’è messa a correre verso sinistra, in direzione dell’Embarcadero, ai piedi della collina, con il Bay Bridge e Sausalito all’orizzonte. Una cometa, una scintilla. Il gruppo si è disperso tra i mugugni. Io e Giacomo ci siamo guardati: «Andiamo a fare un giro?»

Lui ha annuito. Ci siamo avviati anche noi giù per la collina.

«Ma non andiamo mica dietro a quella là» ho detto e lui «No, chiaro».

«Andiamo a vedere l’Embarcadero. Ho letto sulla guida che c’è un bel panorama».

«Andiamo».

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L’Embarcadero distava dall’ostello forse un chilometro e mezzo. Lungo il tragitto, però, come se sperassimo di imbattarci in lei per caso, gettavamo entrambi occhiate nelle vie laterali. Infine, ecco il molo, guardava la baia di San Francisco. Dall’oceano veniva un vento che ci tagliuzzava la faccia. I gabbiani veleggiavano contro vento e si avventavano con ingordigia sui pezzi di pane gettati dai turisti. Famelici e stupidi, potevi tirargli un bullone in testa, tanto sarebbero tornati ad avventarsi. Heather. Mi sono immaginato una possibile relazione con lei. Io ero il suo punto di riferimento. Il suo Embarcadero. Lei era la mia ragazza facile, aveva scelto me, non perché ero il più debole, ma perché la perdonavo, perché comprendevo la contraddizione cui non poteva sfuggire. Immaginavo di essere la sua difesa dallo sciame di fuchi che volevano soltanto copulare con lei. Fantasie di questo tipo, ecco cosa poteva farmi una carezza. Mi sono imposto di smettere di pensare. Intorno alle sei stavo nell’area delle postazioni internet, inserivo su Facebook le foto dei gabbiani. Tutti i maschi si son girati, Heather si premeva una benda contro il lato interno del braccio sinistro. Il belloccio inglese: «Cosa ti sei fatta?»

E lei: «Un tatuaggio nuovo, vuoi vedere?»

Ha steso il braccio in modo che tutti potessero leggere la scritta: LE RAGAZZE PER BENE NON HANNO MAI CAMBIATO LA STORIA. Ha fatto il giro della sala, mettendo il suo tatuaggio sotto il naso di tutti: «Ti piace?»

Arrivata accanto a me, armeggiando con la benda, mi ha chiesto: «Mi dai una mano?»

E io, col mio inglese troppo educato: «Certo, come posso aiutarti?»

Heather ha mimato l’atto di farsi una sega. Tutti hanno riso. Io ho messo il broncio. E pensare che ero in vena di gentilezze. L’inglese è ripartito alla carica: «Mi fai fare una foto?»

«Va bene» Heather ha steso il braccio.

«Quello sul culo» ha detto lui e lei sghignazzando si è tirata su e giù i pantaloni.

«Aspetta» ha detto lui che stava ancora armeggiando con la fotocamera.

«Troppo lento» ha detto ed è uscita in strada. Giacomo, sbucato da chissà dove, mi ha messo una mano sulla spalla; ho chiuso Facebook e siamo andati al Vesuvio’s a fare un aperitivo. Ero di cattivo umore. Non gliel’ho raccontato, il dettaglio della sega.

23

Al nostro ritorno in ostello, nello spazio tra le scale che portano alla reception e la porta d’entrata a livello della strada, c’erano sul pavimento delle valigie buttate alla rinfusa. Un tizio dall’aria severa, silenzioso, stava ritto sul primo scalino, appoggiato di schiena al muro, come se intendesse sorvegliare il passaggio. Era il proprietario o il manager; l’avevo già notato perché a volte indossava un cappello alla Crocodile Dundee. In un angolo, seduta a terra: Heather. Indossava le sue scarpe ciabatte con fiocco rosa. Piangeva -per davvero stavolta- con la faccia affondata tra le mani.

«Che è successo?» ha chiesto Giacomo.

«Sono una ladra di tatuaggi!» ha singhiozzato Heather e non si capiva se fosse pentita o se accusasse il proprietario di allontanarla con una ragione assurda.

«È andata nel negozio di là a farsi fara un tatuaggio» ha confermato l’uomo con fermezza mascolina: «E non l’ha pagato. Niente ladri nel mio ostello».

Me ne sono andato, mentre Giacomo è rimasto lì. Mentre salivo i gradini, mi dispiaceva. Ero tentato di offrire io i soldi del tatuaggio. Ma, Heather, a che sarebbe servito? Tutti a pensare che sei facile. Non sei affatto facile, ho pensato, E io sto solo cercando di edulcorare l’attrazione che provo per te. Non sono migliore del branco di cani che ti sta a culo. Quello che è successo dopo, me l’ha raccontato Giacomo. Non saprei se è vero. Giacomo dice di sì. Lui l’ha visto, era sulla soglia dell’ostello a fumare: il proprietario ha gettato Heather e le sue valigie sulla strada, dove l’aspettava il tatuatore. Ha tentato di parlarle. Forse, nella sua testa, aveva pensato a un modo per estinguere il debito. Heather s’è messa a strillargli contro, e contro passanti che si giravano, e contro il pizzaiolo, e contro le prostitute sulle soglie degli strip club.

«Dovresti avere un po’ di rispetto» ha detto il tatuatore «Che t’hanno fatto?».

«Vuoi uno schiaffo?» ha risposto Heather e gliene ha rifilato uno.

«Niente di che» dice Giacomo. Uno schiaffetto sulla guancia, un gesto simbolico che ha fatto stringere i pugni al tatuatore, che ha alzato gli occhi al cielo, come a dire ‘non ci provare’. Lei invece ci ha provato, ha lasciato andare ‘na bella pizza questa volta, s’è sentito ‘sciaf!’, e il tatuatore l’ha menata.

«Minchia se gliele ha suonate forte» dice Giacomo «Sono venuto via. Sai mai che quello mette le mani addosso anche a me».

La sera, quando siamo usciti per andare a trovare un’amica a Valencia str., non c’erano né le valigie né lei. Soltanto quelle scarpe ciabatta col fiocco rosa in mezzo alla strada. La mattina dopo dopo le indossava la barbona che elemosinava sulla soglia di City Lights, la libreria di Ferlinghetti; deve averle prese in nome dell’America.

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[San Francisco, Broadway str., 09/01/09]