Mamma, Dio è morto, lo dice anche Micheal Stipe!

Ricordate Losing my religion, dei R.E.M? La passavano per radio certe mattine d’estate. Agli ordini di mio padre, lavoravo in un supermercatino di provincia. Era il 1992, o giù di lì, e io avevo quattordici anni; tra un pacco di pasta sullo scaffale e l’altro, cercavo di afferrare il senso di quelle misteriose parole:

That’s me in the corner
That’s me in the spot light
Losing my religion
Trying to keep up with you
And I don’t know if I can do it
Oh, no, I’ve said too much
I haven’t said enough

Fu il mio primo incontro con testi di canzoni  volutamente oscuri, scritti per permettere alla fantasia degli ascoltatori di impigliarsi e immaginare significati. Ma io non lo sapevo, credevo che Micheal Stipe la pensasse così esattamente come la capivo io, passaggio dell’informazione, tra me e Micheal, 1:1. E sulla base della mia sensibilità, mi ero convinto che la canzone alludesse a una lacerazione interiore che conoscevo bene: il passaggio dalla condizione di credente fiducioso, qual è il bambino, al nichilista di fascinazione nietzchiana che non intendeva più credere in Dio, né ai genitori, né in altri che se stesso: ecco l’adolescente che mi avviavo ad essere. Potete immaginare la mia sorpresa quando, anni più tardi e molte cazzate dopo, ho scoperto che ‘losing my religion’ non va inteso alla lettera, è un’espressione idiomatica, significa ‘perdere la pazienza’.

Dice un eroe dei nostri tempi, all’inizio di Seminario sulla gioventù: «Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani?».

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Questo pezzo fa parte di una collana di piccoli saggi  incentrati sul modo in cui le parole hanno educato i miei sentimenti. Forse potrebbe interessarti anche leggere:

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