Je t’aime quando tu es étonné

Il primo punto messo a segno dall’autore è senza dubbio la voce: Libero Marsell, protagonista e voce narrante, si esprime in un italiano infiorettato di francese, una musica armoniosa, adatta alla storia che racconta. Apparentemente semplice, si tratta in realtà di una partitura complessa.

Il francese fiorisce nei fatti semplici della vita di Libero: “Mi offrì un jus d’orange e si ordinò un rosé”, e sulla bocca delle persone: “Arrotolò il quotidiano e disse Je t’aime quando tu es étonné”. L’equilibrio suggerisce l’ambientazione parigina e tiene per tutto il romanzo; cede solo quando l’associazione tra francese ed erotismo prende il sopravvento: in quei casi io ho avvertitito una sensazione di esausto, già sentito.

L’ironia è nell’uso dei registri, quello politico e religioso, e nella loro dissacrazione quando vengono piegati a spiegare i fatti sessuali delle vita di Libero: “Quel giorno, per la prima volta, mi ero accarezzato e avevo intuito il movimento di liberazione” e “Per qualche tempo mi concentrai sul mio sperma e Dio”.

Un gusto per le sentenze che a volte aprono le scene e altre risolvono dilemmi interiori: “Il mattatoio è bellezza, Grand”. Le frasi non di rado sono attinte da libri, opere e film ben posizionati nel canone italiano: una delle amanti di Libero si chiama Frida, vi è un cammeo di Jean Paul Sartre. Attraverso questo tipo di intertestualità, Missiroli ricostruisce con una tecnica che a me ricorda i Wu-Ming di ’54, gli anni ’70 in una Parigi molto massmediatica, pop, che forse non è mai esistita, forse è un luogo qualsiasi nell’Italia di oggi.

L’epiteto, la metafora, sono un altro di quei colpi che Missiroli mette a segno con estrema facilità: “La farfalla nera”, per una ragazza nera; “il McEnroe dell’onanismo”, Libero parla del suo rapporto con la masturbazione; “un piccolo miracolo”, per una cosa cosa inaspettata.

E la coerenza della voce: all’inizio modulata su quella di un bambino, si fa, col procedere della storia, adolescente ed infine sobria e adulta.

Nella scelta tra odiare e amare i propri personaggi, Missiroli propende per la seconda. A tutto tondo, ben sviluppati, indubitabilmente veri, sono descritti attraverso lo sguardo e la memoria di Libero (non è rivelato da quale punto della storia egli racconti), con brevi cenni riassuntivi, accumulo di aggettivazione e gesti significativi, che assumono spesso la forma di ritornelli: “La mamma aveva accettato la Francia perché adorava i luccichii di place place Vendôme e le sciccherie libertine. Era una donna elegante, religiosa, maggiorata. Amava Jane Austen e l’agio della sua Bologna. Da ragazza era emigrata a Milano per studiare e conoscere un borghese che la mantenesse mentre giurava fedeltà al proletariato”. Ed è la madre, come in Agostino o in Il viaggio a Roma di Alberto Moravia, ad essere inconsapevolmente al centro delle ossessioni sessuali di Libero.

Molto spesso, com’è giusto nella letteratura erotica, è il dettaglio anatomico a fare da parte per il tutto: “Aveva due anni più di noi, gli occhi chiari e le labbra grandi. Le gambe da ballerina e il seno a punta” e “con la pelle di luna e le lentiggini”. Si tratta di dettagli che tendenzialmente intendono erotizzare e non stupisce che pur con tanto sesso, solitario e di coppia, nessuno puzza mai di sudore, la parola merda non compare, neanche come imprecazione.

Se si eccettua la migliore amica, una figura materna, con cui lui vorrebbe scopare mentre lei si ritrae (“era una donna troppo sensibile per il carico di eros che trasmetteva”), sono molte le tacche che Giorgio, amico e confidente di Libero, segna sul bancone del bar dove lavorano. Libero è il tipo di ragazzo, per capirci, cui le donne sorridono, lo corrispondono, ed è Libero a perderle, non loro a lasciarlo perché attratte da qualcun altro.

Educazione e lavoro, sesso e sentimenti, la storia procede a vignette, organizzata in ordine cronologico, secondo i riti di passaggio tipici del romanzo di formazione e pare voler seguire il proposito di Flaubert: “I want to write the moral history of the men of my generation—or, more accurately, the history of their feelings”, con la differenza che in questo libro ad essere centrali sono i sentimenti sessuali. L’amore a prima vista. La ricerca del sesso, sia quello legato ai sentimenti, sia alla frustrazione, e al piacere. Libero supera gli ostacoli. Uno dei tratti che più lo caratterizzano è la sua capacità di capire (capii, seppi, fu chiaro, una profezia, sono espressioni disseminate lungo l’arco del romanzo). Di esperienza in esperienza, trova la ragazza che calamita tutte le sue attenzioni e si innamora di lui: è finalmente adulto. Queste peripezie ne hanno fatto un uomo libero, dalle ossessioni dell’infanzia e dal falso politically correct:

“Poteva essere chiunque. Forse Lunette, o una raccatta per strada, o una delle tacche dell’osteria, o Frida, o una presenza elemosinata nel mio disordine. Mi sforzai di immaginarla come un corpo di consumo, già consumato. Ci riuscii, ma non bastò: perché era lei. E ognuna delle donne passate mi aveva dato qualcosa per trovarla, e per capire la mia gioventù solitaria. Solo adesso ero grato a ciascuna di loro. Ognuna era stata il mio diario affinché Anna fosse la mia libertà, lo pensai mentre la guardavo. Lei se ne accorse, Sono brutta, domandò. Sei tu, dissi.”

Hey, aspetta… Sta facendo dell’ironia? È onestamente questa la lotta per la conquista di sé che ogni giovane maschio eterosessuale deve affrontare, per diventare sessualmente ed emotivamente maturo? Secondo me, è strano che Libero non trovi mai porte chiuse; il colpo capace di metterlo ko non arriva mai, perciò il suo egocentrismo non è mai scalfito e la brama sessuale mistifica tutte le relazioni, di fatto riducendole a corpi di consumo: in che senso la futura moglie dovrebbe essere diversa dalle altre? In che senso è migliore delle altre? In che senso lui ha capito se stesso consumando molte relazioni? Chiaramente ognuno scrive la storia che vuole; un libro, però, è un atto pubblico e invita al dibattito. Quello di Missiroli è un romanzo tecnicamente riuscito, con alcuni punti molto belli. Mi convince soprattutto quando colpisce duro i suoi personaggi. Per esempio quando Libero fa fare delle cose alle sue ragazze (Lunette, Marie e Frida) per rivivere una sua ossessione infantile, esercita il proprio potere e loro si ribellano; in quei casi si capisce che quello dell’eros, per parafrasare Judith Butler, è un campo di battaglia. Mi lascia perplesso quando descrive in termini favolistici, poetici e implicitamente maschionormativi le relazioni, sfociando spesso nella celebrazione delle gesta erotiche di un uomo privilegiato, con molte possibilità di scelta.  Si tratta senza dubbio di un libro interessante, che ha tra i suoi pregi un’ottima voce, un buon ritmo e  personaggi vivi, e tra i suoi difetti una soluzione dei conflitti edulcorata. Con le precisazioni di cui sopra, ne consiglio senz’altro la lettura.

PS.
In questi ultimi tre anni molte parole in rete sono state spese per parlare del diritto del traduttore di essere citato a inizio del libro. Un diritto cui segue, in un’ottica di fair-trade, quello del lettore di sapere chi è l’editor di un libro perché  si può capire molto delle scelte di una casa editrici da questo. Perciò sorprende non poco quando su un Narratori Feltrinelli, una delle collane più importanti di Italia, non compare neanche la lista delle ultime uscite. Al lettore viene da pensare due cose 1) l’editore non apprezza il lavoro del suo editor 2) l’editore non stima il suo lettore.