Può una poesia cambiarti la vita?

Ti ho udito fare domande a ciascuno: Chi ha ucciso le cotolette di porco? Quanto costano le banane? Sei tu il mio Angelo?

-A supermarket in California, Allen Ginsberg.

Come negarlo? Sono stato uno di quegli adolescenti cui bastava leggere una poesia per sognare ed essere felice e A supermarket in California di Allen Ginsberg è probabilmente la poesia che mi ha salvato la vita.

Il libro che la contiene si intitola Urlo e altre poesie; pubblicato a San Francisco nel 1955 dalla casa editrice City Lights, subì un processo per oscenità da cui uscì vincitore: Ginsberg era ebreo, figlio di una militante comunista, omosessuale dichiarato in un’epoca in cui era ancora meno facile dichiararsi.

Il libro di Ginsberg mi è giunto attraverso gli amici Filippo e Matteo, con cui la mattina prendevo il treno per andare al liceo Maffei in via Massalongo. Filippo, i libri della Beat Generation, li ha trovati nella biblioteca di casa. Matteo aveva uno zio che lavorava per una casa editrice che traduceva gli autori della Beat Generation.

Quando Urlo e altre poesie è arrivato nelle mie mani io ero invece un post-adolescente, conservatore, eterosessuale, timido e imbranato, fermo -dal punto di vista letterario- al nichilismo storico e cosmico degli Ossi di Seppia, di Eugenio Montale. ( …Un nichilismo storico e cosmico che io riadattavo arbitrariamente alla mia post-adolescenza sui banchi di scuola: quando Montale scriveva “La Storia non è magistra di nulla che ci riguardi”, be’, neanche la Matematica, riflettevo io).

La loro idea di letturatura mi è sembrata subito più fluida, meno sacra, meno intima e più vivace. In treno o in autobus si raccontavano pezzi di libro e citavano a memoria da On the road: “Bisogna andare, Sal. Dove? Non importa, ma bisogna andare”. Era il 1997 e l’estate successiva avrebbero organizzato il loro primo interrail.

Non è strano che sia stato proprio Ginsberg, invece di Kerouac o Ferlinghetti, a colpirmi per primo? In effetti no. E per una carambola del destino, credo che sia stata proprio la poesia A Supermarket in California a fare breccia. La mia famiglia è nata e si è costruita tra gli anni ’70 e gli anni ’90 attorno alle pratiche e ai ritmi di un piccolo supermercato di provincia, in Veneto, in un momento storico in cui il PIL dell’Italia segnava +40%. Tutta la mia infanzia e la mia adolescenza sono ambientate nel supermercato  dei miei genitori e le grandi enumerazioni di Whitman, riprese da Ginsberg, erano per me reali e credibilissime, io le vedevo ogni giorno: “Che pesche e che penombre! Intere famiglie a far provviste la sera! Corridoi pieni di mariti! Mogli negli avocados, bambini nei pomodori! – e tu, Garcia Lorca, che cosa stavi facendo giù fra i meloni?”. Anche adesso, nel rileggere la poesia, non faccio fatica a immaginare Allen Ginsberg che annusa i meloni tra i clienti del super e so con certezza che cosa vuol dire il verso: “Nella mia fatica affamata, e per comprare immagini, entrai nel supermarket di frutta al neon, sognando le tue enumerazioni!”.

La prima volta in vita mia che ho strappato la linguetta di una lattina di birra è stato in compagnia di Matteo e Filippo, nel salotto di uno dei due, e l’apice della serata è stato leggere poesie di Ginsberg salendo in piedi sopra il tavolo della cucina. Chiaramente, se pensate alla scena, un quasi diciottenne che nel 1997 sale su un tavolo e declama “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi all’alba per strade di negri in cerca di una siringata” suona ingenuo, quando non imbarazzante -quello fu l’anno in cui uscì La dura legge del gol di Max Pezzali. Ma considerate cosa ci vedevo io: le parole di Urlo e altre poesie non avevano niente a che fare con quelle istituzionali che leggevamo a scuola. Erano, invece, piene di parolacce, di concetti e modi ‘essere contro’ che per quanto discutibili aprivano nuove possibilità di mondo: il viaggio, la disobbedienza, la critica, l’umorismo come antidoto al moralismo, il grido e la pazzia come antidoto al fascismo della normalità.

Non vorrei mitizzare. Forse Matteo e Filippo non si riconosceranno in queste parole (scusate, ragazzi, vi offro una birra). Eppure una cosa posso assicurarla: con il mio quaderno di poesie sempre pronto a uscire dalle tasche, preoccupato innanzitutto di rispettare la metrica e tremila anni di tradizione letteraria occidentale, se avessero lasciato fare a me, sarei salito su un tavolo a leggere Eugenio Montale (“Spesso il male di vivere ho incontrato…”), ammazzando senza esitazione le speranze e le gioie di tutti i presenti.

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Questo pezzo fa parte di una collana di piccoli saggi  incentrati sul modo in cui le parole hanno educato i miei sentimenti. Forse potrebbe interessarti anche leggere:

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