“Resti o te ne vai?”

Il silenzio del lottatore di Rossella Milone -un’analisi.

Uno dei luogo comuni duri a morire dell’editoria è che le raccolte di racconti non attirano. Il lettore, pare, preferisce i romanzi. E una delle ragioni è che i racconti, rispetto ai romanzi, finiscono troppo presto, mentre il lettore, quando ci prende gusto, vorrebbe indugiare nel mondo della finzione il più a lungo possibile.

Minimum Fax negli ultimi dieci anni ha lavorato molto sulla forma della raccolta di racconti, ha tradotto dalla letteratura nordamericana raccolte che sono pietre miliari del genere, La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace e Il suo vero nome di Charles D’Ambrosio, per esempio. E ne ha inventate alcune, come The burned children of America, che in Italia hanno segnato uno standard importando un’intera generazione di scrittori. Molte altre ne ha pubblicate scritte da italiani. E pare aver trovato gli autori giusti per ovviare al limite della brevità.

Come era avvenuto per Sofia si veste sempre di nero, di Paolo Cognetti, Il silenzio del nuotatore di Rossella Milone, ultimo nato della collana Nichel, ha un’impianto tanto unitario da assomigliare a un romanzo. Formalmente si tratta di sei racconti, tutti in prima persona, narrati da una voce di donna, disposti in ordine cronologico, come a scandire i fatti importanti di una vita.

La lingua in cui questa voce racconta è un impasto, semplice solo in apparenza, in realtà un amalgama ben miscelato in cui a me pare di riconoscere uno stile minimale, appoggiato sulla lingua parlata, che oscilla tra un tono lirico e uno basso-realistico, con una punta di surreale.

I fatti, per lo più incentrati sulla relazione tra maschile e femminile, vengono raccontati con uno stile neutro e veloce: “(…) mia madre dormiva già sul divano. Non ce la faceva ad arrivare alla fine del film, così mio padre era costretto a trascinarla a letto avvolta nel plaid”. Si tratta di una lingua congeniale all’osservazione, in cui l’oscillazione del tono verso la tenerezza o il sarcasmo è data dall’aggettivo fuori contesto: “(..) due esseri umani, così sprovvisti di audacia per una cosa tanto scabrosa come l’amore”.

Una semplicità capace di impennarsi e virare verso un romanticismo trasognato: “Per un istante molto lento riuscii a vedere un bagliore, una specie di fitta luminosa che s’infilò su alcuni, precisi giorni del mio futuro. Con un camper lungo le coste greche. A fare trekking in Perù. A svegliarci in un trullo una domenica mattina con un gatto (o un bambino) da sfamare”.

Altre volte, e sono quelle in cui mi piace di più, si fa quasi brutale nella sua sincerità, nel suo realismo, che consiste nell’uso dei nomi quotidiani per i corpi e le loro posizioni nello spazio, legati dall’intensità del verbo: “Senza dire nulla si era seduto sul bordo, aveva afferrato la caviglia della moglie. Aveva insaponato le dita una per una, poi ci aveva strofinato per bene la spugna. Ogni tanto Manuela scivolava lungo la ceramica, finendo col mento in acqua, e allora Valerio era costretto a tirarla su per forza. Poi tornava a sedersi, ricominciava a lavarla. Lo avevo lasciato fare; in qualche modo avevo capito che quello era il suo tentativo di stare con lei in una nuova forma”.

Bella e inquietante, acquattata tra le pagine, fa di quando in quando capolino una nota surreale che sottolinea stati d’animo e aspetti indicibili: “La stanza era vuota di fronte a me, al di là della ringhiera, si apriva un precipizio dove si stava arrampicando il buio” e  “Il suo sguardo è una pietra che precipita dall’alto e schiaccia ogni cosa si trovi sotto”.

I personaggi, la narratrice ce li presenta con pochi tratti fisici molto sensuali (“Folte sopracciglia, la bocca aperta appena truccata col labbro inferiore più sporgente, gli incisivi separati da un minuscolo spazietto dove giocherellare con la lingua”); abbondano, in tal senso, i gesti significativi: “Arrotolò i pesci nel foglio di carta e poi in una busta. Consegnò il tutto alla signora Buonocore che lo salutò, ma non degnò me di un solo sguardo. Poi si portò le mani al naso e le annusò, a lungo, con gli occhi chiusi”.

Leggo nel risvolto di copertina che si tratta di una educazione sentimentale e mi viene da pensare che è l’espressione più precisa per descrivere lo sforzo di queste storie, il tentativo di capire, di maneggiare, di smussare il sentimento che spinge le azioni della protagonista: il desiderio di autonomia, il desiderio di spaccare tutto e andarsene.

Uno degli oggetti che fin dall’inizio si accatastano nelle pagine di questo romanzo è il materasso. Oggetto inalienabile secondo la legge italiana, a volte alcova, a volte prova di una vita sessuale insoddisfacente, altre ancora il luogo del meritato riposo, nella vita di coppia sembra sostituirsi alla ‘stanza tutta per sé’ di Virginia Woolf. Una delle frasi che l’io narrante pronuncia come sovrappensiero è “(…) gli feci un po’ di spazio, rassegnandomi al fatto che ormai il mio, quello soltanto mio, immenso, illimitato, desertico, per quanti materassi potessimo cambiare, non lo avrei mai più riavuto indietro”.

A occupare i materassi senza chiedere permesso, in questi racconti, sono gli uomini, intesi come i maschi: amici, nemici, amanti e figli (più amanti e nemici, ma qualche volta anche amici e figli). E come tale non ho tardato a riconoscere nei personaggi maschili il mio ‘posticino non più grande di una moneta da uno scellino’ -uso ancora le parole di Virginia Woolf-, che mi porto dietro la nuca e non posso vedere senza che una persona di altro sesso me la indichi.

Qualche volta si tratta di un grumo sinistro, insondabile, pronto a esplodere nella violenza, che l’io narrante non riesce a comprendere: “(…) Ero stata convinta, per un certo periodo, di interpretare gli aspetti più profondi di lui, tutti quanti; e per un altro periodo mi ero convinta che va bene, forse non li comprendevo tutti, così come lui non capiva i miei. Ma ero la sola a vederne certe fessure, scovarne alcune debolezze, ad accoglierne i cedimenti, intuirne gli spaesamenti e le angolazioni più buie, gli anfratti nevralgici. Tutto sommato consapevole che oltre a una certa soglia di intimità non potevo immergermi senza rischiare l’embolia. Ma quello no. Quei lividi non erano possibili”.

Più spesso si tratta di una vessazione di tipo diversa, socialmente più accettata, la tradizionale divisione dei ruoli, suggerita dalla biologia: “L’idea di prendermi del tempo e di riempirlo come piaceva a me, come dicevo io e soltanto io, mi aveva allettato. Avrei potuto fare una passeggiata, andare a bermi una birra in santa pace in riva al lago, mettermi a chiacchierare con l’uomo col grembiule blu. Magari mi avrebbe offerto del gelato alla crema, oppure mi avrebbe mostrato sulla grossa cartina appesa su una parete del ristorante, la nuova pista di sci che avevano aperto in cima e dove avremmo sciato in inverno. Magari mi avrebbe portato davvero dentro quel fienile. Ma alla fine avevo deciso di non affidare Fabio alle baby-sitter vestite di arancione. Non era mia abitudine lasciarlo agli sconosciuti, e comunque non mi andava di sottrarlo al mio tempo anche se mi tentava –quella, soprattutto, era la tentazione con cui dovevo lottare tutti i giorni, e non sempre vincevo.”

Non sono nessuno per giudicare la questione femminile nella letteratura italiana, diritto ed esclusiva delle donne. Si potrebbe dire, forse, che le figure femminili di queste storie siano più accomodanti, meno intransigenti, rispetto ad altre tradizioni di femminismo più radicali ed aggressive. Tuttavia l’idea che la protagonista predisponga il fronte di lotta quotidiana prima di tutto per lavorare su lei stessa, mi sembra onestamente aldilà di ogni perbenismo e del politically correct. Per come capisco io la questione dei diritti sociali, sono convinto che ogni autentica lotta per la conquista e il possesso di sé deve passare per la battaglia di cui parla Rossella Milone. Il silenzio del lottatore sembra alludere al tentativo di resistere, senza abbandonare il campo di battaglia e senza abbandonarsi a un criticismo distruttivo, nello sforzo di mantenere vivi se stessi e la relazione.

Questo equilibrio si riflette anche nella pacatezza formale che, mi sembra di poter affermare, è molto classica, quasi classicista. Si tratta, infatti, senza dubbio di un’ottima produzione, perfettamente calibrata nel miscelare elementi ben riconoscibili, come certi dischi degli Oasis, dai cui sai cosa aspettarti: una spruzzata di Who, Stone Roses e Beatles -forse unico difetto di un libro che a me è piaciuto molto nei suoi toni più realistici e surreali. Se qualcuno mi chiedesse un parere per muoversi nel mare delle pubblicazioni, non esiterei a consigliare questo libro.

Hopper, Automat 1927