Vado alla Columbia University

Ho dovuto aspettare a scrivere questo post perché, come il protagonista di Alzate l’architrave carpentieri di Salinger era troppo felice di sposarsi per presenziare al proprio matrimonio, in questi giorni sono stato troppo felice per potere raccontare che cosa mi sta succedendo.

Mentre scrivo ho ancora la sensazione di incredulità del giorno in cui ho visto comparire sul telefonino la bustina della mail con la lettera di ammissione. Mi guardavo attorno col sorrisetto furbo: «Ok, ragazzi, dov’è la fregatura?». Ma, ora che le turbolenze della tempesta emotiva sono quietate, riesco a dirlo con la calma necessaria: mi hanno preso al Columbia Publishing Course. In altre parole, passerò due mesi alla Columbia University, a Manhattan, a studiare editoria.

Ci sono stati giorni, l’autunno passato, in cui mi svegliavo alle quattro e mezza del mattino per scrivere la tesi, alle undici soffocavo gli sbadigli sui banchi delle aule universitarie di via Paradiso, facoltà di Lingue e Letterature Straniere qui a Verona, per poi correre, alle due del pomeriggio, alla libreria di via Cappello fino alle otto di sera. Senza contare il lavoro ufficiale, quello in hotel.

E poi, le lotte con il personale della segreteria degli studenti per ottenere le carte necessarie, compilate nel modo giusto (gli ultimi tempi, quando mi vedevano arrivare, li vedevo impallidire mano mano che mi avvicinavo allo sportello e, deglutendo, abbozzavano un sorriso timoroso di scoprire cosa volevo, ancora).  E soprattutto, la lotta con lo scetticismo interiore, la vocina che da un angolo buio nella testa ripeteva: «Tutto questo sbattersi, non servirà a niente», mentre mi sforzavo di preparare bene la candidatura.

E, invece, posso dirlo con fierezza, serve, serve eccome.

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