Black is the new Blu

Interrompo i miei diari da libraio per riflettere su ciò che è successo a Berlino ormai cinque giorni fa: Blu ha deciso, come gesto di protesta, di cancellare i due giganteschi murales che si potevano ammirare dall’Oberbaumbrücke. Chi viene su questo blog, conosce bene la mia passione per la capitale tedesca; un anno fa parlavo dell’importanza di quei murales per la città, qui.

La spiegazione facile del gesto di Blu è su tutti i giornali berlinesi: in una zona della città dove è ancora possibile costruire per la presenza di spazi aperti, pare che stesse per fiorire un nuovo gruppo di ‘luxury condos’, palazzine abitative di lusso, nel cui prezzo era calcolata la vista sui murales e perciò l’artista che li ha creati ha deciso di esibirsi in una performance artistica dai connotati politici: cancellarli. Lo trovo un gesto di narrazione molto potente, che riesce a dare significato (negativo) alla pianificazione urbana che sta prendendo forma da una decina di anni sulla  riva della Sprea, al centro dei piani di ricostruzione del senato berlinese. “Spekulation” si legge da più parti.

La spiegazione difficile, invece, richiede di osservare la dinamica economica completa che ha portato a questo punto della situazione, in cui un bilocale su Vor dem Schlesichen Tor costa 600 € al mese bollette escluse, quando dieci anni fa ne costava 300 €. L’incremento della migrazione del lavoro creativo a Berlino ha creato una domanda di posti dove dormire superiore all’offerta. Il 40% della popolazione berlinese ha meno di trentacinque anni ed è disposta a spendere per comperare un certo stile di vita (artistico, alternativo, metropolitano etc.). La vicinanza a bar, discoteche, musei e opere d’arte è economicamente rilevante e si paga, tanto a Roma quanto a Berlino. Non intendo demonizzare una tendenza o giudicarla, vorrei solo portare delle cifre.

Ciò che sta succedendo a Berlino, è stato preconizzato dodici anni fa dall’economista Richard Florida in L’ascesa della classe creativa (Mondadori, 2003 ma 2002 negli Stati Uniti): come consigliato da Florida il senato berlinese si è accorto di poter sfruttare l’industria culturale, l’immagine della città come milieu artistico, per attirare aziende e  lavoratori del settore creativo che, spendendo, stimolano l’economia regionale: tasse, imprese e affitti. Si può non essere d’accordo su questo uso strumentale dell’arte, ma succede a Londra, New York, San Francisco, Austin, Boston, e succede da anni anche a Berlino.

Personalmente penso due cose in contrasto, di fronte al gesto di Blu. Da una parte mi piace quel gesto, è stata un’azione, un happening, che ha puntato il dito su qualcosa di importante su cui riflettere.  Credo che sia genuino, autentico. Rispecchia la rabbia di persone che vent’anni fa hanno costruito un quartiere per sé e oggi lo vedono snaturato. Dall’altra, mi chiedo se quel dito riesca a far intravedere tutto il contesto, il meccanismo -l’economia creativa- in cui quel gesto è nato e ha significato.