Le carte geografiche del papa, Google e Don Bastiano

La galleria delle carte geografiche è un lungo corridoio nella parte finale dei musei vaticani, sulle cui pareti sono dipinte le carte geografiche delle regioni dell’Italia. Fu voluta da papa Gregorio XIII e realizzata nelle ultime decadi del Cinquecento. Non è tra le attrazioni più citate sulle guide; vi si arriva già emotivamente fiaccati dalla vista delle stanze di Raffaello, l’Apollo del Belvedere, il Laocoonte e in questo punto dei musei si forma un imbuto, la gente si accalca nel corridoio come a un casello autostradale, si percepisce l’incombere del gran finale, il Giudizio Universale nella Cappella Sistina, il denoument per antonomasia. Quest’ultima volta che ci sono stato, una visitatrice è svenuta per il caldo.

Eppure la galleria delle carte geografiche, fin dalla prima visita, mi ha acceso la sensazione complessa, allo stesso tempo viscerale e filosofica, di trovarmi nella nella stanza delle mappe del potere, ‘nella testa del Re’, per così dire. Geografia e potere, non lo invento io, stanno in rapporto di dipendenza; la parola ‘re’ è imparentata con ‘regola’, l’assicella dritta che serviva per segnare i confini, e tutt’eddue con il verbo latino ‘regere’, governare. Re è chi impone dei confini; non necessariamente fisici -anche connotati e canoni di bellezza sono confini- e non ci sono dubbi che il papa in senso spirituale, geografico ed estetico sia stato un re normativo.

Le carte geografiche dipinte su quelle pareti chiaramente non sono la mappa dei territori su cui il Papa poteva vantare un ascendente alla fine del Cinquecento -mancano i territori spagnoli, francesi e austriaci- quanto la mappa dei territori su cui esigeva un potere politico. In qualche modo molto complesso, disegnandone la cartina, il papa stabiliva com’era l’Italia: la penisola, le regioni, le province e i capoluoghi, i paesini. Chiunque, venendo da oltreconfine, dalla Germania, dall’Inghilterra o dall’Olanda, poteva entrare nella stanza delle carte geografiche e dire, Ah così questa è l’Italia.

I visitatori più attenti lo capiscono dopo una decina di metri: drizzano il naso, ritornano all’inizio del corridoio, alzano un dito e cominciano a cercare i propri luoghi sulla mappa. Viene naturale come cercarsi allo specchio. Si scopre così la propria posizione nella testa del Re: nel mio caso la Lessinia, la città di Verona e la bassa pianura padana. Di primo acchito, il contegno serioso degli antichi nomi di luogo in contrasto con la banalità dei nomi d’uso quotidiano mi strappa un sorriso: Bulca, lacus Benacus, Suaue, Veftena, Villanuoua. In un secondo momento, però, mi viene da pensare che, per quanto un ottimo lavoro per la fine del Cinquencento, il luogo natio non è rappresentato con precisione, i rapporti tra le ubicazione non sono proporzionati. I nomi, non è che siano retorici, è che proprio non sono quelli giusti.

Quello che pensa  il Re non corrisponde alla realtà. Io, tu, noi, voi siamo leggermente diversi da come ci vede. E mentre osservavo la mia posizione nella sua testa, ho temuto di non avere pieno dominio su me stesso. Pensavo di essere il custode definitivo della verità su di me, ma l’immagine che il Re ha di me, grazie alla sua autorità, è presa per vera da tutti coloro che sono passati per questa stanza e ora pensano di me quello che pensa lui, fino a quando anch’io vacillo e comincio a chiedermi se non abbia ragione, se il suo discorso egemonico su di me, non sia quello vero. Immagino che molti di voi alzeranno il sopracciglio per dire, Be’, poca roba. Eppure pensate per un momento a come usano la nostre immagini Facebook, Tripadvisor e gli altri social media. Pensate a quale geografia distorta della nostra identità traccia un motore di ricerca come Google. Ci rispecchia? Non dovremmo avere il diritto di scegliere se e quale profilo mostrare? Il diritto all’oblio, le proteste contro l’intrusività di Google Street View e le lotte della comunità GLBT e femminista per l’autodeterminazione, per certi versi, iniziano da questa forma di libertà.

Uscito dai musei Vaticani, ho pensato per tutto il pomeriggio al discorso di Don Bastiano alla folla, nel film di Mario Monicelli il Marchese Del Grillo. Come forse non tutti sanno, un momento prima di essere decapitato per ordine del papa, Don Bastiano, che era prete e fuorilegge, ottiene di morire con il suo cappello da brigante in testa. Pugni sui fianchi, petto in fuori, arringa la folla che è venuta ad assistere allo spettacolo del supplizio così: «E adesso, pure io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al papa. Che si crede il padrone del cielo. In secondi, a Napulione. Che si crede il padrone della terra. E per ultimo al boia, qua. Che si crede il padrone della morte. Ma soprattutto posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni d’un cazzo».

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