D

[ un estratto da ]

dizionarietto-illustrato-con-storie

Da spettino! Esclamazione ammirata che prorompe con naturalezza sulle labbra alla vista di persone, oggetti o situazioni talmente fichi da provocare spostamenti d’aria.

lettera d

– Era il periodo punk della mia vita, quando ci si trovava tutti i pomeriggi al monumento, in piazza Garibaldi, e ognuno aveva il proprio ruolo. C’era chi suonava in un gruppo punk e aveva la cresta e gli anfibi; c’era chi faceva skate e aveva lo skateboard e le Vans; c’era chi faceva rap e aveva i pantaloni larghi e le canottiere da basket; ce n’erano tanti altri, e ciascuno aveva un nome di battaglia. Ovviamente, prima di essere considerato parte della compagnia, dovevano trovare anche per me un nome di battaglia, un soprannome fico abbastanza da meritarmi il rispetto dei ragazzi. Ma, per fare questo, era necessario che io mostrassi di avere, in qualche campo, un’abilità indiscutibile. Una volta, mentre eravamo seduti su un marciapiede, ho sparato un rutto da centotrenta decibel e hai visto questa orda di punk girarsi a guardarmi, pieni di ammirazione. Ho ruttato di nuovo, allora, più forte. E loro han cominciato ad applaudire, anzi ad acclamarmi: «Caporutti! Caporutti!». È stato un momento bellissimo, in cui ho capito che la mia vita aveva finalmente un senso: i ragazzi non aspettavano altro, qualcuno che non solo faceva dei rutti da spettino, ma li faceva a comando. Loro dicevano: «O caporutti, spara un rutto», io ruttavo, loro esultavano. Era chiaro che in questo campo avevo qualcosa in più degli altri: la capacità di aspirare aria, incamerarla nello stomaco e dosarla verso l’esterno, in modo di produrre uno spostamento d’aria durevole, non solo sotto forma di barrito, la mia specialità, ma a richiesta, sotto forma di rutto parlato, che implica un controllo con dosaggio della voce nel tempo. Infatti, mentre il barrito è sincronico nella sua fulminea potenza, il rutto parlato, è diacronico. E la cosa bella è che si tratta di una tecnica insegnabile: mi ricordo ancora il mio migliore amico delle medie, un certo Alberto, che mi ha fatto: «Devo imparare anch’io a fare i rutti come te». «’Scoltami, allora, devi metterti lì, inspiri aria… bravo… guarda me mentre lo faccio». Lui si è applicato con impegno, e dopo alcuni mesi è stato in grado di produrre rutti di qualità, e lo è tuttora, penso, anche se non lo frequento più. Comunque, a volte fare dei rutti della madonna può essere molto pericoloso. Vedete questa cicatrice? Questa qua, che ho sul polso? Ecco com’è andata. Io e i miei amici avevamo deciso che, in qualità di caporutti, dovevo partecipare al Rutto Sound No Limits, il campionato italiano di rutti che si tiene ogni estate a Reggiolo, in Emilia Romagna. Perciò abbiamo preso il treno, tragitto Verona Porta Nuova – Gonzaga Reggiolo. Era un venerdì pomeriggio e tra i viaggiatori, anche se lo scompartimento era quasi pieno, c’era serenità. Per ingannare l’attesa, io facevo degli esercizi di riscaldamento, asciugando tranquillamente della Coca-Cola. «O, caporutti», a un certo punto l’orda di punk mi ha detto, «spettinali tutti». Io ho cominciato a incamerare dell’aria nel mio stile e… non lo so, saranno stati i due litri di Coca-Cola che avevo asciugato shottino dopo shottino? Sarà stato un errore di diaframma? Ho prodotto un barrito così forte, ma così forte, che i viaggiatori sono stati scaraventati contro i finestrini, che sono esplosi in una raffica di proiettili trasparenti, e io stesso sono stato sbalzato indietro dal rinculo, e ho sbattuto il polso contro il portaoggetti, e poi sono svenuto, mentre tutto il treno ha cominciato a deragliare.

datemi-subito-una-bella-cop
Clicca qui la pagina dell’editore
Taggato con: