Veronetta non è il Bronx, è la West Coast

Il 20 settembre 2013 è uscito sul TG1 un servizio squalificante dal titolo ‘Veronetta è il Bronx?’ sulla situazione nel quartiere di Veronetta, dove vivo da qualche anno, e di cui ho scritto più volte (qui provavo a presentarlo a parole mie in occasione della festa del Buon Vicinato 2011).
Non è la prima volta che il quartiere di Veronetta viene impropriamente paragonato al Bronx. Succede ciclicamente. Si può trovare del materiale sui internet, per esempio i video reportage Confische a Veronetta (2008) e Resistere a Veronetta (2011) a firma di Fulvio Migliaccio, oppure il servizio fotografico dell’Espresso, Storie da Veronetta, a firma di Emanuele Cremaschi. Le parole più frequenti nei video di Migliaccio, mandati in onda da RAI, sono ‘stranieri’, ‘degrado’, ‘violenza’, ‘paura’. Addirittura, la tesi che Resistere a Veronetta vorrebbe far passare è che presto in quartiere non ci saranno più italiani. Era il 2011, quest’anno è il 2013; se guardo dalla finestra di italiani posso vederne ancora molti.
Di volta in volta tra gli abitanti del quartiere i commenti si dividono tra chi è d’accordo e chi rifiuta tale etichetta. Sono in molti a rifiutarla; tra questi ultimi gli argomenti ricorrenti sono: ‘A Veronetta non c’è niente di cui aver paura – A Marsiglia ci sono situazioni peggiori’, ‘Qui c’è già l’integrazione’, ‘C’è volontà strategica, da parte dei media controllati dalla destra, di creare una cultura del sospetto’.
Io, di solito, faccio parte di quelli che rifiutano l’etichetta. Ultimamente, però, ho la sensazione che questa disputa sia fuorviante. È questa la partita che si sta giocando? Sì Veronetta è un quartiere sicuro/no Veronetta non è un quartiere sicuro?
Uno degli errori che si fanno spesso, parlando del degrado e dell’illegalità diffusa a Veronetta, è mescolare due cose: il degrado e l’illegalità, e i migranti.
Sui media, come si è visto, l’associazione avviene implicitamente. Nel paragonare questo quartiere al Bronx si fa un riferimento all’alto tasso di criminalità che caratterizzava il quartiere newyorkese, abitato principalmente dalla minoranza nera. Si stabilisce un rapporto tra il colore della pelle e la presenza di crimine. È un’accusa a matrice razzista ed è piuttosto grossolano ritrovarla in un servizio realizzato per la televisione pubblica italiana.
A ben vedere la cattiva fama di Veronetta nasce molto prima dell’arrivo delle comunità dei migranti non italiani. Già lo scrittore Arturo Pomello in Verona sconosciuta (1989) dà questo ritratto del quartiere: ‘Le sartine e le crestaie non vi fan difetto, ma v’è più abbondanza di impiegatucci a milleduecento lire, di vecchi pensionati tormentati dalla podagra, di capitani in posizione ausiliaria e di maestri di scuola. Per completare il mosaico vi sono anche ufficiali d’artiglieria, operai delle officine ferroviarie e prostitute’.
Gli anziani raccontano che negli anni ’50 era il luogo dove si raccoglievano i braccianti arrivati dal centro e dal sud Italia, perché accettavano di vivere in una zona della città che aveva fognature a cielo aperto. E dagli anni ’80 si ripropone il modello: confluiscono nel quartiere i flussi migratori dall’Africa, portando persone disposte a vivere in appartamenti non ristrutturati, affittati a poco
La natura di questo quartiere, fino a oggi, sembra essere quella di anticamera del centro: prima dei ponti, nei tempi addietro, venivano ammassati i lavoratori, i braccianti, il personale di servizio, le suore, i soldati; oggi si ammassano gli studenti, i migranti che hanno negli anni trovato lavoro e con loro i negozi di servizi per migranti, i giovani professionisti e ultimi -ma non in ordine di importanza- i residenti.
La situazione si è lentamente evoluta, la condizioni del quartiere, nonostante qualche brutto colpo, sono migliorate continuamente e per molte ragioni. La prima delle quali è lo spirito collaborativo e la volontà di dialogo che contraddistinguono il rapporto tra le comunità. Il territorio di Veronetta è disseminato di un numero incredibilmente alto di associazioni umanitarie, non riscontrabile in nessuno degli altri quartieri. Le associazioni sono spesso no profit e svolgono, grazie alla collaborazione a titolo gratuito degli studenti e degli abitanti, la funzione di mediatori culturali. Solo per citare qualche esempio: Casa di Ramìa, ‘luogo d’incontro per donne migranti e italiane’; il sito di documentazione dei fenomeni migratori Cestim; il cartello ‘Nella mia città nessuno è straniero’, e poi il centro missionario dei padri comboniani, i CAF, e molte molte altre.
I risultati ottenuti da queste associazioni sono apprezzabili e dimostrano la tesi contraria a quella delle rappresentazioni sensazionalistiche e criminalizzanti: il migrante riesce ad essere utile, a inserirsi, a farsi amare da una società, quando gli viene offerta una mano da stringere.
Una notizia che mi ha riempito di gioia è il successo dell’African Summer School, tenutosi a villa Buri, una laboratorio di economia e politica interamente organizzato dall’ASAV (associazione studenti africani a Verona); quei ragazzi sono riusciti a invitare il ministro Kyenge per tenere un discorso introduttivo.

Tuttavia l’espressione ‘non c’è niente di cui avere paura a Veronetta’ non è meno un’iperbole che ‘Veronetta è il Bronx’. Nel quartiere, in questi mesi, si spaccia eroina; poca roba, ma c’è. A spacciare, ad esporsi, sono i più deboli, mentre il mercato è gestito da persone ben protette e con traiettorie che escono dal quartiere. Chi non conosce il mondo delle droghe tende a non accorgersene e sottovalutare i danni che la presenza dell’eroina può fare: un esempio, intacca per prime le persone meno tutelate. Davvero il genitore di un ragazzo ancora senza cittadinanza, nero e in età influenzabile, può dire di non aver nulla da temere a Veronetta?
Negli ultimi tempi, poi, sono insistenti le testimonianze (reali, verificate e verificabili) di street harassment. Lungo via Venti e via San Nazaro si formano crocicchi di uomini di diverse etnie che stazionano a braccia incrociate sulle soglie dei negozi e dei bar. Commenti volgari, cat calling, fischi, schiocchi, sorrisi e attenzioni non sollecitate da parte di un gruppo di maschi fisicamente imponenti, hanno il potere di intimorire, di far sentire a disagio e inferiori alcune ragazze. Si tratta di una vessazione bella e buona, ha che fare con il bullismo e il maschilismo, in certi casi può arrivare anche al contatto fisico, e non c’è ragione per cui si debba tollerare.
Non faccio esempi, perché non voglio propalare aneddoti che potrebbero avere come effetto il razzismo giustizialista, ma può succedere ed è giusto ammetterlo. Può capitare che una ragazza in via Venti Settembre debba chiedere di essere scortata alla macchina.
Questa situazione, gente sui marciapiedi, si inserisce in un problema generale che i locali dei migranti condividono  con i numerosi e chiassosi bar di Veronetta, sulle cui soglie da tardo pomeriggio fino a tarda notte si raccolgono crocicchi di studenti dell’università, sprovvista di un campus. Spesso in giunta comunale la discussione sugli schiamazzi assume i toni moralistici del decoro. Non sta a me giudicare come le persone decidono di divertirsi, tanto più che il problema, secondo me, non è la festa, ma mancanza di una strategia politica per offrire a queste comunità degli spazi dove divertirsi.
Oltre a questo, poco altro. Ed è un po’ troppo poco per gridare, come faceva oggi 27/09/13 la prima pagina de L’Arena, il quotidiano locale, ‘Veronetta, ha paura anche la commissione di sicurezza’. Seguiva un articolo raffazzonato, poco dettagliato, molto allusivo e per niente esplicativo, in cui si dice che ‘la commissione per la sicurezza’ è stata minacciata da qualcuno (non meglio circostanziato) e perciò non si riunisce da Marzo per paura.

I quartieri periferici come Borgo Roma, Santa Lucia, Golosine etc., versano in condizioni sfavorite rispetto a Veronetta. Le forze dell’ordine non riescono ad esercitare lo stesso controllo capillare. Le associazioni che forniscono aiuto arrivano più difficilmente. Nei quartieri più distanti dal centri gli illeciti e il degrado sono più accentuati, senza perciò arrivare sulle prime pagine del quotidiano locale, perché?
Ecco che si delinea la vera partita che si gioca in questi anni a Veronetta. La funzione del quartiere non è cambiata: ospita, oltre agli abitanti, i nuovi arrivati, studenti e migranti e, tuttavia, sta cambiando la natura del quartiere. Nell’ultimo decennio è soggetto a un lento processo di gentrificazione: nell’ex caserma Passalacqua sta prendendo forma un progetto di riqualificazione che vede coinvolta l’università di Verona. Tutta Veronetta è costellata di proprietà bellissime e, in accordo con una strategia comunale e nazionale, sono proprietà pubbliche che potrebbero essere vendute. La parola più frequente associata a Veronetta su Google è ‘vendesi’ e ‘affittasi’.
L’illegalità diffusa in un quartiere anticamera e periferico può essere tollerata ma qui diventa argomento politico da prima pagina. Se osservate bene, sullo sfondo del video del TG1, durante quella commedia del cittadino che addita degli ubriaconi alle telecamere, di quando in quando si vede il giardino di un palazzo. Si tratta del palazzo Bocca Trezza, ex sede dell’istituto d’arte Nani, ora in abbandono, per il quale, si legge sui giornali, si cercano acquirenti.
Le associazioni dei residenti si stanno muovendo per ottenere invece la custodia e, notizia di questi giorni, in parte ci sono riusciti. Me ne congratulo: sono sicuro che faranno un ottimo lavoro e quel palazzo ne ha proprio bisogno. Sarà un caso, però, che questo servizio sia uscito proprio adesso e proprio sullo sfondo di quel palazzo?
Mi sembra un bene che il quartiere migliori, l’università si espanda e gli edifici cadenti riqualificati; tuttavia dipende dal modo in cui saranno fatte le cose e sono propenso a credere che questa attenzione per la sicurezza, sbandierata quando ci sono di mezzo vendite, costruzioni e acquisizioni, dovrebbe essere bilanciata da altrettanta attenzione quando non ci sono tornaconti economici e di potere (suggerimenti: traffico, cementificazione, piste ciclabili).
Soprattutto non trovo etico da parte di chi gestisce il potere, agitare lo spauracchio dell’illegalità e del degrado, alimentando inutilmente conflitti sociali, per attuare la propria azione economico-politica altrimenti indifferente ai temi endemici e strutturali del quartiere.