Street art berlinese, un reportage 4 di 4 (conclusioni)

Nel 2013, da un’agenzia che si chiama ‘Alternative Berlin Tours’ ho comperato un biglietto per un tour guidato ai graffiti della città e, di seguito, potete leggere il meglio di quell’esperienza.


L’ultimo luogo che visitiamo è il cosiddetto ‘Raw Temple‘, uno territorio urbano -all’apparenza capannoni diroccati, terreni incolti, forse dei silos o delle fabbriche abbandonate- che si estende da Warschauer Str. per un paio di chilometri in direzione sud-est.

Negli anni ’90 è stato prima occupato e poi preso in affitto da un gruppo di associazioni che ha trasformato una situazione di rovina nella più grande area ricreativa per adulti della città e con una pianificazione dal basso, partita cioè dal cittadino e non dall’azione politica del municipio: discoteche, bar, ristoranti, scuole di danza e di circo, palchi per la musica. E graffiti. Muri e muri di spazio che si prestano ad essere riempiti, una hall of fame estesa e possibilità per tutti.

Il RAW Tempel,  per altro, ha una storia che rappresenta una delle tendenze in atto in tutta la città: è abitato da ormai vent’anni, ospita ogni sera migliaia di persone e si adopera costantemente per fornire arte, cultura e intrattenimento a basso costo ed ha collaborato a creare l’atmosfera edonista e libertaria che si respira a Friedrichshain, ma ora gli investitori rivogliono i terreni e le associazioni sono sotto sfratto, perché dopo vent’anni, in parte grazie anche al lavoro di queste, i terreni valgono di più e lungo tutta la Sprea fioccano i progetti di riqualificazione con investimenti privati. La storia dell’occupazione e della conseguente disputa con i proprietari è stata documentata dalla reportagista Laura Culot in un interessante documentario dal titolo ‘RAW -Wir sind hier gekommen um zu bleiben’.

60 la fabbrica del pane

La fine del tour è un laboratorio di writing. Ci insegnano a fare uno stencil. Da Warschauer Str. con il tram finiamo nel quartiere di Lichtenberg. Nel mezzo di un quartiere abitativo, lunghe file di alti e tozzi Plattenbau, folte chiome verdi spuntano qua e là, poi si apre uno spazio. Un supermercato con un ampio parcheggio. Altro niente e in fondo l’imponente figura di una fabbrica in mattoni rossi. Assomiglia agli zuccherifici che si trovano ancora in disuso abbandonati in mezzo alla campagna padana.

La nostra comitiva viene condotta all’interno, su per una scala a chiocciola. Un laboratorio con infissi che non proteggeranno nessuno dal freddo. Dentro tre, quattro stanzoni. C’è qualcuno al lavoro in uno. 48 La fabbrica del pane

Quella in cui siamo condotti noi e una stanza con delle lunghe tavole a cui veniamo fatti sedere. Ci consegnano una stampa in bianco e nero, dobbiamo togliere il nero con un taglierino. Il taglierino va tenuto quasi perpendicolarmente al foglio che, altrimenti, si strappa.

Quando ho finito, mi aggiro per le stanze. Un ragazzino con la maschera e le bombolette in mano sta imparando a fare i murales da un writer, sotto la supervisione della madre a braccia incrociate. Mi imbatto nell’altra guida. Posso? Fai pure, dice con un sorriso. Mi racconta che l’edificio è stato acquistato da qualcuno che lo affitta a prezzi bassi: più sotto c’è il laboratorio di un altro artista che sta facendo un lavoro con i vecchi videogiochi da bar. Altre finestre sono illuminate. Non conosce il nome dell’investitore ma i costi dell’affitto sono bassi: uno spazio ideale per qualcuno che si barcamena. Forse la riva della Sprea nel ’95 era così.
Prima di andarmene do la mano ad Adrian; anzi: pugno contro pugno.

Grazie, dico, Gran bell’esperienza.

Es nada, dice lui.

‘Adrian’, dico come soppesando il nome, Però. Che nome strano per uno che viene dagli Stati Uniti.

Dice lui, Perché ho sangue colombiano.

E d’un tratto mi ricordo la sua fascinazione per l’uomo sudamericano di Os Gêmeos. Ma tu guard63 la fabbrica del panea, pensavo mentre prendevo la via del ritorno, come sono strane le cose: Adrian, a proposito del ruolo degli artisti nel processo di gentrificazione della città, potrebbe perfino sembrare un cinico. Sembra dare per scontato che non esiste legame identitario definitivo tra un individuo e un luogo. It’s the globalization, baby.

Ma se c’è una cosa che ho imparato è che esiste un dispositivo globale, Il Sistema, che è responsabile della mobilità della persone e della liquidità del capitale, e quindi anche della gentrificazione, a cui ciascuno di noi in qualche misura contribuisce.  Scagliarsi contro uno solo degli attori per cercare il colpevole di qualcosa in particolare, significa ignorare la vera natura del problema ed affrontarlo in maniera ingenua.

—–

Ti è piaciuto e vuoi continuare a leggere? Di seguito trovi:

parte 1

parte 2

parte 3