Street art berlinese, un reportage (3 di 4)

Nel 2013, da un’agenzia che si chiama ‘Alternative Berlin Tours’ ho comperato un biglietto per un tour guidato ai graffiti della città e, di seguito, potete leggere il meglio di quell’esperienza.

Difficile descrivere l’impatto psicologico dei murales nella linea tra Schlesisches Tor e Oberbaumbrücke per chi non è mai stato a Berlino. I vagoni gialli della metro sfrecciano attraverso le campate in mattoni rossi del ponte. Come grandi scatoloni di cemento i palazzi cambiano continuamente angolatura mentre cammini in mezzo a sottopassaggi, nugoli di biciclette e la corrente frammentaria dei passanti. Poi d’un tratto ti si campa innanzi, alto cinque o sei metri, un gigante con gli occhi vacui, il cui corpo molliccio è costituito da omunculi rosa che si azzuffano l’uno con l’altro e che lui prende a uno a uno per portarseli alla bocca.

Tra le campate di mattone rosso del ponte Oberbaum vediamo aprirsi il nastro fiammeggiante, verde petrolio della Sprea e, sulla riva di Kreuzberg, due fabbriche squadrate. Sulla facciata una figura umana, dal collo alla vita, si sistema la cravatta e ha al polso due enormi orologi legati da una catena d’oro che li fa sembrare un paio di manette. Sull’altra facciata, due figure umane, in posizione speculare, uno a testa in su e uno a testa in giù, tentano vicendevolmente di togliersi la maschera.

Adrian, additandoli, -Una metafora della Riunificazione. Sono opera dell’artista italiano Blu. Blu è arrivato in città e ha fatto i cinque pezzi migliori.

Balza agli occhi il rapporto ‘faccia a faccia’ con il potere. Sono gigantesche. Mica nascoste in un vicoletto, no, no. Posizionate in un punto nevralgico gridano il loro messaggio politico a chiunque. Il Muro è un’arteria di significati che risica questa zona; solo apparentemente in smantellamento, scorre trecento metri più in là. (Blu stesso ha cancellato i murales, vedi qui. n.d.a.)

Os GêmeosIl mirror che ad Adrian piace di più è il murales gigante del duo a brasiliano Os Gêmeos, presente sulla fiancata di una casa appena fuori dalla fermata Schlesisches Tor; per qualche motivo sembra appartenergli.

-Rappresenta un umano tipicamente sudamericano, -ci dice, -Si vede dai tratti somatici. Dal colore giallo della pelle. Le dita allungate delle mani. Le sopracciglia folte. Il bottone al taschino della camicia fatto a maschera di lottare di luchalibre. Una volta aveva anche le scarpe. Anzi forse le scarpe erano la parte migliore, -dice indicando la nuvola di tag che adesso gliele copre completamente, -E qualcuno potrebbe dire che è segno di poco rispetto. Invece secondo me, in una cultura opportunista e indisciplinata come quella della Street Art è un segno di rispetto, – mani sulle stringhe dello zainetto, sorride con un certo compiacimento, -Ci prendiamo solo i piedi. Ti lasciamo il resto.

Riesco ad avvicinarlo mentre affrettiamo il passo verso Revaler Str. Oltre il parapetto la lingua di niente che una volta era il Muro. Scavatori. Gru. Le rotaie della Straßebahn. I casermoni di Friedrichshain in avvicinamento.

-Tu, personalmente, sei un writer?

Scuote la testa, -Faccio il gallerista. Non solo quello. Devo fare anche altri lavori, -allarga le braccia in maniera significativa,-Ma fare il gallerista è il modo in cui partecipo alla cosa.

-Lo sai che sensazione mi dà?, -dico forse senza accennare allo spazio brullo tra la Sprea e le prime case, -Che ci sia posto per fare cose. Una sensazione che a Milano non provi. Tanto meno a Verona.

Adrian mi lancia un’occhiata di traverso -Vero, -dice. Nel rivelare i miei riferimenti devo sembrargli provinciale e ingenuo, ma non m’importa. Sorrido, -Hai mai sentito quella teoria per cui artisti e gentrificazione sono collegati? Sai l’idea che gli artisti vanno in un luogo depresso e sono i pionieri di una riqualificazione.

-Oh, sono collegati, senza dubbio, -la spalla di Adrian ondeggia a fianco della mia. Marea di gente in senso contrario. I casermoni di Freidrichshain in avvicinamento, -Ma il problema non è l’arte. Il problema è il sistema. Succede in tutto il mondo. Chi ha un capitale diventa più ricco. Chi è povero diventa più povero.

-Sì, -dico, -Questo è vero. Però…

-Ci sono due tipi di artisti, -dice lui, -quelli che lavorano perché credono in quello fanno, nelle proprie idee, e del resto se ne fregano. E ci sono quelli che lavorano per vendere. E qui si fa un gran parlare di vendere.

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Nel dialogo artistico della capitale tedesca, in effetti, il tema della gentrificazione non sembra affatto affiorante: è completamente emerso, le sue sfaccettature sono discusse, conosciute, e il modo complesso in cui la liquidità del capitale opera e attraverso quali attori è descritta, per esempio, da uno splendido murale sulla fiancata di un container: un carro armato spara un mucchio di bottiglie di birra, su cui sguazza un giovanotto che con una mano agguanta una bottiglia e con l’altra abbraccia una ragazza con le calze a righe, che lo ha uncinato.

A direzionare la gittata del carro armato è l’omino del Monopoli, i cui occhi sono coperti dalle mani un robot: eccolo, il Sistema. Ed ecco un altro degli attori: il turista. Il pezzo, ironicamente, è collocato in un lotto urbano di proprietà privata, a un livello più basso della strada, ai nostri piedi. Un terreno comperato da un investitore francese, ci spiega. Un artista che ne ha fatto un laboratorio d’arte/lounge bar. Sdraio, panchine, dove rilassarsi all’ombra degli alberi. Muri che fungono da espositori.

Adrian, forse rispondendo alle obiezioni che non ho espresso, -Va di moda tra gli artisti una specie di pigro attivismo, per il quale si individua il colpevole una settimana nel McDonald’s, una settimana dopo nei turisti, e la settimana dopo ancora nelle discoteche. E dopo che abbiamo chiuso il McDonald’s, mandato a casa i turisti e chiuse le discoteche?