Quello che la scrittura deve alla famiglia.

On One’s Writer Beginnings è un’opera della tarda maturità: Eudora è nata a Jackson, Mississippi, nel 1909 ed è deceduta nel 2001. Questi tre racconti autobiografici, usciti per Minimum Fax nel 2011, vanno datati aprile 1983. Sono nati dal materiale raccolto per un ciclo di tre conferenze tenute a Harvard e sollecitate dell’università stessa per il corso di postlaurea in storia della civiltà americana. Racconto familiare, educazione dei sensi e mestiere di scrivere sembrano essere fili strettamente intrecciati, che l’autrice dipana attentamente nel rispondere alla domanda:«Come sono diventata la scrittrice che sono?».

La facoltà di scrivere storie, secondo Eudora Welty, è frutto di una lenta educazione all’ascolto e alla capacità di guardare, appresa nell’ambiente familiare. Nel primo racconto, Ascoltare, L’autrice rintraccia  l’influenza dei suoi genitori nella sua iniziazione alla lettura, dapprima illustrando i titoli che trovò nella casa della sua infanzia, e nel fare questo ricostruisce una mappa dei libri di testo negli Stati Uniti del sud negli anni ’20. In un secondo momento, passa dai libri alle persone che li possedettero e la incoraggiarono a leggerli. La madre passionale e innamorata a tal punto dei romanzi di Dickens, Scott, Stevenson, da anteporre durante un incendio il loro salvataggio al proprio. Il padre, fiducioso invece nell’utilità pratica della conoscenza, fornì alla piccola Eudora enciclopedie, sussidiari e un atteggiamento di curiosità e precisione verso il funzionamento del mondo. L’ascolto, educato dalle letture ad alta voce della madre, ha contribuito a formare la sua voce interiore di scrittrice:

…Da che hanno letto per me ad alta voce, e poi ho cominciato a leggere da sola, non c’è mai stata una riga di testo che io non abbia sentito. Mentre gli occhi la seguivano, una voce me lo recitava in silenzio. Non è la voce di mia madre, né di un’altra persona nota e indentificabile, e certo non è la mia. È umana, ma interiore, ed è interioramente che io l’ascolto: per me è la voce stessa del racconto o della poesia. La cadenza, ciò che è lì a chiederti di credere, la sensazione che abita nella parola scritta, giunge a me attraverso questa “voce che legge”. Immagino, ma non l’ho mai accertato, che sia così per tutti i lettori -si legge ascoltando- e anche per gli scrittori: ascoltando si scrive, e l’ascolto potrebbe essere parte del desiderio di scrivere. Per me il suono di ciò che cade sulla pagina dà inizio al processo di convalida della verità. Non so se faccio bene a fidarmi tanto; ma a questo punto non so più se potrei fare una delle due cose, leggere o scrivere, senza l’altra.

Dopo aver descritto l’ambiente familiare protettivo in cui è nata e cresciuta, l’autrice racconta come questa educazione a tendere l’orecchio sia diventata nella sua infanzia una chiave di interpretazione del mondo: ascoltando le conversazioni telefoniche della madre, cercava di capire cos’era successo. Ascoltando i pettegolezzi della donna di colore che faceva i mestieri in casa, veniva a conoscenza del mondo fuori dalle mura domestiche. Incidentalmente, questo atteggiamento di “ricerca della verità” tipico dei bambini, che corrisponde a un tentativo personale di decifrare il “segreto del mondo”, la portò a fare dolorose scoperte incidentali. Il giorno in cui fece a sua madre la domanda, come nascono i bambini? Lei per non rispondere all’imbarazzante quesito, si lasciò sfuggire che vi era stato un altro figlio, prima di lei, morto alla nascita. L’importanza del senso dell’udito nell’arte di raccontare storie, alla luce di questo ultimo fatto,  alla capacità di saper ascoltare:

Alla fine l’istinto -l’istinto drammatico – mi avrebbe condotta sulla strada giusta per un narratore: la scena era sempre irta di indizi, segnali, suggerimenti e promesse di cose da scoprire e imparare sugli esseri umani. Dovevo crescere e imparare a tendere l’orecchio al non detto, oltre che al detto; e per conoscere la verità, dovevo anche saper riconoscere la menzogna.

Se nel primo racconto la riflessione e il racconto vertono sul senso dell’udito, il secondo è incentrato sul senso della vista. Imparare a vedere. La cornice narrativa è l’usuale viaggio di visita alla casa dei nonni materni e paterni da Jackson, Mississippi, fino in West Virginia, passando per l’Ohio, e diventa l’occasione per risalire la storia delle proprie origini col racconto delle figure dei nonni e dell’incontro tra le famiglie di sua madre e suo padre. Sono interessanti le parole sul viaggio. Questo particolare  tipo di esperienza ha la forma di una storia conchiusa in sé, perché è dotata di direzione, moto, sviluppo, cambiamento e conduce verso una rivelazione.

Con finezza psicologica, l’autrice si sofferma sul significato dello sguardo dei suoi familiari. Nel ricordare ciò che le venne raccontato di suo nonno materno, per esempio, l’autrice sottolinea che sua madre probabilmente non riuscì mai a vederlo con occhi diversi da quelli di una ragazzina, perché il nonno morì giovane

“…e tutto ciò che di lui fu trasmesso a me è quella visione infantile e immodificabile, per metà sogno adorante e per metà brutale ricordo della sua morte: quella parte della sua vicenda terrena che solo mia madre poteva raccontare”.

L’indagine sul valore di uno sguardo viene ricondotta anche alla nozione di tempo. Di fronte a un vecchio carillon appartenuto a suo padre, lo sguardo diventa un movimento indietro nel tempo:

“adesso volo lo sguardo all’indietro, o forse l’udito, e mi sembra che possibile che il suono di quella musica rarefatta, tanto esangue, spettrale alle mie orecchie infantili, fosse il solo che gli aveva fatto compagnia in mezzo quel gran silenzio di campagna, in mezzo a tanti adulti fra i quali lui era l’unico bambino”.

Pare che lo sguardo si muova sempre in direzione di  una visione d’insieme, un momento in cui si riesce ad abbracciare il senso complessivo di una vicenda o di una storia: il momento della rivelazione.

“I fatti della nostra vita accadono in successione nel tempo, ma in termini di significato personale trovano un loro ordine, una sequenza che non è -forse non potrebbe essere- necessariamente cronologica. Il nostro tempo soggettivo è spesso la cronologia propria dei racconti e dei romanzi: è il filo continuo della rivelazione”.

Il terzo racconto si intitola “Trovare una voce” e in esso si racconta l’affrancamento dell’autrice dalla propria famiglia. Rispetto al racconto precedente che si chiude col viaggio con i fratelli e i genitori verso la casa dei nonni, qui l’autrice racconta i suoi spostamenti solitari prima verso il college, occasione per raccontare la propria crescita emotiva e intellettuale, e poi verso New York, dove vuol tentare la professione di scrittrice. La forma narrativa del viaggio di pagina in pagina sembra crescere di importanza e ammantarsi di significati. Fra tutti, il viaggio come conoscenza del mondo: La connessione tra viaggio, vista e tempo viene intrecciata e approfondita con una riflessione sulla pratica della fotografia:

“facendo foto di gente in circostanze di tutti i generi ho appreso che ogni sensazione è in attesa del suo gesto; e che dovevo essere preparata a riconoscere quel momento, quando lo vedevo”.

In particolare viene tracciata una differenza tra un singolo scatto e una sequenza; dalla singola inquadratura non può che scaturire un significato parziale, momentaneo, mentre la sequenza di inquadrature legate da un rapporto di causa -effetto riesce a restituire un senso del mondo complesso

…Scrivere racconti e romanzi è un modo di scoprire la sequenzialità nell’esperienza, di cogliere il principio di causa ed effetto negli accadimenti delle nostre vite di scrittori. O così è stato per me. Pian piano emergono i legami. Come lontani punti di riferimento ai quali ti vai avvicinando, causa ed effetto cominciano ad allinearsi, a ridurre le distanze; le esperienze dai contorni troppo vaghi per poter essere riconosciute si allacciano ad altre e vengono identificate in una cornice più ampia. E d’un tratto una luce balena all’indietro, come quando il treno fa una curva, e ti mostra che alle tue spalle, sulla strada da cui provieni, cresceva una montagna di significato e ancora sta crescendo, un significato manifesto ora che lo si vede in prospettiva[6]

 Pare che il rapporto tra vita interiore e mondo esteriore sia il nocciolo della questione; la narrativa è un sentiero personale che per osservazione, e immedesimazione?, la porta a conoscere e interpretare il mondo esterno:

L’albero di bottiglie che compare nella vicenda è una proiezione della mia fantasia; non è quello vero, salvo il fatto che è tarato sulla realtà. L’occhio narrativo vede dentro, oltre, intorno a quello che esiste davvero.

Il racconto Morte Di Un Commesso Viaggiatore è la storia di un uomo che si avvicina a una delle case del Mississippi per guardarci dentro. Vi è un simbolo che unisce udito, vista, rivelazione e sequenzialità, e viaggio interiore volto a scoprire il mondo esteriore, e l’autrice gli dà il nome di confluenza:

…é il nostro viaggio interiore a portarci a condurci attraverso il tempo -in avanti o all’indietro, di rado in modo lineare, più sovente in un vortice. Ciascuno di si muove, cambia rispetto agli altri. Nello scoprire, ricordiamo; nel ricordare scopriamo; e questa sensazione si intensifica al massimo quando i nostri viaggi personali convergono. L’esperienza di vita che facciamo in quei punti d’incontro è uno dei campi narrativi più sovraccarichi. Ora sono pronta a usare la meravigliosa parola confluenza, che esiste in un tutt’uno come realtà e come simbolo. Per me come scrittrice è l’unico simbolo dotato di un qualche peso, perché rende testimonianza del modello, o di uno dei principali modelli, dell’esperienza umana[7].

Come sono diventata una scrittrice, Minimum Fax 2011-Traduzione Isabella Zani


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