Deborah Willis, Svanire

Ci sono voluti sette anni per scrivere i racconti di Svanire, un bel volume pubblicato da Penguin canadese nel 2009 e tradotto in Italia nel 2012, da Anna Baldini e Paola Del Zoppo per Del Vecchio editore. Alcuni di questi racconti sono bellissimi. Mi colpisce un tratto biografico di Deborah Willis, trent’anni, nata a Calgary, Alberta, che la accomuna ad Alice Munro: prima di ricevere un assegno come scrittrice residente dall’università di Calgary, anche lei ha fatto la libraia.
Lo scrittore Jim Bartley su Internazionale (976, Novembre 2012) dice che il tema di questi racconti è ‘la mutevolezza dell’amore, la sua malleabilità’. Può darsi. A me sembra che il tema continuamente declinato in questo libro, spesso mescolato a quello dell’amore, sia più specifico: come si ricompone un’unità dopo che qualcuno ha spezzato un legame, una relazione? Qualcuno se ne va o viene meno e questo fatto è osservato con gli occhi ora di chi è abbandonato ora del fuggitivo e altre volte da chi è semplicemente lì nei paraggi.
Nella croupier di un casinò, un dottore rivede la moglie recentemente scomparsa. Un cowboy vedovo è sedotto dall’amica adolescente della figlia, che indossa i vestiti della moglie. L’abbandono sembra rendere cieche le persone, le dispone a sostituire il loro perduto soggetto d’amore con qualcun altro pur di ritrovare l’equilibrio. O forse i personaggi di Svanire non cercano nemmeno di ritrovare un equilibrio, seguono l’entropia delle relazioni umane, si adeguano al ruolo imposto dalle situazioni che a volte sbocciano in combinazioni miracolose, come la piccola comunità costituita da Lise, Karen e Lawrence in Quest’altro noi: Karen se ne va, Lise riesce a mettersi nei panni della ragazza di Lawrence, trova naturale smetterli al ritorno dell’amica.
L’espediente dei vestiti è usato spesso. In questa raccolta di racconti ogni tanto c’è qualcuno, una donna adolescente di solito, che fruga in un armadio, trova i vestiti di un ‘altra e se li mette. Sembra una forma di seduzione e un desiderio di cimentarsi con un vita diversa.
La spinta per il racconto sembra nascere dal desiderio di rivivere, ricordare, decostruire e ricostruire nella memoria i fatti di una vita, provato da uno dei personaggi o dal narratore. La tecnica del montaggio viene preferita al piano sequenza; tutti i racconti sono giocati sulla scomposizione e l’intreccio di piani narrativi e il senso spesso scaturisce dalla loro giustapposizione: qualche volta sono alternati i punti di vista di due personaggi, altre il passato e il presente. Questa forma di narrazione trova la sua realizzazione più audace nel racconto Presa, dove ogni blocco di testo inizia con ‘forse’ e racconta un possibile modo in cui la protagonista immagina che il marito possa scoprire la sua relazione clandestina.
La lingua della traduzione in italiano, a cura di Anna Baldini e Paola Del Zoppo, sembra il risultato di un compromesso, tanto che le curatrici hanno ritenuto di concludere con un glossario dei termini non immediatamente comprensibili al pubblico italiano, tra cui figurano parole ebraiche, come ‘kaddish’, e nomi di band come Minor Threat o Bad Brains. Secondo me è una buona traduzione, che mantiene a fuoco personaggi, luoghi e dialoghi nonostante perda inevitabilmente il suono della lingua originale. Forse concede troppo all’inglese, preferendo il termine originale quando esiste il corrispondente anche nella nostra lingua, per esempio ‘flip-flop’ per ‘infradito’. Immagino, però, che sia una strategia per accorciare le distanze.