Postumo -Jeffrey Eugenides

[Sul New Yorker esce l’adattamento di un discorso di Jeffrey Eugenides per i vincitori del 2012 del Whiting Award]

Seguire le mode letterarie, scrivere per soldi, censurare i tuoi veri sentimenti e pensieri o adottare idee perché sono popolari, costringe uno/a scrittore/trice  ad abbandonare le motivazioni originali che l’hanno portato/a a scrivere. Quando avete cominciato a scrivere, alle superiori o all’università, non era certo per il desiderio di essere pubblicati/e, o avere successo, oppure ricevere un premio bello come quello che ricevete stasera. Era per rispondere alla meraviglia e all’umiliazione di essere vivi. Ricordate? Avevate quindici anni, era inverno e stavate in piedi sull’argine di un fiume. Blocchi di ghiaccio andavano alla deriva seguendo la corrente. Il naso vi colava. Il vostro berretto di lana sapeva di cane bagnato. E il vostro cane sapeva di cappello di lana, era difficile distinguere. E mente eravate in piedi là davanti, un imperativo si comunicava a voi. Qualcosa vi diceva di fare attenzione. Voi, i testimoni designati, voi, speciali adolescenti onniscienti, in scarpe da tennis nella neve contrariamente agli ordini di vostra madre. Solo allora il sole fece capolino da dietro le nuvole, rivelando che ogni ramoscello era incapsulato nel ghiaccio. Il mondo intero un candelabro di cristallo che sarebbe andato in frantumi se solo aveste fiatato, perciò eravate in silenzio. Perfino il cane sapeva di dover star buono. E la bellezza del mondo in quell’istante, il maestoso avanzare del ghiaccio sul fiume, come l’avanzare del pensiero nella vostra testa, vi sopraffaceva, riempendovi di un desiderio soltanto, andare a casa e scriverne immediatamente.

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