Come fanno le domande i cani?

A Feistritz im Rosental, in Austria, mi sono dedicato all’arte di andare a passeggio per i boschi. Prendevo la macchina fotografica e seguivo la strada e, non appena c’era uno sterrato che si buttava nel bosco, svincolavo; tutto scodinzolante mi accompagnava il pinscher del padre di Miriam. Io e questo cane siamo sempre stati amici ma durante questa trasferta in Carinzia lo siamo diventati ancora di più.
Non direi di essere un fotografo, però armeggiare con la macchina fotografica mi piace e mentre camminavo mi lasciavo guidare dal piacere di percepire con attenzione i colori bianchi e azzurri della neve e delle montagne, il suono dei ruscelli che serpeggiavano tra i cumuli di fogliame rosso, le geometrie casuale dei fusti neri degli abeti e, tra me e me, pensavo che una buona fotografia, almeno nel senso rudimentale che può avere per me, fa esattamente questo: restituisce allo spettatore lo stesso piacere, per gli occhi ma non solo per gli occhi, che il fotografo ha provato.
Ovviamente, anch’io ero consapevole, con la macchina fotografica in mano, di far ragionamenti discutibili; il cane ora un passo più avanti ora uno più indietro, quando, a una cinquantina di metri più a monte, in cima a una parete di roccia da cui zampillava un gelido ruscello, vidi delle stalattiti di ghiaccio. Sembravano, messe così, una vicino all’altra, la dentiera di un vampiro. Non ci pensai due volte, fischiai al cane, scesi sul letto del ruscello, deciso a seguirne il corso fino alle rocce, per catturare quella strana forma della natura.
Ma non appena appoggiai il piede su quello che pareva un cumulo di foglie, sprofondai fino al polpaccio in una specie di terriccio umido e immediatamente l’acqua gelida mi invase lo stivale di pelle fino alle punte delle dita. Feci un balzo all’indietro e nel tentativo di togliermelo prima che si inzuppasse, saltellavo imprecando con uno stivale in mano, un corvaccio gracchiante in mezzo a tutta quella neve. Il cane intanto mi osservava con la testa leggermente inclinata, gli occhi sgranati e le orecchie dritte. Quando mi sedetti, corse da me e mi aggirò due o tre volte con la zampina posteriore evidentemente alzata.
Il primo pensiero fu che si fosse ferito senza che io me ne accorgessi, una scheggia o qualcosa, perciò lo feci sedere e gli accarezzai la zampa per vedere se aveva dolore. Scodinzolava, invece, e alzava la zampa destra anteriore per ‘darmi il cinque’, come gli è stato insegnato a fare quando è felice. Mi alzai. Si alzò anche lui. Fece una corsa in direzione di casa. Lo richiamai facendo attenzione, con i pugni sui fianchi, alla gamba in movimento. Stava bene. Eppure prima l’aveva evidentemente alzata; di questo sono sicuro: non me lo sono mica sognato.
Perché l’aveva alzata? Cosa voleva dirmi? M’è venuto da ridere a pensare che non voleva dire, voleva chiedere. Voleva chiedermi se mi ero fatto male. Gli accarezzai per bene la testa, -Bravo cane. La risposta è ‘Ti sei meritato una salsiccia’.

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