Quando il treno esce dalla stazione e il cielo lattiginoso invade il finestrino

Il gioco viene interrotto sul più bello, quando il treno esce dalla stazione e il cielo lattiginoso invade il finestrino. Sbattendo gli occhi osservi scorrere i treni in sosta, gli edifici ferroviari, i palazzi di edilizia popolare tra Greco e viale Monza. Non ti eri mai accorta che, dalla stazione centrale, i binari puntano verso nord, e per andare a sud bisogna fare il giro di mezza Milano. Per te era solo l’attraversamento di una palude urbana, la faticosa rincorsa prima di prendere velocità in campo aperto. Adessi invece riconosci i luoghi. Il ponte di via Padova, Lambrate, l’Ortica. Le torri della periferia logorate dal  tempo, il giallo e il rosso sbiaditi verso un’uniforme tinta militare. I balconi incolonnati uno sull’altro, addobbati per la tua partenza, da cui ti dicono addio eroici scaldabagno e lavatrici, stendibiancheria sghangherati, pinate d’appartemento rosicchiate dai parassiti, gabbie di criceti e canarini che ora corrono a vuoto e cinguettano nell’altro mondo, bambole zoppe o decapitate o rasate a zero, accantonate da bambine cresciute, armadietti stracolmi di federe nuziali e lenzuola ridotte a stracci, elettrodomestici che  ai loro tempi avevano varcato la soglia come prodigi della tecnologia, e ora sono soltanto un ingombro che nessuno sa dove buttare. Poi la vista ti si appanna o  è il  tuo fiato che fa condensa sul finestrino. E solo quando te ne vai  ti accorgi che le vuoi bene,  a questa morsa nello stomaco che è  la tua città d’inverno.

[Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero, Minimum Fax 2o12]