Berlino, Berlino, cos’hai in serbo per me?

La via dei bar nel mezzo di Berlino. Ti arriva incontro subito, scendendo dall’aeroporto di Tegel. Inizia più o meno dove Chausseestraße diventa Friedrichstraße. Uno slargo tra due file di casermoni grigi, possenti fabbriche di mattoni rossi, finestroni protetti da inferiate. Una lingua d’asfalto percorsa dalle cicatrici su cui si muove la ferrovia urbana. I fili del tram come traiettorie d’uccello congelate in volo. Si vede la cupola d’oro della Vecchia Sinagoga?

Appena sopra l’aureola verdastra dell’inquinamento luminoso, svetta la Torre Della Televisione della travolta Repubblica Democratica Tedesca. Una capocchia di spillo, vista da lì. 365 metri d’altezza in realtà. Era importante quando Germania e resto del mondo erano divisi tra comunisti e capitalisti. Mica solo un organo di partito. Era l’epicentro delle trasmissioni televisive e radiofoniche della propaganda contro la degenerazione dei costumi occidentali. Era un razzo sovietico puntato contro il cielo, sulla cui punta signoreggia una boccia sfaccettata come un prisma, una palla da golf d’acciaio, e sopra un pennone a righe bianche e rosse.

Ci hanno fatto un ristorante, là in cima, ma in verità, a te, italiano, quelle luci rosse e bianche in fila una sopra l’altra, suscitano romantiche fantasie di destino. Ti sembra una lampada magica. Da accarezzare con lo sguardo, quando spunta sopra i tetti indicandoti Alexanderplatz con la precisione di una bussola. La strofini con gli occhi mentre neanche ti accorgi di pensare Berlino, Berlino, cos’hai in serbo per me?

È l’una di un lunedì notte, o di un martedì mattina, e la strada ti viene incontro a folate, folate di jazz, folate di sigaretta, folate di urina e feci, speriamo canine, folate di cibo da strada, folate di schiamazzi. Ti vengono incontro vecchi con in mano una bottiglia di birra, giovani con in mano una bottiglia di birra, uomini di mezza età con in mano una bottiglia di birra. Su ogni lato della strada, a malapena interrotta dagli incroci, la trafila sterminata di bar, cocktail bar, lounge bar, topless bar, ristoranti falso indiani, falso italiani, falso vietnamiti, falso cabaret berlinese degli anni ’20.

Il tuo sguardo è attirato dalla facciata di un casermone imbrattato di tag, fasciato dai cartelloni che reclamizzano questo o quell’artista. Da qualche parte hai letto che quello lì è il Tacheles Kunsthalle, una centenaria fabbrica berlinese, oggi atelier d’arte libera, stravagante casa occupata da artisti punkabbestia, pagano un minimo di affito al comune, ma è fra le ultime sopravissute alla smania di ricostruzione, un tocco di autenticità che piace ai turisti e fa salire gli affitti e la quotazione del quartiere nelle agenzie immobiliari.

Qualcosa gira su uno spiedo e sfrigola, non hai mangiato, e ti rivolgi ad un furgone scalcagnato con il tettuccio apribile da cui come dei festoni di edera scendono anacronistiche lucette natalizie. Consulti la lista dei vari Bockwurst, Wienerwurst, Weisswurst, Bratwurst, Currywurst, Berliner, Berlin Kindl, Rothaus, cercando di capire di cosa hai fame.

Lo sguardo della donna grassa dietro il banco ti fa sentire inadeguato, ti mette in ansia da prestazione, perciò ordini un wurstel con senape e panino per 1, 80 €. Il donnone te lo serve su un vassoio di carta che appoggia sul posaspiccioli della Cocacola. Non ti accorgi del vassoio di carta, afferri posaspiccioli e tutto e ti dirigi come niente fosse verso un tavolino senza capire per quale motivo le persone dietro di te scoppiano a ridere e la donna borbottando mette un altro posaspiccioli sul bancone. Dai, sei un turista, chi vuoi prendere per il culo?

Mentre mangi e guardi il viavai sguaiato non riesci a fare a meno di pensare che per questa gente divertirsi è un lavoro. Un rutto moralista che ti viene su dalla cultura del darsi da fare. Lo sai, ma non hai ancora metabolizzato, che sei a Berlino, sei da solo, e finalmente sei tu a decidere cosa va bene per te.

Riprendi a camminare. Una mignottina bionda ossigenata, il corsetto stretto fino a far sembrare il vitino uno stelo di margherita, dal buio fa un passo avanti: ei dolcezza, da quale sperduto paesino vieni? Hei, guardami! Perché scappi?, dice lei strizzandosi le tette. Hai paura di queste?

(2009)