Perché preferiamo i romanzi ai racconti

Nell’ultimo mese ho inviato agli scrittori che conosco la seguente mail: “Se hai tempo vorrei sottoporti due domande letterarie a risposta facile e, se sei d’accordo, se rispondere ti aggrada, intenderei citare le tue risposte all’interno di un post nel mio blog. Le domande sono: 1) quali sono le cinque raccolte di racconti italiani che ti sono piaciute di più negli ultimi vent’anni, trent’anni (la prima che prendo in considerazione è ‘Altri Libertini’ e per raccolta di racconti, intendo inequivocabilmente una raccolta, non un’antologia, né un romanzo mancato o una collezione di pezzi disparati). 2) Perché in Italia si preferisce la forma ‘romanzo’ alla forma ‘raccolta di racconti’?”. Nel pubblicare le mail di chi mi ha risposto, vorrei ringraziare: mi rendo conto che non citerò come promesso, di fatto pubblicherò interamente  le risposte. Perché, nel rispondere alle domande, si é parlato in modo interessante di progetti editoriali, editoria digitale, marketing, l’attuale situazione della cultura del libro. Alla fine, dopo le interviste, si trova anche una lista (tutt’altro che esaustiva in rapporto alle reali pubblicazioni) dei titoli in cui mi sono imbattuto, ho la speranza che possa servire a qualcuno come sentiero di caccia. Un bel po’ di libri, tutti molto interessanti, purtroppo più di uno è irreperibile perché esaurito e non in ristampa. Se qualcuno nei commenti vuole lasciare qualche altro titolo, aggiornerò la lista con piacere. I risultati di questa ricerca hanno portato sugli scaffali della mia biblioteca una ventina di nuovi titoli, alcuni usati, altri nuovi, e ancora altri sono in arrivo: nell’osservare la pila di questi libri degli anni ’80, ’90, ’00 e ’10 mi sembra di vivere nel futuro postatomico presagito da Philip k. Dick e Ridley Scott in Blade Runner, quando tra gli umani nella San Francisco del 1992 si considera prestigioso possedere pecore vive; esistono anche le pecore androide, per venire incontro a chi non ha grandi risorse monetarie, ma niente è come una pecora viva, vera. Nell’osservare la mia pila di libri, in tempi di ebook, metto i pugni sui fianchi e non riesco a trattenere il sorriso che doveva avere il cacciatore di taglie Rick Deckard, nell’ammirare il suo bell’animale domestico.

[Carola Susani, scrittrice ]

1) Altri libertini, Le birre sonnambule di Marco Papa; Il male naturale di Giulio Mozzi; La vita degli adulti di Claudio Piersanti; Christian Raimo, Latte; Superwobinda, di Aldo Nove; La manutenzione degli affetti, di Antonio Pascale; Caterina sulla soglia di Susanna Bissoli. Però anche Mari, Mancassola, Cognetti. Molto difficile, scopro. E non riesco a metterli in ordine gerarchico. Ma penso sia un bene.

2) Credo che il racconto sia un genere da lettori forti. O lo sia stato fino ad ora. Lettori appassionati della forma. Mentre il romanzo sembra più accogliente, più incantatore. Si suppone che abbia una trama, che sia magari avvincente e che possa risucchiare anche i lettori di non molti libri, o i lettori di genere, quelli meno appassionati di questioni formali. Probabilmente l’ebook scompaginerà o sta già scompaginando queste forme a cui ci siamo abituati. Poi non è solo in Italia, anche all’estero preferiscono pubblicare romanzi, mi sa.

[Silvia Pareschi, traduttrice, blogger]

1) Mosca più balena di Valeria Parrella; L’ubicazione del bene di Giorgio Falco; Casa d’altri di Silvio D’Arzo.

2) ‘Tu dici che “in Italia” si preferisce la forma romanzo alla forma raccolta di racconti. È vero, ma non vale solo per l’Italia. Negli Stati Uniti la situazione è identica. Certo, ci sono autori che pubblicano esclusivamente racconti (penso alla canadese Alice Munro e alla statunitense Amy Hempel, per esempio), ma in generale gli editori non amano pubblicare racconti perché “non vendono”, e spesso impongono agli autori contratti per due o tre libri nei quali, se il primo è una raccolta di racconti, gli altri dovranno necessariamente essere romanzi. E gli autori che pubblicano racconti si sentono sempre chiedere: “A quando il romanzo?”

L’epoca d’oro del racconto è finita anche in America, insomma, soppiantata dalle esigenze di marketing che vogliono il romanzo più “appetibile” per i lettori. Ho parlato spesso con scrittori che si lamentano di questa situazione, anche perché romanzo e racconto sono due forme completamente diverse, e chi eccelle nell’una non è detto che riesca bene anche nell’altra. Mi sono anche chiesta – e non solo io, naturalmente – il motivo di questo pregiudizio nei confronti del racconto. Gli editori reagiscono semplicemente ai gusti dei lattori, oppure, pubblicando meno racconti e puntando meno sul loro successo, sono loro stessi che allontanano i lettori dalla forma racconto? Io propenderei per la seconda ipotesi, anche perché il successo di un’autrice come Munro dimostra che i lettori sono decisamente pronti e disponibili ad apprezzare le raccolte di racconti.

[Anna Mioni, traduttrice, agente letterario]

1) Tieni conto che ho ripreso a leggere italiani a tempo pieno solo da poco: prima, per motivi legati alla professione di traduttrice, e  di mancanza di tempo dovuta al doppio lavoro (ho fatto anche la bibliotecaria, per 13 anni), ho letto quasi solo stranieri. Altri libertini di Piervittorio Tondelli; Pecore vive di Carola Susani; La mente e le rose di Simona Castiglione; Mosca più balena di Valeria Parrella; Il mondo senza di me di Marco Mancassola.

2) Perché in Italia si preferisce la forma romanzo alla forma raccolta di racconti? C’è una deformazione da parte degli addetti ai lavori, che danno per vero il luogo comune “i racconti non si vendono”, quindi cercano di non pubblicarne, per non rischiare l’insuccesso. Questo mi sembra il motivo principale per cui si crede che gli italiani preferiscano i romanzi. I lettori invece, soprattutto quelli “forti”, amano i racconti e li leggono con avidità, non a caso sostengono anche le varie riviste di racconti che sono nate in questi anni, in rete e su carta. Sono i lettori “deboli” a preferire, per pigrizia, la forza di intreccio di un romanzo, che è più facile da seguire e più simile all’intrattenimento puro offerto da televisione o videogiochi. Ma è proprio la smania di inseguire i lettori deboli (e per definizione infedeli) che sta rovinando l’editoria italiana. Spesso i lettori forti non trovano in libreria quello che vorrebbero leggere. Chi ha orecchie per intendere…

[Giulio Mozzi, scrittore]

1) Marco Lodoli, “Grande Raccordo”; Giorgio Falco, “Pausa caffè”; Laura Pugno, “Sleepwalking”; Giuseppe Pontiggia, “Vite di uomini non illustri”; Paolo Cognetti, “Manuale per ragazze di successo”.

2) Non ne ho idea. Di una cosa sono certo: non è una preferenza degli editori; è proprio una preferenza dei lettori.

[Paolo Cognetti, scrittore]

1) Michele Mari – Tu, sanguinosa infanzia; Erri De Luca – In alto a sinistra; Valeria Parrella – Mosca più balena; Giuseppe Pontiggia – Vite di uomini non illustri; Francesco Piccolo – Storie di primogeniti e figli unici

2) Non penso sia un problema italiano. Ho incontrato editori tedeschi e olandesi che mi hanno detto: ci piace come scrivi, ma non pubblichiamo racconti; se fai un romanzo ti traduciamo. Ho parlato anche con persone che leggono moltissimo e che mi hanno detto: a me i racconti non piacciono, io leggo solo romanzi. Dunque pare che siano i lettori a preferire il romanzo ai racconti, e che gli editori si adeguino di conseguenza. Perché succede così? Non ho risposte certe. Penso che per moltissimi l’esperienza della lettura sia legata alla forma romanzo, cioè a una storia e a un personaggio che ti accompagnano per molto tempo. Con un racconto non fanno in tempo ad affezionarsi e immedesimarsi, due sentimenti fondamentali nell’esperienza del lettore.

[Piersandro Pallavicini, scrittore]

1) Altri libertini di Tondelli; L’amore degli adulti di Claudio Piersanti; Woobinda di Aldo Nove; Una particolare forma di anestesia di Matteo Galiazzo; Partners di Gilberto Severini. Ma non sono quelli che oggettivamente ritengo i migliori. Sono quelli che ricordo che mi sono piaciuti di più tra quelli che ho letto. Non sono uno che legge tutto, quindi potrei essermi dimenticato qualcosa di fondamentale.

2) Sulla preferenza, sono convinto che discenda tutto da l’ormai concetto-tormentone degli editori, secondo cui le raccolte di racconti non vendono. Mah. Sarà poi vero? Secondo me è stato vero per un po’, e adesso la tendenza potrebbe essere benissimo invertita. In ogni caso, sei fortemente disincentivato dallo scrivere racconti, quando dici che stai preparando una raccolta di racconti l’editore alza gli occhi al cielo o quanto meno storce il naso. O così è stato per più di un decennio. E dunque ti passa la poesia, viene meno la progettualità. Inoltre, scrivere una manciata di buoni racconti che si tengano tra loro è tutt’altro che facile. E’ molto più semplice scrivere un romanzo della stessa lunghezza totale. Il racconto è una forma d’arte che richiede perfezione. E dunque disciplina, fatica. Faticare per poi accorgersi che la propria fatica suscita disinteresse a priori in chi dovrebbe pubblicarla, beh… è disincentivamente, quantomeno, no?

[Agenzia Lotto49, agenzia letteraria]

1)  Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Mondadori, 1997 (Einaudi, 2009). Paolo Cognetti, Una cosa piccola che sta per esplodere, minimum fax, 2005. Giulio Mozzi, Questo è il giardino, Theoria, 1993 (Sironi, 2005). Matteo Galiazzo, Sinapsi. Opere postume di autore ancora in vita, Indiana, 2012. Maurizio Maggiani, È stata una vertigine, Feltrinelli, 2003.

2) Per ovviare alle risposte standard (i racconti non vendono e si scrivono più romanzi dignitosi che racconti dignitosi) che non ci convincono e che riteniamo autoindotte, proviamo ad azzardare alcune interpretazioni, una delle quali potrebbe essere definita “deriva della socializzazione/comunicazione”. Sia a livello editoriale sia a livello personale, un libro esiste e diventa degno nel momento in cui può essere comunicato e inserito in una “scatola”. Il lessico per descriverlo si riduce a poche categorie codificate e il valore della scrittura deve sottostare alle regole “social” cui oggi tutto si piega. Citando un addetto stampa di nostra conoscenza, “una raccolta di racconti è difficile da spingere, non hai una storia, un’atmosfera unica”. E in effetti, se pensiamo alle recensioni delle raccolte di racconti che ci capita di leggere su quotidiani e riviste, si tratta sempre di carrellate di frasi a effetto che tentano di registrare la trama di ogni singolo racconto. Ci sembra, insomma, che la necessità di comunicare un libro, come pure un progetto, abbia scavalcato in diversi modi e a più livelli la necessità intrinseca di quello stesso libro. Rischiamo di cadere e rovinare al suolo, ma ipotizziamo che lo stesso processo, con una complessità diversa, avvenga all’interno di ognuno di noi. Come riuscire a descrivere in un tweet o in un post di facebook una raccolta di dieci racconti?

Altra interpretazione riguarda la concezione che si ha e nel mondo editoriale e nel mondo dei lettori della forma breve. La forma breve, sia essa poesia, frammento, saggio, racconto, subisce un pregiudizio che è tanto più grave in quanto viene alimentato dagli stessi addetti ai lavori. Se gli editor, i direttori editoriali, gli editori, e gli stessi autori sono i primi a considerare il racconto come un esercizio fatto in preparazione del GRANDE ROMANZO, come si può pretendere che un lettore inesperto, che assorbe tali pregiudizi fin dalla tenera età, sia così coraggioso da emanciparsi e farsi portatore del “(anche il) piccolo è bello”?

Noi editoriali stiamo smantellando a poco a poco la materia del nostro mestiere. Ci autoconvinciamo che i racconti non vendano, che la poesia non venda, e diamo istantaneamente la colpa alla forma senza domandarci se in quel caso, come nel caso di un romanzo, non si sia forse trattato di un errore di valutazione. Se un romanzo non vende ci si concentra sul contenuto e sullo stile del romanzo; se una raccolta di racconti o di poesia non vende, si addita l’intera categoria. Fa un po’ ridere. E fa forse pensare che si stiano perdendo le competenze e non si sia più in grado di scegliere buoni racconti e buoni versi. Noi ripartiremmo da lì.

[Massimo Magon, scrittore esordiente]

1) Non sono stato poi un così grande lettore negli ultimi 20 anni e non sono poi così tante le raccolte di racconti che sono state pubblicate, ti cito le prime che mi vengono in mente: “Un posto vale l’altro” di Giuseppe Goisis, “L’ubicazione del bene” di Falco, “Io, non io, neanche lui” di Pinketts, una tra le due di Cognetti (“Manuale per ragazze di successo” ma forse io ho preferito “Una cosa piccola che sta per esplodere”, ma siamo lì), e per arrivare a cinque dico Parrella (anche se non l’ho colpevolmente mai letta).

2) Alla seconda domanda non so rispondere, posso solo azzardare una ipotesi. Per qualche – a me oscuro – motivo di marketing gli editori hanno rinunciato a impegnarsi nella pubblicazione di racconti. I racconti spesso piacciono agli scrittori e quello che piace agli scrittori di solito non incontra i gusti del grande pubblico. Anche i romanzi che piacciono agli scrittori difficilmente sono tra i più venduti. E sulla sparuta plottiglia di raccolte di racconti pubblicate, gli editori non impegnano risorse adeguate per incoraggiare l’acquisto da parte dei lettori. Anche i lettori poi danno il loro contributo, raramente un racconto è consolatorio come lo può essere un romanzo. In un romanzo, tra le sue centinaia di pagine, ci può essere un po’ di tutto compresi posti comodi dove il lettore può sentirsi sicuro e rassicurato (anche se i romanzi migliori non sono così). Nel racconto non c’è posto per il superfluo, il lettore deve beccarsi quello che c’è e a volte non corre il rischio. Questo aggiunto all’aspetto culturale che in Italia fa apparire i racconti come narrativa di serie B rispetto ai romanzi, a prescindere dalla qualità. In queste condizioni persino gli scrittori smettono di scrivere racconti o lo fanno solo su commissione. E tutta la foresta brucia.

Devo dirti anche che io sono per il romanzo che si compone di racconti, quindi non vedo contrapposizione tra le due forme.

[Gianluca Didino, ‘appassionato di suicidi letterari’]

1) Allora, la premessa è questa: che leggo e ho sempre letto pochissima roba italiana, quindi mi sa che ti darò delle risposte banali. Prova della banalità è che in effetti le raccolte che mi son venute in mente fan tutte parte della lista, e sono: 1) Altri libertini, 2) Woobinda, 3) Fango 4) Mosca + balena. Il 5) è Gli orsi di Silvia Ballestra, che è un giudizio viziato dal periodo in cui l’ho letto, non molto oggettivo. Oltre non saprei davvero andare.

2) La seconda domanda è molto interessante e molto difficile. Anche qui non credo di avere le carte per darti una risposta competente, ma posso dirti quali sono le mie impressione di lettore/frequentatore occasionale del mondo editoriale.

Allora, credo che un primo punto sia prettamente editoriale. Quando gli editori hanno voluto lanciare raccolte di racconti le raccolte di racconti hanno funzionato, vedi i primi tempi di minimum fax o il periodo dei cannibali. Credo che in buona parte conti il fatto di avere a che fare con un mercato editoriale poco dinamico, che tende a spingere dove sa che ci saranno profitti: il romanzo vende per tradizione più dei racconti (questo credo ovunque, non solo in Italia) e quindi c’è un po’ la tendenza ad assecondare meccanismi già in atto.

Un secondo punto riguarda le abitudini di lettura. Ad esempio ci sono luoghi del mondo dove il racconto breve ha avuto in anni recenti una grande fioritura (come il Giappone e la Corea) perché la gente lo legge in digitale sugli smartphone. Da noi la tradizione del libro cartaceo è forte, vedi la polemica insopportabile “libro vs. ebook”, e questo non favorisce la lettura su supporti che sono più adatti alla forma breve.

Un terzo punto riguarda l’annosa questione delle scuole di scrittura, sulla quale però non vorrei entrare: l’unica cosa che mi sento di dire è che in ambienti dove la scrittura è coltivata all’interno di meccanismi editoriali già molto avviati (vedi Scuola Holden) è abbastanza naturale che lo sbocco sia la produzione di quello che il mercato richiede, e quindi il romanzo. E così si torna al punto uno.
Detto tutto questo, il motivo principale secondo me è un altro ancora. Provo a mettertela così: negli anni Ottanta a Carver tutti rimproveravano di non aver mai scritto un romanzo, intendendo con questo il fatto che non aveva mai portato la sua scrittura a un punto “maturo”. La stessa cosa era successa in Italia negli anni Sessanta con Flaiano, che quando ha ceduto e ha scritto un romanzo ha fatto una roba brutta perché quello di scrivere romanzi non era il suo mestiere. Ora, il punto concerne quella “maturità” della scrittura che sarebbe legata al romanzo. Da che punto uno scrittore di romanzi è maturo e uno di racconti no? Carver e Flaiano (che peraltro scriveva aforismi, manco racconti) sono esempi di una scrittura più che matura NELLA forma breve. Quindi quel concetto di maturità deve essere inteso in un’altra accezione, e la mia impressione (ripeto: è solo un’impressione) è che sia qualcosa che ha a che vedere con la posizione dello scrittore all’interno della società più che con ciò che produce, scrittura appunto. Ecco, io credo (e anche qui è solo un’impressione, non ho certo elementi per provarlo) che questo aspetto sociale della scrittura in Italia sia più forte che altrove. Come mai? Per molti motivi: una tradizione letteraria forte e vecchia di secoli, una certa difficoltà a far convivere “arte” (tra diecimila virgolette) e profitti (c’è un po’ quest’idea che le due cose si elidano a vicenda, cosa che ad esempio in contesto anglosassone sarebbe percepita come una totale follia), altissimo riconoscimento sociale della scrittura totalmente scollegato dall’aspetto economico, probabilmente anche un po’ di tendenza alla comunità chiusa (oggi si dice “casta” e si abusa del termine selvaggiamente: ma che la storia italiana sia fatta di caste fin dal Medioevo è un fatto innegabile).

Insomma, non è davvero una risposta, diciamo che è un abbozzo di risposta, lo spunto per una riflessione: ma la mia impressione è che nella prevalenza del romanzo rispetto alla forma breve entrino anche questioni non prettamente legate alla scrittura in sé, ma a suoi aspetti periferici che hanno una natura radicalmente diversa, sociale appunto.

Una lista di raccolte di racconti del passato da leggere in futuro, ossia: titoli in cui mi sono imbattuto.

Tondelli Pier Vittorio, Altri libertini, Feltrinelli, 1980.
Severini Gilberto, Partners: tre romanzi generazionali sulla ‘maleducazione sentimentale’ negli anni’80, Transeuropa, 1988.
Bugaro Romolo, Indianapolis e altri racconti, Transeuropa, 1993.
Mozzi Giulio, Questo è il giardino, Theoria, 1993.
Ballestra Silvia, Gli orsi, Feltrinelli, 1994
Cavazzoni Ermanno, Vite brevi di idioti, Feltrinelli, 1994.
Papa Marco, Birre sonnanbule, Theoria, 1994.
Nove Aldo, Woobinda, Castelvecchi, 1996.
Benni Stefano, Bar Sport, Feltrinelli, 1997.
Clementi Emidio, Gara di resistenza, Gamberetti, 1997.
Daniele del Giudice, Mania, Mondadori, 1997
Galiazzo Matteo, Una particolare forma di anestesia chiamata morte, Einaudi, 1997.
Mari Michele, Tu, sanguinosa infanzia, Mondadori, 1997.
Drago Marco, L’amico del pazzo e altri racconti, Feltrinelli 1998.
Mozzi Giulio, Il male naturale, Mondadori, 1998.
Piersanti Claudio, La vita degli adulti, Feltrinelli, 1998
Ammaniti Niccolò, Fango, Mondadori,1999.
Cornia Ugo, Sulla felicità ad oltranza, Sellerio, 1999.
Forni Alberto, Cronache da un mondo pop, Fernandel,1999.
Raimo Christian, Latte, Minimum Fax, 2001
De Luca Erri, In alto a sinistra, Feltrinelli, 2002.
Lodoli Marco, Grande raccordo, Bompiani, 2002.
Pallavicini, Anime al neon, Fernandel, 2002.
Pugno Laura, Sleepwalking, Sironi, 2002.
Celati Gianni, Narratori delle pianure, Feltrinelli, 2003.
Parrella Valeria, Mosca più balena, Minimum Fax, 2003.
Pascale Antonio, La manutenzione degli affetti, Einaudi, 2003.
Cognetti Paolo, Manuale per ragazze di successo, Minimum Fax, 2004.
Falco Giorgio, Pausa caffé, Sironi, 2004.
Goisis Giuseppe, Un posto vale l’altro, Pequod, 2004.
Maggiani Maurizio, È stata una vertigine, Feltrinelli, 2004.
Mancassola Marco, Il ventisettesimo anno, Minimum Fax, 2005.
Meacci Giordano, Tutto quello che posso, Minimum Fax, 2005.
Aloia Ernesto, Sacra fame dell’oro, Minimum Fax, 2006.
Dadati Gabriele, Sorvegliato dai fantasmi, Pequod, 2006.
Ricci Luca, L’amore e altre forme d’odio, Einaudi, 2006.
Susani Carola, Pecore vive, Minimum Fax, 2006.
Cognetti Paolo, Una cosa piccola che sta per esplodere, Minimum Fax, 2007.
Piccolo Francesco, Storie di primogeniti e figli unici, Feltrinelli, 2007
Varvello Elena, L’Economia delle cose, Fandango, 2007.
Bissoli Susanna, Caterina sulla soglia, Terre Di Mezzo, 2009.
Falco Giorgo, L’ubicazione del bene, Einaudi, 2009.
Campani Sandro, Nel paese del Magnano, Italic, 2010.
Zardi Paolo, Antropometria, Neo edizioni, 2010.
Scotti Francesca, Qualcosa di simile, Pequod, 2011.
Mari Michele, Fantasmagonia, Einaudi, 2012.
Galiazzo Matteo, Sinapsi-opere postume di un autore ancora in vita, Indiana editore, 2012.

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