Rallegrati! Sii forte e leggi tanto! Una chiamata per una nuova era di sperimentazione, e una cultura del libro che la sostenga.


Ho tradotto un estratto da REJOICE! BELIEVE! BE STRONG AND READ HARD! A CALL FOR A NEW ERA OF EXPERIMENTATION, AND A BOOK CULTURE THAT WILL SUPPORT IT, articolo apparso su Believer Mag, di marzo 2003, perché mi pare che si inserisca bene nel dibattito sul ruolo della cultura del libro.

Heidi Suzanne Julavits per il Morning News

(…) Sì, ci sono critici contemporanei che prendono seriamente la letteratura, ma nessuno (che io abbia letto) è così esoterico da suggerire che la letteratura resta la chiave di volta della nostra cultura (eccetto naturalmente Harold Bloom, che ispira tanti lettori quanti ne respinge). A un certo punto negli anni sessanta, la critica culturale e letteraria si sono divise; o forse sarebbe più preciso dire che la cultura si è liberata dall’influenza della letteratura e ha soprasseduto, sposando la causa della cultura bassa, come fosse soltanto una questione di fisica –il peso in cima=instabilità, il peso sul fondo= stabilità-.

Con l’avvento della critica postmoderna, in cui i metodi della critica letteraria sono cambiati e usati per analizzare tutto, dagli ampi parcheggi ai video di Madonna, i libri sono diventati un soggetto meno affascinante. Forse questa diversione è anche dovuta alla crescente importanza della tv, all’abilità di un medium concorrente di fornire un’esperienza più “reale” e perciò più autorevole dell’esperienza umana. L’ironia qui sta nel fatto che i primi romanzieri erano giornalisti, come Mary McCarthy puntualizza nel suo saggio “The Fact in Fiction”.

Il Decamerone di Boccaccio, considerato da alcuni il prototipo del romanzo moderno, è una collezione di storie raccontata da un gruppo di fiorentini esiliati in un castello di campagna, per sfuggire alla Grande Piaga del 1348, e salda insieme finzione e informazione storica basata sui fatti. Come risultato, il Decamerone non è solo insegnato nei corsi di letteratura comparata; il suo riportare fatti sulla Morte Nera–sintomi, contagio, precauzioni sanitarie, trattamenti medici, rituali di sepoltura- con l’autorità testimone oculare che ha combattuto in trincea ha reso il libro una fonte indispensabile per gli storici.

McCarthy si inoltra poi in una discussione su Defoe, un giornalista di Grub Street, il cui Robinson Crusoe era –Oh, quanto suona bene- basato su una storia vera. McCarthy asserisce che”Non solo il padre del romanzo moderno era un giornalista, ma non distingueva, almeno di fronte ai suoi lettori, tra giornalista e scrittore”.

Perciò, se il codice cromosomico del romanzo (in inglese “novel”) porta in sé il gene in questa occasione inattivo della “novità” (la parola “novel”, ci ricorda McCarthy, significa “nuovo”) forse non c’è da meravigliarsi che il romanzo stia soffrendo un contraccolpo darwiniano di fronte ad un mezzo più evoluto di dare notizie.

Sì, il gene della notizia è stato inattivo per lunghi tratti –durante il periodo modernista gli scrittori tentarono di liberare il romanzo dal peso dell’informazione per vedere che cosa il linguaggio da solo potesse trasportare- ma la narrativa di massa aveva rinunciato al linguaggio molto prima che la cultura rinunciasse alle umane lettere.

Perfino Trilling fu costretto ad ammettere la crescente indifferenza culturale nei confronti della rilevanza della letteratura; nel suo saggio del 1973 “Arte, Volontà, e Necessità” prova a storicizzare questo raffreddamento, quasi nello stesso modo in cui i teorici della Controglobalizzazione tentano di fugare l’isteria dicendon che le fluttuazioni sono semplicemente questo, fluttuazioni, e non le trombe del giorno del Giudizio. Scrive: “Anche se l’arte è ritenuta effimera… niente è più tipico della nostra attività culturale del nostro periodico scoprire che l’arte non è così utile come supponevamo che fosse”.

Il romanzo non era più l’esperto a cui rivolgersi, come si faceva ai tempi di Trilling, per una guida politica. McCarthy credeva che i romanzieri del dopo guerra “mancano di esperienza reale”, un sentimento tradotto nel grido di battaglia da iniezione sottocutanea di Tom Wolfe nel suo saggio del 1989 “Stalking theBillion-footed Beast”, in sposa la causa del nuovo –o molto, molto vecchio- ibrido scrittore-giornalista, uno scrittore che pregia l’esperienza e la ricerca su campo come gli unici mezzi per avere autorità e rilevanza.

Siccome sono una lettrice coscienziosa di recensioni di libri, ho visto il romanzo accettare la sfida e fallire nella competizione non solo con tv e cinema, ma anche con l’oscurante popolarità della non-fiction, dei memoriali, che danno la preminenza a verità contestuali e non letterarie, o men che meno alle ancora più oscure verità del puro linguaggio.

Il romanzo, un certo tipo di romanzo, bisognerebbe puntualizzare, ha tentato di riconquistare terreno lanciandosi in analisi sociali, assimilando cultura pop, o inseguendo l’attualità degli eventi. (Altri romanzieri molto tempo fa hanno smesso di provare a competere con i notiziari e la non-fiction. Questi scrittori –chiamati “sperimentali”- se non sono davvero romanzieri, o “inaccessibili” se lo sono- hanno carriere differenti ma ugualmente tormentate. I più realistici non si aspettano di essere attori culturali mainstream- diversamente dagli “scrittori di storie”, che hanno visto tempi duri nel rinunciare alla speranza, non importa quanto facile e improbabile, che il loro libri possano ancora essere artisticamente abbracciati quanto un album di Eminem).

Presso i romanzieri meno seri, questo tipo di romanzo funzionava come un divertimento, una bancarella di informazioni culturali di moda, le cui offerte rischiavano seriamente di andare fuorimoda anche prima che l’edizione economica arrivasse sugli scaffali. E come Woods puntualizza: “Quest’idea che il compito del romanziere sia di andare per strada a comprendere la realtà sociale –può essere stata compromessa dagli eventi dell’11 settembre, anche solo come promemoria che qualsiasi cosa alzi il romanzo, la “cultura” può sempre alzare qualcosa di più grande.

Il che porta a un vicolo cieco, no? A onta di ciò, io nutro un po’ di ottimismo, che il declino fin qua descritto non sia del tutto un declino, ma un circolo vizioso, come credeva Trilling. E tuttavia anche questo non è del tutto preciso, dal momento che la nozione di cerchio presuppone che alla fine tu ritorni al punto di partenza. Mi sento come una persona che parte con cento dollari, cambia i dollari in euro, e poi gli euro in dollari, e così via, fino a quando gli rimangono tre centesimi. Le la cultura compie un movimento a spirale tra due estremi, sì, ma alcune piccole commissioni sono detratte durante ogni rotazione, fino a quando questi cerchi saranno scarsamente visibili a vista d’occhio, e più o meno altrettanto significativi.