Mario Monti, Steve Jobs, e il valore legale del “pezzo di carta”.

«Se a ventotto anni non sei ancora laureato, sei sfigato». Così parlò sei giorni fa il viceministro Michel Martone. Il giorno dopo sono arrivati i distinguo: tra chi lavora e non può dedicarsi allo studio e tra chi non lavora e non ha nessuna fretta di cominciare a farlo, e prende l’università come un hobby. Pochi giorni dopo Reuters virgoletta alcune parole del presidente del consiglio Monti, che nel presentare le semplificazioni si diceva disposto a “superare il simbolismo e il formalismo del valore legale del titolo di studio”. Le due questioni vanno inscritte in un contesto più complesso; a me preme, qui,  riflettere sulla domanda: la laurea è o non è un’arma in più?

Ho postato più sopra il famoso discorso di Steve Jobs  ai neolaureati di Standford. Sembrerebbe confermare il dato che il pezzo di carta non è un prerequisito per lavorare a livelli d’eccellenza: lui la laurea non ce l’ha. Un altro dato che mi interessa considerare è questo: per decenni qui tra Piemonte-Lombardia-Veneto (porto queste regioni come esempio perché sono quelle che conosco meglio) abbiamo vissuto sulla nostra pelle il luogo comune, che la laurea non serve. “È il lavoro che ti forma, che ti educa al lavoro”. “Questi ragazzi che escono pieni pretese dall’università e non sanno fare niente”. “Un datore di lavoro  assume chi non ha una laurea, perché così lo paga meno”.  Quante volte le ho sentite queste parole dall’inizio degli ’90 fino ad ora? Volendo conferire una vesta più dignitosa a questo modo di pensare si potrebbe citare il claim di quella famosa azienda, just do it. Alla luce dell’attuale mercato del lavoro, però nella sfida globale perdiamo terreno.  Allora, Mario Monti e Steve Jobs, hanno  ragione o torto?

La questione va affinata ancora. Per esempio, Steve Jobs ha frequentato l’università, e una delle migliori; se non ha potuto laurearsi è stato per il venir meno delle risorse economiche. Anzi, nel suo discorso celebra il modo non convenzionale in cui si é formato. Ha scommesso sulla propria educazione. Un secondo distinguo va fatto sulle parole di Mario Monti. Abolire il valore legale del titolo di studio non significa abolire il valore dell’educazione in sé, caso mai vuol dire modificare  le regole di selezione per accedere ai posti di lavoro. Anche se il Berlusconismo ci ha convinto del contrario (“Ti serve un amico in politica”, “Sposa un ricco”: questa è la soluzione), è un fatto che l’operaio con abilità nella media o scarse, ed educazione media o scarsa, è il primo a soffrire della mancanza di lavoro.

Fuori dall’Italia si sta consolidando una élite dal quoziente intellettivo molto alto, altissimo, che naviga con una certa sicurezza nel mercato del lavoro, della finanza, della creatività. Si potrebbe dire che stanno diventano una classe sociale (Se ne parla in questo articolo di Rick Bookstaber). Ci sono ragazzi di ventotto, ventinove, trent’anni che costruiscono le pecorelle di Farmville che fanno capolino nelle nostre pagine Facebook, e in un certo senso sono in cima alla catena di produzione. E in Italia? Noi facciamo ormai uso di prodotti che non sappiamo costruire. Vengono progettati Shangai, Tokyo, San Francisco, Dallas, Monterey o Guadalajara.  Ma non sono le pecorelle a interessarmi.

Ecco, la questione si potrebbe porre così: la laurea é garanzia di qualità o si può senza rimpianti abolire il valore legale del titolo di studio?

A me sembra che il valore essenziale sia la formazione, non il “pezzo di carta”. Il pezzo di carta come requisito legale “sine qua non” avvantaggia i soliti paraculi, l’Italia dei Carini. Mentre l’educazione, la volontà di educare se stessi, invece, rimane un valore basilare su cui poggiare la vita. Ogni volta che ho fatto l’errore di non credere nella mia educazione, me ne sono pentito. Continuo a ripetermi, come un mantra, aggiornati, impedisci alla tua mente di fossilizzarti, impara cose nuove, tienila sveglia, perché l’intelligenza crea sviluppo. Ritorniamo a Darwin: l’Homo Sapiens Sapiens ha avuto la meglio sui progenitori, perché utilizzava strumenti diversi per scopi diversi, mentre il Sapiens si serviva del medesimo pezzo di legno generalista per spaccare noci di cocco e spazzolarsi i capelli.