Goodbye city life

Steve viene dagli Stati Uniti. Molti qui a Veronetta lo conoscono perché con la sua chitarra bollente e il suo repertorio di classici del rock’n’roll anima i martedì sera a I Preti, in via Interrato Dell’Acqua Morta. Ho già parlato di  lui nel diario “Ha un tocco bianco, midwest, nel rifare le canzoni. Ma io so che non è rock’n’roll. È un blues”, dove si racconta, tra le altre cose, della presentazione, avvenuta nell’inverno del 2009, di un fumetto in morte della madre.

Venerdì 14 ottobre scorso, in un cortile interno di Corso Portoni Borsari, Miriam e io abbiamo partecipato un’altra sua presentazione, un secondo fumetto, dedicato a un amico recentemente scomparso, Federico Traversi. Ma stavolta, niente tavole appese ai muri! La cartolina di invito prometteva una performance grafica, e così è andata: con un proiettore Steve ha mostrato il suo fumetto  sulla facciata di un vecchio palazzo. Proiettava gli sfondi preparati a casa e li completava sul momento con tocchi di pennarello e l’aggiunta delle figure dei personaggi. Nell’osservare le mani di Steve al lavoro, tavola dopo tavola, e le parole che completavano il racconto, riconoscevo le cose che mi piacciono di lui: il suo intenso autobiografismo, la sua capacità di rendere visibili i ricordi, le emozioni, le fantasticherie trasognate, di tradurle in fatti emblematici con un tocco di humor. Non credo sia facile, ma vorrei tentare un esempio. Nel raccontare il piacere di una conversazione con Federico, nel fumetto si accenna a una gita in località di montagna, dove i due s’imbattono nella ricostruzione di un insediamento umano preistorico, una capanna. È un trampolino di lancio fantastico per due amici, che si danno a congetture del tipo, Come sarebbe la nostra vita se fossimo dei cavernicoli? Ed eccoli, nella tavola successiva, con pelliccia e clava, ritratti nei panni di uomini delle caverne! Ma è soltanto un ricordo. L’amico è in realtà scomparso. E la sua immagine resta vivida in una fantasticheria tra amici. La gente col naso in su, una mano in tasca e nell’altra un bicchiere di vino, di quando in quando lo posava a terra per applaudire. Intanto un trio sopraffino, composto dal jazzman e maestro Francesco Casale, alle percussioni, e due suoi giovani allievi, uno alla tromba e uno alla chitarra, regalava ai presenti improvvisazioni swing, jazz, blues e… tutto gratis! Quant’è bella Verona in queste piccole cose!

cartelli comparsi sui muri delle strade università ad opera dei soliti maleducati

…E dire che ci prepariamo a lasciare questa città. Non un addio, un arrivederci. Il 31 ottobre lasciamo l’appartamento. S’é presentata l’occasione di stare gratuitamente a casa del padre di Miriam, che vola in Brasile per un mese e noi dobbiamo risparmiare per il nostro viaggio da San Francisco a Città del Messico. Per venti giorni abiteremo nella bassa veronese, terra di nebbie e animali mitologici nascosti in essa, altri venti giorni abiteremo a casa dei miei, gli ultimi prima di volare. Ci rivedremo a Gennaio. Piccole originali eccezioni veronesi come la presentazione di Steve mi mancheranno. Qui a casa stiamo inesorabilmente impacchettando tutto. Già da qualche mese facciamo discorsi come “La nuova casa…”. E si cerca di non farsi prendere dal sentimentalismo rimettendo i libri nelle borse, nelle scatole, un’intera libreria fatta più o meno di fiction, vocabolari di inglese e tedesco, e guide di viaggio. Da parcheggiare temporaneamente a casa dei miei, nella mia vecchia camera, e chissà se uscirà mai da lì. Togliere le calamite dal frigo. Le supellettili dalla mensola. I poster. Il planisfero e le cartine geografiche dai muri. Inscatolare tutto e fare molti giri, in treno, in auto, da qui fino a un paio di vallate più in là, verso Vicenza, dove abitano i miei. Come sarà la nuova casa?, ci chiediamo. Ci rende insicuri non averne una. Ci dispiace doverci separare dalla vita cittadina. O forse è soltanto che tra queste mura siamo diventati amanti. Perlustriamo il quartiere in cerca di cartelli affittasi e numeri telefonici. Telefonato e “andati a vedere” un paio di appartamenti. Un modenese ci ha illustrato e decantato le qualità di due buchi nel muro in via San Vitale. Voleva 500 € euro al mese, nonostante l’odore di muffa. Un po’ di umidità, mi ha detto, Ma non è un problema quando hai un deumidificatore. La stanza da letto era interrata, una cripta, un loculo sotto terra, senza finestre, e un senso di claustrofobia aleggiante: la frase mi è salita automaticamente alle labbra, Le farò sapere. O vogliamo parlare del monolocale per cui la proprietaria voleva 500 € euro? Completo di garage e di separé tra zona cucina e zona letto. Miriam e io abbiamo scosso la testa, Va bene vivere sacrificati, ma pensa quando uno vuol dormire e l’altro invece guardare la tv. No, niente monolocale in via Giusti. E per 500 €, poi. Non ho capito io, quello crede che i soldi mi crescono in tasca? Tzé. Seduti sul divano, a tarda notte, a considerare se è proprio necessario cambiare casa. Come sarà la vita da pendolare? Non spenderemo la stessa cifra a fare avanti e indietro da Verona? Come sarà la nuova casa? A giorni alterni, uno incoraggia l’altro, e gli ricorda di tenere d’occhio i traguardi.
Per intanto bisogna portare avanti gli impegni presi: c’è un laboratorio di narrazione da organizzare per la primavera, ci sono gli esami di marketing, legislazione del turismo & altri discipline per interpretare il mondo del lavoro, il lavoro con cui si guadagna il pane e quello letterario con cui non si guadagna nient’altro che soddisfazioni. Mi dedico alla sbobinatura di una storia vera: un viaggio da Benin City a Lampedusa, compiuto a piedi e in gommone da un un giovane nigeriano, D.J. Ve lo farò conoscere, a breve. È un bel tipo e la sua storia è potente. Si è lasciato intervistare e ci siamo accordati che si fa anche un po’ di esercizi di grammatica italiana, perché le storie alle persone non si rubano, si deve offrire qualcosa in cambio.
Credevo di essere stanco di Verona. Di Veronetta, più precisamente: il quartiere dove sono domiciliato. E quando pensavo ormai di essere pronto a lasciare, saltano fuori dei motivi per rimanere. C’è una mostra fotografica sulla città di Berlino da andare a vedere agli Scavi Scaligeri e su cui scrivere un articolo. C’é in corso l’annosa battaglia tra cittadini residenti e studenti in libera uscita, per via degli schiamazzi nelle vie dalla movida universitaria, San Vitale, XX Settembre, etc, “il degrado” come lo stigmatizzano astutamente i giornali, e ci vanno di mezzo il Malacarne, il bar/associazione culturale, con cui ho collaborato in passato nell’organizzazione dei laboratori di narrazione. E ci sarebbe da spiegare agli anziani che nottetempo guidano scalcagnate Peugeot in quelle viuzze e trasecolano di fronte a gente di ventidue anni che in preda ai furori dell’alcol fa flessioni in mezzo alla strada, alle undici di sera, mentre i compagni di corso con le birre in mano scandiscono il numero dei piegamenti, ci sarebbe da spiegare ai quei vecchietti che il problema non è la droga, ma la mancanza di un campus universitario, un habitat dove gli studenti possano sfogarsi. Ci sarebbe da approfondire questo discorso, da mediare, e molto altro ancora. Ma come sarà la nuova casa? Sarà sempre a Veronetta? In questa zona dietro l’università, che si va gentrificando, o sarà un po’ più riparata? Dalle parti del giardino Giusti? O a San Zeno In Monte? Forse in via Muro Padri. Di certo, nella nuova casa, ci saranno lampadine a risparmio energetico e un piccolo giardino per M.B., Modello Base, il nostro gatto trovatello, se vorrà venire.