Ringraziamenti e titoli di coda

Per chi non conosce Verona, Veronetta è un quartiere alle porte della città, che gode di una situazione speciale. È centro storico e polo universitario. È territorio ricco di chiese e conventi, caserme e uffici. Nei dieci quindici anni passati, in questa zona della città si è permesso l’aggreggarsi casuale di migranti, tanto che qualche giornalista in cerca di zone disagiate su cui esercitare il proprio mestiere ha tentato di costruirci una notizia, per altro poco precisa. Per uno scrittore vivere qui vuol dire aver accesso a un campo d’esperienze molto vasto: professionisti, migranti, ricercatori, cittadini residenti, studenti, barboni. La vita da bar si alterna all’impegno sociale, il forte radicamente dell’identità veronese si scontra con le tendenze progressiste e cosmopolite dell’università. Qui vengono a contatto estrema destra e tendenze anarcoidi, un conflitto latente molto pericoloso che ha portato a esisi disastrosi come l’aggressione, accidentale o premeditata che sia, a Nicola Tommasoli. Il pugno duro dell’amministrazione Tosi, si scontra con le tendenze all’illegalità, tipiche dei fenomeni migratori quando non controllati. Vivere qui significa poter osservare intrecci di vita molto curiosi.
Quando mi sono trasferito qui non pensavo che ci sarei rimasto così tanto. Pensavo sarebbe stata una situazione temporanea e questo mi ha portato a guardare le dinamiche del quartiere con occhi neutrali. Una delle domande che mi sono fatto più spesso è: di chi è davvero questo quartiere? Dei cittadini residenti? Dei proprietari d’immobili? Dei migranti? Una posizione di isolamente che poco alla volta si è trasformata in desiderio di lasciarsi coinvolgere. Mano mano che stringevo rapporti di amicizia e conoscevo meglio il luogo, è cresciuto dentro di me il desiderio di poter dire “è anche il mio quartiere”. Considerarmi cittadino di adozione. Darmi da fare per esso. Con il bar/associazione culturale Malacarne, ho cercato di darmi da fare nel campo della cultura, organizzando presentazioni e laboratori di narrazione. Con il gruppo universitario Come Treni Paralleli e le attività svolte, per esempio, ho cercato di favorire i rapporti di conoscenza tra cittadini residenti, studenti universitari e comunità dei migranti. Nei due anni trascorsi Veronetta compare molte volte nei miei scritti, un naturale scenario e un soggetto del racconto. Nel 2009 ho cercato di ritrarre via XX Settembre. A proposito della vita nottura e del richiamo dei bar ho scritto una lettera a mia madre, eseguito i ritratti di un amico musicista e di un fotografo mancato. In un’occasione ho cercato di descrivere un caso di vessazione a danno di una donna. In quest’altra, invece, ho raccontato il mio stupore per esser inteso come simpatizzante nazista.
L’opinione che mi sono fatto è che legalmente Veronetta è un quartiere veronese, l’ordine e il potere competono alla giunta comunale, che lo amministra secondo la sua ispirazione politica, e credere che venga riconosciuto dalle autorità il ruolo benefico svolto dai migranti significa esser ingenui. È inevitabile che a sentirsi padroni del territorio siano coloro che vi abitano e lo conoscono da più tempo. Però l’aria che si respira qui è speciale. I cittadini residenti, quelli che vivono il quartiere entrando nei negozi, familiarizzando con il vicino di casa, sono più aperti che altrove, e hanno smesso già da qualche anno di considerare l’immigrazione come un fenomeno negativo. Intendono invece la vita in un quartiere multietnico come un’opportunità di osservare un mondo nuovo. Anche laddove potrebbe insediarsi il pessimismo della tradizione veneta, come per esempio nel caso dei matrimoni misti o dei figli dei migranti nelle scuole, non sono pochi quelli che ne hanno un’opinione positiva. Pur non affidandomi ad altro che alla mia osservazione dei fatti, mi sembra di poter dire con sicurezza che questa curiosità è cosa buona. Conoscere il bagaglio culturale delle comunità Altre, ha il potere di trasformare gli stranieri, immigrati, extracomunitari, in amici, conoscenti, coinquilini, dirimpettai. C’è da riflettere, invece, su chi ha interesse che gli stranieri rimangano stranieri, e perché.
Quest’anno, in occasione della Festa Del Buon Vicinato, mi è stata data la possibilità di organizzare assieme a Margherita Sciarretta e Tommaso Castiglioni una lettura pubblica dentro il sito monumentale di Porta Vescovo. Inizialmente il progetto era di leggere dei brani da autori classici, brani che parlassero di cittadinanza, migrazione, razzismo. Poi abbiamo dato un’occhiata, sopra gli affreschi screpolati, alle bandiere esposte sui balconi. Alle parabole televisive sui tetti, sintonizzate su altri continenti. All’autobus dodici, che sbuffando e caracollando attraversa via XX Settembre, si riempie e si svuota ad ogni fermata, persone di lingue e colore diverso. Per raccontare il quartiere di Veronetta, bisognava affidarsi agli scrittori, professionisti e amatori, che vivono qui, conoscono questo luogo o hanno esperienza di cosa rappresenta. Senza rifarsi alla voce di grandi maestri, c’era la possibilità di chiedere a scrittori competenti e ad amatori appassionati, di narrare bellezze e brutture di questo quartiere. Da questa decisione è nata “La lettera di invito agli scrittori residenti a Verona e non solo”, che si può leggere più sotto.
Organizzare “La lontananza è in noi”, con tutte le difficoltà che ne sono sorte, raccogliere i testi e metterli in scena, è stato per me un punto d’arrivo e un’iniziativa di cui sono orgoglioso. Un piacere collaborare con amici come Marina Sòrina, Katarzyna Modrzejewska, Brigitte Attay, Grace Badiabo, Federica Sgaggio, e una bella occasione per conoscere nuovi colleghi, come Paola Casulli, Fabrizio Valenza, Calina Tobosaru, Tommaso Granato, e tutti gli altri che non elenco solo per amor di brevità. Fratelli e sorelle nell’amore per la letteratura, grazie.