Come sono diventata una scrittrice

In libreria il titolo mi ha catturato e così l’ho preso in mano. L’ho comperato.  L’ho divorato. L’ho letto in bagno. Mentre facevo colazione. Steso sul divano, sovrappensiero, guardando la tv, qualche volta anche al lavoro. Anche dopo averlo finito, mi capita di aprire una pagina a caso e rileggere. Mentre leggo, infurio con la matita, perché ci sono frasi che vorrei imprimermi a fuoco nella memoria.

Eudora Alice Welty nacque a Jackson, Mississippi, nel 1909, in una famiglia che le permise di studiare: in un’epoca in cui le donne non facevano nemmeno la scuola superiore, frequentò ben due università: al Mississippi college e all’università del Wisconsin studiò letteratura inglese, mentre alla Columbia di New York studiò pubblicità.

Nel suo lavoro di agente pubblicitario, Eudora Welty ebbe l’occasione di viaggiare molto e di conoscere e ritrarre esponenti delle diverse estrazioni sociali e razziali tra i lavoratori del sud.

Insignita del Pulitzer abbracciò, oltre alla letteratura, la fotografia (nella versione originale l’opera  è corredata da fotografie).

Come Sono Diventata Una Scrittrice è composto da tre racconti autobiografici, nati dal materiale raccolto per un ciclo di conferenze tenute a Harvard. Eudora Welty li scrisse a settantaquattro anni, quando era già  un’artista matura.

Ciascuno dei tre racconti è una riflessione sui problemi pratici che ogni scrittore si trova a maneggiare, quando decide di iniziare una storia: da dove viene la voce che racconta?  Cos’é un punto di vista?  Cos’é una storia?  Quale logica seguire nel raccontare gli eventi? In che rapporto stanno tempo narrativo e memoria umana? E qual è il rapporto tra la realtà da cui si trae ispirazione e l’opera narrativa?

Il prodigio compiuto da Eudora Welty è rispondere a queste domande partendo dalla propria storia, la sua e quella famigliare. Piega la godibile leggerezza dell’aneddoto domestico al ruolo di esempio filosofico, e riesce in tal modo a dar conto delle persone che la influenzarono, delle circostanze che parteciparono alla sua formazione.

Nel raccontarci la tremenda e accidentale scoperta di un terribile segreto di famiglia -chiedendo alla mamma, Come nascono i bambini?, venne a sapere che c’era stato prima di lei un fratellino morto-, riesce a parlarci non solo di quell’esperienza in sé, ma di come nasce in uno scrittore il fiuto della storia:

“…Alla fine l’istinto -l’istinto drammatico – mi avrebbe condotta sulla strada giusta per un narratore: la scena era sempre irta di indizi, segnali, suggerimenti e promesse di cose da scoprire e imparare sugli esseri umani. Dovevo crescere e imparare a tendere l’orecchio al non detto, oltre che al detto; e per conoscere la verità, dovevo anche saper riconoscere la menzogna”.

Aldilà degli intenti didattici, questi tre racconti possono anche essere letti e gustati da tutti come bellissimi esempi di romanzo familiare. Ci sono madri che si buttano nel fuoco per salvare i romanzi di Dickens. Padri che ripongono fiducia nella scienza e curano la setticemia con lo champagne. Viaggi in macchina dal Mississippi all’Ohio passando per la Virginia. Una fuga a New York in cerca del successo letterario o forse di emancipazione dalla famiglia. Storie farcite qua e là da fulminanti riflessioni sull’arte della scrittura. Come questa:

“…I bambini, come gli animali, usano tutti i sensi per scoprire il mondo. Poi ci sono gli artisti che lo riscoprono daccapo, alla stessa maniera; per gli uni e per gli altri è lo stesso mondo. E ogni tanto ci giunge notizia di un artista che quel dono non l’ha mai perso”.