I due testi che ho letto a Racconto Alla Rovescia

Ho vinto l’edizione 2011 di Racconto Alla Rovescia, organizzato dalla rivista Argo. Di seguito si possono leggere i due racconti con cui ho partecipato.

Una volta ho lavorato per l’Ente Fiera della mia città. Avevo un contratto a chiamata con una cooperativa fondata da un ex tramviere. Uno che ha trafficato per anni nei sindacati, poi ha fondato la cooperativa ed è passato nelle file della destra. Venivo pagato quattro euro l’ora. Dalle 13.45 alle 19:45. Ogni giorno. Senza distinzione tra feriali e festivi. Quelli come me dovevano “sorvegliare il quartiere fieristico”. Dovevo cioè girare per questi enormi padiglioni e tenere d’occhio gli operai che allestivano gli stand per le manifestazioni, con particolare attenzione a sinistri, danni alle strutture e infortuni sul lavoro. Abbigliamento e condotta doveva essere consoni al buon nome della cooperativa e al nostro ruolo di funzionari dell’autorità: vestito nero, camicia bianca con cravatta della cooperativa, scarpe eleganti scure, barba ben fatta, capelli curati e pettinati. Rumeni, moldavi, marocchini, algerini, ci deridevano apertamente. Comparivamo in mezzo a nuvole di segatura, bestemmie e colpi di pistole sparachiodi, con indosso i vestiti della domenica. Eravamo lo zimbello degli operai. Con quale autorità potevamo ordinare loro di non attaccare chiodi sui muri o usare  seghe elettriche fuori dai padiglioni? C’era da capirli. Loro usavano le mani per lavorare e il prodotto del loro lavoro era evidente; noi cosa producevamo? Che lavoro era il nostro? Se lo chiedevano a me, che lavoro fai, io dicevo la verità. Faccio lo scrittore …e per arrotondare lavoro ogni tanto  in fiera.
Te sei soltanto uno che ha bisogno di un taglio di capelli, mi ha detto il Penna Bianca, un collega, la volta che gli ho parlato di questa cosa dello scrittore. E adesso dacci dentro col piede di porco. Lo stavo aiutando a rimettere un portone del padiglione 8 nella rotaia; poi siamo tornati in ufficio, a prendere altre disposizioni. Il Penna Bianca, se ricordo bene, era uno che non perdonava al mondo di essere cambiato dagli anni ’60, quando sosteneva di aver fatto i soldi con l’affare degli zolfanelli. A suo dire era stato il primo a importare i fiammiferi in Italia. Gli avevano fruttato un botto di soldi. Con questi aveva  fondato una televisione qui in città. Poi l’aveva venduta e aveva fatto un altro botto di soldi.  Ma allora, mi chiedevo io, a settantacinque anni, con tutto questo botto di soldi, chi glielo faceva fare a lui di venire tutti giorni in fiera, a farsi pagare quattro euro l’ora? Qualcuno mormova che volesse impadronirsi anche della cooperativa. Per come la vedevo io era soltanto un vecchio matusa. Non faceva altro che lamentarsi di quei puttani là in ufficio. Quei troi, che stanno tutto il giorno a fare un cazzo!, diceva il Penna Bianca accendendosi l’ennesima Diana Blu. Andassero a lavorare in miniera, andassero! Puttani! Troi! Suppongo che parlasse del nostro referente per la cooperativa, che, quando siamo entrati in ufficio, per compiacere la ragazza del desk, si stava esibendo in un ballo latino. Fischiettando faceva roteare il portachiavi sopra la testa. E dondolando il sedere in modo sensuale, faceva dei passi di danza prima in una direzione e poi nell’altra. Cambiava senso di marcia al grido di “Samba”. Be’, per lo meno ragazza rideva. Di solito aveva l’aria di un’orfanella. Appena spalancata la porta, ci hanno guardato con l’aria di pensare, “Oh cazzo, no, ecco i due barbagianni”.
Avete già finito?, ha detto il capoufficio con aria severa.
Sì, ho detto io.
Ottimo, ha detto lui indicandomi la porta sul retro. Fate pausa nello spogliatoio.
Gli siamo passati di fianco senza obiettare che nello spogliatoio non c’era la macchinetta del caffé. Ci siamo seduti sulle panchine di fianco agli armadietti. Dalla porta socchiusa spiavamo la scena. Il referente ha ripreso con il ballo latino e Penna Bianca con le sue lamentele, E poi la gente si meraviglia se le cose vanno male per la cooperativa. Finché fanno comandare gente così! Ma te la dico, io. A lavorare in miniera, andassero! Puttani! Troi!
Questo perché riteneva che la nomina di capoufficio spettasse a lui. Ma non erano più gli anni ’60 e il Penna Bianca era un vecchio rosicone con occhiali a tartaruga che fumava due pacchetti di Diana Blu al giorno. Lo guardai di sottecchi. La sua pelle era secca, senza quel velo di naturale lucentezza, sintomo di buona salute. Ha tossito. Otto, nove colpi veementi, cavernosi. Per un attimo mi è sembrato un animale prossimo alla morte. Con sgomento mi sono sorpreso a chiedermi, Ma per quale motivo tu ti accompagni a uno così?

Minutaggio 4′ 50”

Bella Italia! Belle donne italiane!
Il tassista distoglie lo sguardo dalla strada per girarci un’occhiata dentro la montatura sottile sulla groppa del naso. A intervalli regolari i lampioni sopra l’abitacolo illuminano la nuca: una mezzaluna di capelli grigi appesi alla pelata color caffelatte, qualche ciuffo di pelo sui lobi, un’orecchia morbida, una guancia ben rasata.
Incolonnati il più possibile vicino all’uscita di una delle discoteche senza insegna tra Jannowitzbruecke e Warschauer Strasse, ben visibili sotto un lampione, i taxi degli altri turchi fremevano dalla voglia di mettere in moto. Lui, invece, aspettava in disparte, sopra un marciapiede, come sapesse di essere una seconda scelta: il taxi di un vecchio in una macchia d’ombra. Un wolkswagen così scalcagnato che ci siamo pentiti di averlo scelto non appena abbiamo messo mano alla portiera. Invece l’abitacolo profuma di arbre magic alla menta. I sedili sono un po’ polverosi ma lindi, come il maglione verde prussiano indossato da lui, il tassista. Si è aggiustato lo specchietto. Italiani?, ha detto. Il mio amico e io ci siamo guardati: vedrai che adesso si mette a fare il cosmopolita multikulti e poi ci pianta la faccia offesa se a fine corsa gli diamo i soldi contati.
Io sono abitato a Roma, dice lui. Dal ’76 all’84. Bella Italia! Belle donne italiane! Se ti amano, stanno con te le donne italiane!
Da dove vieni amico mio?
Da Egitto.
E non ti piacciono le donne di Berlino?
Ho sposate due, dice il tassista.
Aaaah. Lo vedi che piacciono anche a te le  tedesche?
Il tassista tace. Al finestrino la solita romantica esposizione di ruderi berlinesi. Da una parte popolari castelli di cemento e dismessi fabbricati di mattoni rossi. Dall’altra una pozza di fango, uno squarcio urbano in attesa di investitori. Ovunque, sullo sfondo, alveari di luci che si spengono mano mano che la gente ritorna a casa dalle rispettive occupazioni. Dai bar. Dalle discoteche. Dalle riunioni di condominio. Da separati impegni si ricompone la coppia nelle due piazze dell’amore condiviso.
Lavoro anche per lei, attacca il tassista, in tedesco, come se parlasse all’aria fredda che sibila dal finestrino. Lavoro di notte anche per lei. La tratto come una regina. Io lavoro e lei no. E se la chiamo per sapere come sta, non mi dice neanche dov’è. Ich bin frei, dice. Sono libera. E se dico che sono vecchio e ho i dolori, Cosa posso farci, dice lei. Va’ a lavorare. Lo volete sapere? E anziché guardare la strada, si gira verso di noi. Le donne di Berlino vogliono solo ficken und tanzen. Solo ballare e scopare, vogliono. E quando sono finiti i soldi, alles vergessen. So quello che dico. Ne ho sposate due. Non sono come le donne italiane. Belle, donne italiane. Restano con te, le donne italiane.
Che dirgli? Vuol vedere che gli diamo ragione, che facciamo di sì con la testa. Ci guardiamo, il mio amico e io. Cosa dire? Cosa dire a questo cuore astioso che si trova a recitare la parte ingrata della commedia?
Dico, Vuoi che ti presento mia nonna? Il mio amico scoppia a ridere e il tassista mi guarda irato. Crede voglia prendermi gioco del suo dolore. Lui non lo sa che mia nonna non ha mai camminato ubriaca sulla Schönhauser Allee alle quattro di mattina.  E mai ha dato il braccio a un ragazzo conosciuto solo tre ore prima in discoteca. E ha fatto l’amore solo con il padre dei suoi otto figli. Un contadino condotto in Russia dai fascisti, e di là tornato pazzo e inetto. Un uomo che qualche volta l’ha battuta senza sapere neanche lui perché. Un uomo che lei ha rimesso in piedi con pazienza biblica. E adesso che è morto da anni e tutto il giorno lei siede in cucina a leggere cronache locali e libretti di preghiere, ancora adesso le pare di sentire la sera, sul vialetto di casa, i passi di lui che tornano dal fiume. Tossicchia. Sbatte gli scarponi sul cemento per scrostare il fango dalle suole. Mia nonna, alzando un sopracciglio di superiorità di fronte a questo miserabile grumo di vecchiaia, tristezza e vittimismo egiziano che mi guarda irato, lei ne avrebbe pena. Capirebbe. Curerebbe. Amerebbe.

Minutaggio 4′ 50”

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