Le stanze di Ramia, uno spettacolo teatrale.

L’associazione Casa di Ramia è uno spazio messo dal comune di Verona a disposizione di tutte le donne, con un occhio di riguardo per le migranti e le nuove cittadine, come luogo d’incontro, di confronto, per darsi reciproco aiuto e sostegno, dove coltivare ancora le tradizioni e i saperi del paese di origine e “al tempo stesso aprirsi al nuovo per amore dei figli”.

Si trova nel quartiere di Veronetta, in via Nicola Mazza. Vi è una ragione storica per cui si trova lì e non altrove: questo fu il primo quartiere, a ridosso del centro città, a diventare multietnico.

Un giorno che per tornare a casa passavo di lì,  sotto le finestre aperte di questo vecchio edificio grigio, ho sentito voci di donna intonare la famosa canzone Katyusha battendo le mani e accompagnandosi a una base preregistrata. Era il 25 Aprile e mentre noi italiani si festeggiava la liberazione, fuori dai balconi era tutta una bandiera stesa, loro festeggiavano la vittoria, e l’effetto mi era parso così bizzarro, nostalgico e fuori luogo che sono arrivato a casa pieno di amore per questo bellissimo quartiere.

Quando ho saputo che il 24 giugno 2011 nel cortile del tribunale a Verona si sarebbe tenuta una festa dal nome “Le Case dei Saperi, una giornata alla scoperta di memorie e antiche tradizioni”, organizzata dall’associazione Casa Di Ramia, sono andato a vedere volentieri. Tra tutte le attività proposte dal programma, mi interessava molto lo spettacolo teatrale Le stanze di Ramia, perché conosco alcune delle partecipanti: l’amica e scrittrice Susanna Bissoli, coregista con Elena Migliavacca e Shiabra Woods. E Brigitte, una delle attrici, perché frequentiamo entrambi Oxymoron un programma europeo di insegnamento e apprendimento dell’italiano ai nuovi cittadini.

Non si tratta della loro prima esperienza teatrale. Qualche anno fa le donne di Ramia avevano piacevolmente stupito la città di Verona con uno spettacolo dal titolo “Hijab o del confine”, in cui tredici di loro esploravano, attraverso il linguaggio teatrale, le questioni fondamentali legate all’uso del velo islamico. Per certi versi questo secondo spettacolo sembra una continuazione ideale del primo.

Si legge sul volantino: “Sui muri di una casa immaginaria abbiamo proiettato i nostri ricordi, fotogrammi intatti di una vita che sembra lontanissima, ma che è la nostra. Abbiamo ritrovato le nostre stanze intrecciando racconti a casa di Ramia e adesso vi invitiamo ad entrare”.

La casa dei ricordi condivisi è rappresentata scenograficamente da una casetta di cartone con alcune piccole finestre e una porta fornita da una tenda gialla con disegni tribali. Da dentro ciascuna delle donne, affacciandosi a una delle finestre, racconta una memoria della sua infanzia. Gli aneddoti sono gustosi, affrontati con tenerezza e ironia, e raccontati nell’italiano a volte forbito a volte zoppicante, ma peculiare di ciascuna persona.

A volte le memorie sono delicate, come il caso della ragazza (ispanica o ispanomericana ) che da piccola si metteva alla finestra, e  mentre di fronte a lei vedeva le sue montagne,  c’era sua nonna di là che guardava in tv a tutto volume una soap opera in spagnolo, e oggi, per ricordarla, accende la tv, si mette alla finestra, e anche se non ci sono più né le montagne né la nonna, le sembra di vedere entrambe.

A volte i ricordi si fanno spassosi e caustici, come nel caso della donna nigeriana che racconta di uno zio alla finestra, che appena passava una donna, le mandava dei baci schioccanti, vieni qua bela dona, vieni qua bela dona, nonostante avesse già due mogli in quella casa. E adesso, racconta la donna nigeriana, a quella finestra c’é suo figlio, mio cugino, e anche lui si mette sempre là e appena passa una ragazza, vieni qua bela dona, vieni qua, dice anche lui.

Uno spettacolo semplice, ma corale e ben orchestrato. Ciascuna delle donne che ha accettato di raccontarsi e di condividere con il pubblico una parte della sua vita privata, ha arricchito anche noi: grazie alla magia dell’immedesimazione abbiamo visto la vita dal suo punto di vista. Il suo bagaglio culturale è diventato anche nostro, almeno per un po’. E questo mi sembra un punto importante raggiunto dalla cultura cittadina veronese: mettere il discorso dell’integrazione, oggi infestato di politica e ideologie, su un piano domestico, pratico, umano. Al centro delle memorie narrate vi sono nonni, delle madri, degli zii, dei fratelli, figure intime e universali con cui ciascuno di noi può confrontarsi facilmente.

Mi rendo conto nel dire quanto segue, che non troverò l’appoggio di tutti i miei concittadini, ma può darsi che festicciole “multiculturali” come questa organizzata da casa di Ramia, tra cinquanta, dieci o forse cinque anni, saranno le feste ufficiali dell’identità veronese.

Quartieri come Borgo Roma, Golosine, Borgo Venezia e in modo diverso Veronetta crescono multiculturali. Non certo senza problemi, da una parte e dell’altra, razzismo e diffidenza, strumentalizzazione politica, atteggiamenti di chiusura persistono da una parte e dall’altra. La sfida del futuro, per cittadini residenti e cittadini migranti, non sarà mantenere le proprie radici, ma accettare e conoscere quelle degli altri.