Sono scappato da Times Square

…verso la Grand Central Station. Dal piano più basso ho preso il treno 7 che parte da lì e fa l’ultima fermata a Flushing, nel Queens. Il percorso del treno 7 è interrato finché attraversa Manhattan verso est, poi appena superato l’East River, diventa una sopraelevata e ti viene il cuore in gola non appena ti accorgi che di fronte hai lo sterminato distretto del Queens, con le sue case basse, i muri imbrattati di tag, le case marroni con le scale antincendio e sulla tua destra, oltre il Queensboro brdge color panna,  lo skyline dell’Upper East Side, un pugno di grattacieli fiammeggianti, che sembra lì, azzurrino sotto il cielo terso, a portata di mano, e invece è distante chilometri. Nel treno in quel momento, c’eravamo io e un gruppo di nonnine asiatiche. Più o meno all’altezza di Jackson Heights è salito un un giovane nero, con le braccia piene di tatuaggi fatti mano, un po’ sinistri a dire il vero, e spingeva un passeggino doppio con sopra due gemelline con gli occhi azzurri e accesi, di forse qualche mese. La nonna cinese seduta accanto a me quando il passeggino è passato sotto il suo naso, si è sciolta dalla tenerezza, -Sono gemelle?
L’uomo ha tirato su la visiera del cappellino da baseball e ha annuito, Questa, ha detto indicando la più grande, Sei minuti prima. È anche la più irrequieta. Non sta mai ferma. È pazza. L’altra invece è più tranquilla.
Finché il papà parlava la primogenita si stava succhiando un piede.
Sei un uomo fortunato, ha detto la nonna.
Fortunato?, l’uomo si è stretto nelle spalle, Ne ho un altro a casa. Un maschio. Tre. Sono troppi. Mi verrebbe da buttarli fuori dalla finestra.
Sono sceso a Flushing e mi sono ritrovato circondato da asiatici, ispano americani, afroamericani, ma soprattutto asiatici. Le scritte in cinese (o almeno quello che io reputavo essere cinese) superavano il numero delle scritte in inglese. Cinese sulle vetrine dei bazar. Cinese sulle vetrine delle tavole calde. Cinese dappertutto. Me ne sono entrato da Joe’s, un posto che si vantava di far i migliori hamburger di New York, a detta del NY Times, perché, come spiegava quello che doveva essere Joe stesso a una donna che si lamentava di pagare nove dollari un cheeseburger, Qui la carne è fresca, la miglior carne d’America, se non vuoi spendere nove dollari perchè non vai da McMerda? E il NY Times non si sbagliava, il migliore hamburger che io abbia mai mangiato. Al ritorno volevo camminare.  Mi sono fermato alla stazione di Queens Plaza, da cui si riesce a vedere il Queensboro bridge. Ho deciso che l’avrei attraversato a piedi. Che fosse lungo me l’aspettavo, ma così lungo no. Così, senza pensare allafatica, mi sono messo a camminare sopra l’East River, e ho vissuto uno di quei viso a viso con la città. Le auto attraversavano il ponte e l’odore di smog grattava la gola. Guardavo verso sud, il fiume era un nastro grigio infiammato dal sole, attraversato dal ponte di Williamsburg, il Manhattan Bridge, il ponte di Brooklyn. I cicloboys newyorkesi mi sfrecciavano contro, il traffico mi fischiava nelle orecchie quando è accaduta una cosa mi ha fatto sobbalzare, l’avevo letto nella guida, ma non me l’aspettavo. Il ponte vibra! Una scossa, una specie di pelle d’oca ha pervaso il ponte color panna, una vibrazione che si è trasmessa al mio corpo. Un moto di assestamento del ponte, alla cui origine c’era anche il mio peso!

[Agosto- Settembre 2009]