Non siamo mai così forti come quando siamo assieme.

…Dopo qualche giorno di solitaria  permanenza in città, preda di camerieri aggressivi, agenti di cambio infidi e tassisti senza scrupoli,  l’ho capito: l’unica maniera di sopravvivere alla giungla d’asfalto newyorkese è associarsi. Durante l’Howl Festival in Tompkins Square,  Alphabet City, le parole di una poetessa che ha preso il microfono per leggere al pubblico una poesia di Allen Ginsberg, mi hanno folgorato come un’epifania: “Non siamo mai così forti come quando siamo assieme”. E poi tutta la gente ha cominciato a ballare, non tra conoscenti, ma tutti con tutti. E Immerso in quella folla di sconosciuti,   il mio cuore  traboccava di giubilo, perché era così gentile  da parte loro, farmi sentire parte di una comunità, anche se ero un turista.  Non siamo mai così forti come quando siamo assieme, ho ripetuto.  E l’ho ripetuto per tutta la vacanza. Lo ripetevo a me nei momenti di solitudine.  Lo ripetevo ai fellow travellers che incontravo, per incoraggiarli a condividere il viaggio, scambiarci informazioni ed esperienze

Poi è arrivato il mio penultimo giorno a New York ed ero diretto da Strand. Strand è il nome di una catena di  negozio di libri usati e io andavo in quello nei pressi di Union Square, dove volevo rivendere due libri che avevo comperato in saldo soltanto il giorno prima.  Il fatto é che ormai la mia permanenza lì era finita. Io stesso volevo tornare a casa. Ero senza soldi, me li aveva fregati New York, uno dopo l’altro. Ecco, proprio ad un passo dalla porta girevole, mi cade dal borsellino a tracolla il moleskine. Un nero che era lì, appeso al telefono pubblico, richiama la mia attenzione schioccando le dita, hey, hey man, il tuo quaderno. Mi giro. Raccolgo il quaderno e dispenso molti thank you (troppi in una città come NYC) e faccio per andarmene e lui, hey, man, ma… io ti ho fatto un favore, no? Ti ho detto che ti era caduta la roba e la tua roba è importante, no?

Ho inspirato. Volevo rispondergli è stata una tua scelta decidere di aiutarmi. Però, era innegabile, mi aveva reso un servizio utilissimo. Quanti pugni in testa mi sarei dato, due minuti dopo, quando mettendo la mano nel borsellino mi fossi accorto di aver perso il diario? E d’altra parte, con quel sorriso da furbastro, il nero mi dava l’impressione di essere lì, appeso al telefono, da stamattina, in attesa che a qualcuno cadesse qualcosa. Non gli do niente, ho pensato. Non gli do niente perché ho solo un dollaro in tasca e poi devo andare di nuovo al bancomat. Poi però mi sono venute in mente le parole, “Non siamo mai così forti come quando siamo assieme” e ricordi si sono allineati come le tessere del  domino. Una volta alla biglietteria della fermata City Hall mi mancava  poco meno di un dollaro e la donna dietro il vetro ne ha preso uno dal suo portafoglio per pagare il mio biglietto, senza che io chiedessi. Un’altra volta ancora il mio abbonamento per i mezzi, per qualche ragione, non funzionava e una ragazza che usciva in quel momento ha fatto strisciare il suo per me nel dispositivo del tornello. Ero perso da qualche parte nel Meatpack District un pomeriggio e un distinto signore è venuto verso di me e ha segnato con una biro la mia strada sulla mappa. Nell’apparente casualità, il disegno composto dalle tessere del domino, alla luce delle parole che stavo ascoltanto, pareva avere senso preciso: chi abita qui sa che questa città ti passa sopra come un rullo compressore. Perciò si aiutano quando si vedono nel bisogno, perché sanno che la prossima volta ad avere bisogno d’aiuto potrebbe essere ciascuno di loro. Questo nero forse mi stava turlupinando, ma se invece avesse sul serio bisogno di un pranzo?

Ho sospirato.

Ti va bene un dollaro?

Thank you man, ha detto il nero con un inchino, God bless ya.