Mario Maffi, la cultura Underground

Cercavo un altro libro quando mi sono imbattuto in La Cultura Underground, Odoya editore, 2010, Bologna, e avevo risorse monetarie per uno soltanto. La decisione è stata difficile, ma alla fine ha vinto Mario Maffi,  docente di cultura anglo-americana all’Università Degli Studi di Milano. Ha vinto perché è una vecchia e fidata conoscenza letteraria, il mio viaggio a New York l’ho preparato sui suoi libri: New York. L’isola delle colline (2003) e Nel mosaico della città. Differenze etniche e nuove culture in un quartiere di New York (2006). La Cultura Underground è una riedizione di un testo del ’72, se ho capito bene, la sua tesi di laurea. L’autore stesso ammette nella prefazione a questa edizione che il tono del saggio riflettono lo spirito dei primi anni settanta, per esempio certi accenti continuamente posti sulla necessità della militanza o sull’infantilismo naif e utopista della generazione anni ’60. Eppure è un gran libro. Per due motivi.

Uno, è un compendio di informazioni rigorosamente verificabili nella bibliografie finale. La storia dei movimenti di contestazione radicale giovanile viene ripercorsa attraverso la produzione culturale: dagli anni ’50, con la Beat Generation, passando per gli anni Sessanta, fino alla nascita dei Movimenti di contestazione politicizzati dei primi anni ‘70, White Panthers, Black Panthers, i Weatherman, e poi teatro, cinema, musica, radio, letteratura politica, manifesti, poesia, romanzi,  il Living Theather, gli MC5, Ken Kesey e i Merry Pranksters, Timothy Leary, Robert Crumb, Maya Deeren, Leacock-Pennebaker, sono solo alcuni tra gli innumerevoli  spunti per l’approfondimento e la ricerca personale.

Motivo numero due. L’autore presenta la produzione culturale dei movimenti radicali come “reazionaria”, diciamo così, alla produzione culturale del Sistema Capitalistico, il Moloch di cui parla Ginsberg nell’Urlo, che opprime l’inviduo e lo getta nella paranoia, nel panico, e lo addormenta con un falso benessere per poterlo dominare. Anche se oggi il panorama é più complesso e sfaccettato, alcune sintesi, alcune interpretazioni, alcuni giudizi colpiscono per la loro estendibilità ai tempi correnti.

…A confronto con una realtà che non ammetteva compromessi e ambiguità, gli artisti underground (come molti artisti overground) hanno dovuto scegliere: o continuare a dibattersi nel proprio io, nell’estenuazione impotente dei propri temi, nell’aspirazione ad un riconoscimento dei propri incerti movimenti (“l’artista è nevrotico, è un genio, non si può pretendere che sia coerente”) e a un perdono delle proprie ambiguità in nome di un arte che “non può avere nulla a che vedere con la politica”; oppure donare alla “politica” il proprio bagaglio di conoscenze artistiche, diventare militanti che contribuiscono alla lotta con le proprie “tecniche”, siano esse la cinepresa, il teatro, o altro.
Mario Maffi, La Cultura Underground, pag 200., Odoya editore.