Ha un tocco bianco, midwest, nel rifare le canzoni. Ma io so che non è rock’n’roll. È un blues.

…Ha un tocco bianco, midwest, nel rifare le canzoni. Ma io so che non è rock’n’roll. È un blues. La morte non fa vacanze su questa terra. La morte ti lascerà in ginocchio e piangente su questa terra. Ti dico che la morte non ti lascerà in piedi e piangerai su questa terra. Così predicava pizzicando la chitarra il reverendo Gary Davis, vecchio orfano di padre e madre. E in quest’osteria dove studenti, lavoratori, sbandati di mezza età e vecchi giocatori di scacchi si radunano per ululare alla luna, stasera ce lo suona Steve. Anche chi conversa voltato di spalle a un certo punto lo sente. Appoggiano i bicchieri al tavolo e si girano verso l’angolo dove, accompagnato da Ugo, canta con a occhi chiusi e con le vene del collo grosse. Verrà a casa tua ma non ci starà molto. Guarderà il letto e qualcuno se ne andrà. Verrà la morte a casa tua e non avrà pietà. Perché stasera con tanta furia ruggisce la tua chitarra, Steve? Perché la tua gola di quarantenne strozzano le sconsolate parole del reverendo Gary Davis, vecchio, nero, cieco predicatore che conobbe per esperienza la perdita e l’abbandono che ogni giorno rivivono gli orfani? E perché mi turba così tanto?

I ragazzi adorano il modo in cui tiene il berretto, calcato sulla fronte, e il boccale di birra, imperlato sul tavolo. A qualcuno non va giù proprio per i suoi tratti americani. È troppo bravo, dicono, Si prende tutto il palcoscenico. Pischelli che cercano di superare la timidezza ma ancora non sanno portare a termine un pezzo e mascherare un errore d’esecuzione. Il loro senso della rivalità tra maschi è urtato dalla sicurezza con cui Steve affronta e macina ogni canzone. Si vede da come si muove che a letto ci sa fare, dice la ragazza che siede vicino a me stasera. Quando avrà smesso di suonare, si rollerà una sigaretta di tabacco Golden Virginia e andrà a fumare sulla soglia, dove ci sarà la fila per chiedergli chi è, cosa fa, inseguendo quale sogno è capitato a insegnare inglese nelle scuole a pagamento e cantare classici americani negli inferi dei bar in questo angolo d’Italia.

È così che l’ho conosciuto io.

Non sono un musicista, amico. Così mi ha detto la sera che sono andato a stringergli la mano. Ma ce l’avevo un gruppo. A Brooklyn. E ce l’avevamo quasi fatta ma. Non sono un musicista. Non più. La mia arte è il disegno. Nessuno mi paga per farlo ma è il disegno che riempie le mie nottate.

Capisco bene questo concetto, ho detto. Io faccio lo scrittore e nessuno mi paga per farlo.

Faccio una mostra, ha detto Steve. Il mese prossimo. Qui, in questo posto. Claudio, il barista, mi conosce. Mi presta le sue pareti. Non è ancora finito il lavoro, ma alcune cose le posso mostrare. Vieni a buttare un occhio?

La sera della vernice io c’ero ma Steve era attorniato da troppe persone per potergli parlare, così mi sono versato da bere e mi sono dedicato alla lettura. Appesa alle pareti dell’osteria la storia frammentata di un uomo, un americano in Italia, cui arrivava la notizia improvvisa della morte della madre nello stato di Virginia, U.S., e doveva ritornare nel paese natio assieme ai fratelli per ufficiare i riti funebri. Senza continuità si passava da tavole che parlavano del passato a tavole che parlavano dell’Italia, a tavole che parlavano del funerale. Presente, passato prossimo, passato remoto, parevano grappoli di ricordi. Il protagonista al capezzale. Il protagonista con la sua ragazza in Italia. Il protagonista che si scusava con il fratello per aver lasciato la cura della madre tutta sulle sue spalle. In un’atmosfera grigia, verde e blu, si capiva che l’uomo si sentiva in colpa per essere fuggito nel momento del bisogno. Ed è così che mi sento io quando penso ai miei genitori. Mani in tasca, con gentilezza, il fratello rispondeva, Si vede che così doveva andare. Nella notte -non la notte successiva, ma la notte che segue alla morte di un legame di sangue- l’uomo faceva un sogno. Sognava quello che sembrava un cane. Aveva orecchie da cane, camminava a quattro zampe. Si metteva nei guai e soffriva. Scodinzolava quando era contento di vedere qualcuno. Quel cane era orfano. Quel cane era lui. Quando sono riuscito a farmi strada in mezzo agli invitati che volevano brindare con l’artista, gli ho fatto la mia domanda, È bellissimo. La frammentazione gli dà una naturalezza che sa di vissuto.

Ci sto lavorando. Non è ancora finito.

Abbiamo fatto tintinnare i bicchieri.

Sei tu quel cane orfano?

Quel cane orfano siamo noi, ha detto Steve. Amico mio, siamo tutti cani senza madre. Non c’è nessuno che ci dice cosa fare o cosa non fare. Siamo abbandonati a noi stessi.

Qualcuno gli ha toccato l’ha spalla, s’è girato, altre persone volevano che volevano congratularsi. Ma sapevo che eravamo amici, c’eravamo capiti. Domattina presto prenderò il primo treno.

[Maggio 2010]

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