Essere pazzi a New York non è facile. C’è molta concorrenza

NYC è come un minestrone in cui ogni forma di pazzia é rappresentata, accettata, anzi incoraggiata dal tipico buon senso comune newyorkese: esprimi la tua diversità. Se é vero quello che cantano i Beastie Boys in Open Letter To New York, questa città riesce a far coabitare elementi diversissimi tra loro. Oggi a Sutphin Boulevard (Queens), mentre aspettavo l’airtrain per il JFK, attratto da un cartello che pubblicizzava pollo teryiaki con french fries, sono entrato in una tavola calda giapponese e la ragazza dietro il bancone parlava in giapponese con i colleghi nella cucina, inglese con me e spagnolo con un secondo cliente entrato poco dopo.

La coesistenza delle diversità è nella testa delle persone che, a volte, portano all’esasperazione questa caratteristica di cui la città va fiera. La gioventù creativa di Williamsburg che si veste in giacca e cravatta ma con i pantaloncini corti. La cultura gay proud nel Village (sia East sia West) che porta le ragazze a baciarsi alla francese nei divanetti dei bar sulla Bowery st. e i ragazzi a prendersi per mano mentre camminano per strada. Forse a volte può sembrare una forma di esibizione, una gara a farsi vedere, ma è innegabile che se uno ne avesse voglia, potrebbe passare delle giornate a fare people watching nella Grand Central Station, ed esaminando pettinature, stili di abbigliamento, tatuaggi, tentare di associare a ciascuno di essi stile di vita, classe sociale, borrough di appartenenza.

In mezzo a tutta questa diversità che salta aggressivamente agli occhi, è difficile farsi notare. E anche il pazzo senza fissa dimora che vuole esprimere il suo dissenso, non può semplicemente borbottare con un cartone di vino sotto braccio, come farebbe a Bologna, no, a New York devi essere sempre il migliore, il numero uno, come il giovane barbone di colore che ho visto ieri sera in Canal st., tra Chinatown e SoHo, che di fronte alla vetrina di uno di quei ristoranti di lusso preclusi anche alla gente benestante, lui con uno di quegli enormi stereo da spalla acceso per terra e alzato a tutto volume, faceva aerobica in faccia ai ricconi seduti al tavolo, come a dire: hei riccastri, sono qui, sono un povero. Mi vedete, eh? Mi vedete?

[Agosto-Settembre 2009]