Wells Tower, Tutto bruciato, tutto devastato

Tutto devastato, tutto bruciato. Titolo della raccolta di racconti uscita per Mondadori, di Wells Towers, giornalista e scrittore statunitense, di Brooklyn, leva ’73. Uao, mi sono detto prendendo in mano questo libro in negozio, Questo sì si chiama essere positivi! E non è una promessa da marinaio, i personaggi e i protagonisti di queste storie escono proprio conciati male dal loro scontro pugilistico con la realtà.  Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, una masnada di vichinghi razzia, uccide, e rapisce donne in villaggio sulla costa della Scozia dove aveva già razziato, ucciso e rapito neanche un anno primo. Uno sconosciuto stupratore tenta di rapire un’adolescente, che l’ha approcciato per rifarsi dell’ex migliore amica, colpevole di averle “usurpato” il ragazzo. Un uomo accetta di accompagnare all’ospedale il compagno della ex moglie e si lascia coinvolgere in una rissa. Un ragazzino di sette anni viene adescato in una bagno chimico di un luna park.  E altre truciderie. Ma ci arriviamo, andiamo per gradi.

La tavolozza di Wells Tower è composta di tre colori fondamentali, il grottesco, il patetico e il tragico

Il grottesco. A proposito del filo di una spada, “Avresti potuto radere il culo di una fatina con quel coso”. A proposito di un monaco ucciso per sfizio da un pirata,  “Recitò una preghiera funebre, il cui succo era che non sapeva chi cazzo fosse il dio di quel uomo, ma gli dispiaceva che il suo umile servo fosse stato spedito in cielo in anticipo, e per giunta con un pretesto idiota”. A proposito della passione dei marinai per la musica, “Gli abitanti dello Slesvig attaccano a cantare senza nessun motivo particolare, e il loro amore per la musica è approssimativamente paragonabile alla pessima qualità del loro canto”.

Il patetico. A proposito di un amico single, “La moglie di Gnut se n’era andata  anni prima, uccisa da una tazza di latte andato a male, e ora che non c’era più si era ammalata ed era morta anche quella parte  di lui che riusciva a stare in un luogo saldo e stabile sotto i piedi”. Sempre a proposito di Gnut e delle motivazioni che lo spingono ad andare per mare, “Speravo che Gnut crollasse e confessasse che al vita quaggiù lo faceva sentire solo e triste invece di andare avanti con quel numero da guerriero. Mi bastava guardarlo per capire che passava la maggior parte del suo tempo a pensare di buttarsi in acqua e non tornare indietro. Non era il conflitto, quello che cercava. Voleva essere di nuovo in barca, e in compagnia”.

Il tragico. A proposito di un padre divorziato che rivede il proprio figlio di sette anni dopo che è stato rinchiuso con uno sconosciuto in un cesso chimico in un luna park, “Jim Lemons cerca di non pensare a quello che Henry potrebbe aver passato nel cesso chimico. E concentra i propri timori sulla telefonata che  avrebbe  già dovuto fare all’ex moglie. La separazione non è stata amichevole. La donna ha speso un sacco di soldi in avvocati per assicurarsi che Jim non potesse vedere Henry più di due giorni al mese. Quando Jim ha permesso a Henry di guardare Henry Potter, ha chiesto al suo consulente genitoriale di dimezzargli i giorni di visita per irresponsabilità parentale. Jim Lemons  ha il sospetto che potrebbero passare mesi, forse anni, prima che riesca a vedere di nuovo suo figlio. Per molto tempo sarà costretto a ricordare Henry così: con una scarpa sola e gli occhi opachi come monete”.

Il tocco, la sensibilità dominante, è quella minimalista: “ Alla vista del padre la paura di Jacey scomparve, sostituita da un senso di gelida mortificazione. Eccolo lì, neanche quarant’anni, pelato come una mela, con un sorriso da grasso ragazzo impacciato. La faccia, gonfia, per una recente scottatura al sole, brillava in contrasto col verde scuro dei cespugli di rose alle sue spalle. Aveva quei pulciosi sandali di gomma che Jacey odiava, e una maglietta nera con teste di lupi ululanti disegnate con l’aerografo, maglietta che aveva anche Jacey, in una taglia più piccola, e che giaceva in fondo all’armadio con l’etichetta del prezzo ancora attaccata. Calze grigie e sformate gli cascavano attorno alle caviglie robuste, che man mano diventavano le familiari gambe da cui Jacey era ossessionata, arcuate e tozze, gambe che nemmeno una vita intera di ginnastica ed esercizi avrebbero reso più belle. L’umiliazione fu improvvisa e travolgente, senza alcuna riflessione o motivo. Ma la silenziosa, nuda sensazione che la investì fu che suo padre non era esattamente una persona, non proprio, ma piuttosto una parte intima di lei stessa, una disgraziata combinazione di pelle rosa e membra corte e irrimediabile vulnerabilità che Jacey aveva il diritto di tener nascosta al resto del mondo”.

Non è il tipo di scrittura in cui ti chiederai cosa succede dopo. Mi sembra ispirata al credo che Hemingway derivò da Čhecov, Non scrivere mai di avvenimenti straordinari. L’autore sperimenta più o meno tutti i tradizionali tipi di narratore e le storie cominciano con una scena di apertura, avanzano per piccoli riassunti di eventi minori, fino alla scena  centrale, da cui scaturisce per qualcuno dei personaggi un’epifania che porta alla chiusura. Quello che conta, sembra, è come arriva alla fine della vicenda il personaggio. Di solito ci arriva sconfitto, perché Wells Tower racconta le sue storie dalla prospettiva di deboli, buoni e inetti (… i non adatti alla vita, s’intende). La visione di questo scrittore è ispirata al darwinismo, il più debole soccombe al più forte, sempre. Quello che manca, per i miei gusti, è la scrollata di spalle liberatoria, quella con cui ti lasci scivolare addosso tutto il peso del mondo.  Io nel leggere il libro ho provato lo stesso senso di malessere di quando  mi lascio affascinare dagli scrittori che raccontano l’oppressione della realtà, Rick Moody e il suo funereo Velo Nero, Sam Lipsyte  e il suo Venus Drive,  D’J Pancake e l’unico libro che ha scritto. Gli scrittori che cedono al fascino del pessimismo. Li leggo. Mi interessa quello che hanno da dire. Ma quello che manca loro, in effetti, è la scrollata di spalle con cui ti lasci scivolare di dosso il peso del mondo. Mi viene in mente Henry Miller, che oggi  sta aperto sulla mia scrivania, “è l’autunno del mio secondo anno a Parigi. Ci sono stato mandato per ragioni che ancora non sono riuscito a penetrare. Non ho soldi né risorse né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo”. E in effetti questa sarebbe l’ennesima  tradizionale raccolta di racconti realistici in ambiente americano, scritti da un autore che ha uno splendido gusto per il dettaglio grottesco, una grande capacità di far parlare i personaggi in modo naturale e di raccontare l’oppressione della realtà sul loro mondo interiore… non fosse per l’ultimo racconto. Quello riesce a superare, a mio avviso, e dare una svolta Si tratta della storia di pirati cui accennavo prima. Il narratore non è una vittima. Sta dalla parte degli aguzzini. È un pirata che ha incendiato, saccheggiato, rubato, ucciso e che per la prima volta in vita sua, guardando un suo amico, riesce a capire il punto di vista delle vittime.

Che Gnut avesse trovato una donna pronta a farsi amare era, con ogni probabilità una buona cosa, e anche se al momento lei non lo ricambiava, prima o poi avrebbe finito col provare per lui qualcosa di non troppo dissimile all’amore. Ma che dire del viaggio di ritorno, quando i venti si indebolirono e ci vollero cinque lunghe settimane per tornare a casa? Gnut non parlò praticamente con nessuno, si tenne stretta Mary e basta, cercando di tranquillizzarla e proteggerla da noi, i suoi amici. Non ci guardava in faccia, afflitto com’era dalla terribile paura che ti prende quando ottieni qualcosa che non puoi permetterti di perdere.
Dopo quel viaggio le cose cambiarono. Ebbi l’impressione  che tutti stessimo abbandonando la vita  spensierata di prima per entrare in acque più profonde. Poco dopo il nostro rientro a casa, Djarf si beccò un verme in un buco che aveva nel piede e dovette smetterla con le scorrerie. Gnut e Mary si dedicarono esclusivamente al loro campo, e vedevo lui sempre meno. Anche solo fare quattro chiacchiere di fronte ad una bottiglia diventò un problema da pianificare con due settimane di anticipo. E le volte in cui ci vedevamo lui rideva e scherzava con me per un po’, ma si vedeva ch aveva altro per la testa. Aveva ottenuto quello che voleva, ma non sembrava molto felice, solo perennemente preoccupato.
Quello che stava passando Gnut non aveva molto senso per me, allora, ma quando io Pila avemmo i gemelli e mettemmo su famiglia, mi resi conto di quanto l’amore possa essere spaventoso. Vorresti odiarli, tua moglie e i tuoi figli, perchés ei consapevole delle cose che farà loro il mondo, perché tu stesso hai fatto alcune di quelle cose. È da pazzi, ma ti aggrappi a loro come puoi e chiudi gli occhi davanti a tutto il resto. Però ti svegli ancora in piena notte e rimani steso in ascolto dello scricchiolio e dello sciabordio dei remi, del rumore metallico della armi, del suono di uomini che remano verso casa tua.