Potresti parlarci un po’ di più di Sylvia Plath?

Ted Hughes da L’arte della poesia LXXI

Io e Sylvia ci siamo conosciuti perché lei era incuriosita dal mio gruppo di amici all’università e io ero incuriosito da lei. Lavoravo a Londra ma tornavo su a Cambridge i weekend. Una mezza dozzina di noi aveva messo su un gruppo di poesia. La nostra principale attività di gruppo era bere all’Anchor e il nostro principale interesse comune, a parte il sentimento massonico e l’attrazione reciprova, erano le canzoni tradizionali irlandesi, scozzesi e gallesi -canzoni folk e ballate del sedicesimo secolo. Cantavamo tanto. Di quei tempi era raro che le canzoni folk fossero censite. Ma noi stampavamo un opuscolo di recensioni. Su un numero, uno del gruppo, il nostro gallese, Dan Huws, demolì una poesia pubblicata da Sylvia, Cariatidi. Più tardi è diventato un suo amico stretto, e ha scritto una meravigliosa elegia quando è morta. Quell’attacco catturò l’attenzione di Sylvia. In più aveva conosciuto uno del gruppo, Lucas Myers, un americano che era soprattutto mio amico. Luke era molto cupo e ossuto. Sapeva essere incredibilmente feroce. Proprio quello che ti aspettavi dal Tenessee. Le sue poesie erano sorprendenti per noi -Hart Crane, il lessico di Wallace Stevens, claunesco. Lui interessavaa Sylvia. Nei suoi diari, registra un sogno ricorrente in cui appare inequivocabilmente Luke. Quando publicammo una rivista con tutte le nostre poesie, l’unico numero di Saint Botolph, e la lanciammo a un party di ballo, Sylvia venne a vedere come si presentavano gli altri del gruppo.  Fino a quel momento non avevo mai messo gli occhi su di lei. Ne avevo sentite in abbondanza sul suo conto, da una ragazza inglese che faceva tutoraggio con lei. Ed eccola lì, all’improvviso, farneticando i  versi di Luke a Luke e i miei versi a me. Dopo averla conosciuta e aver letto le sue poesie, ho capito subito che era una specie di genio. Ben presto eravamo tutti lanciati uno nell’altra e uno nella scrittura dell’altra. L’anno prima, avevo ripreso a scrivere dopo gli anni della devastazione universitaria. Avevo appena scritto alcuni dei miei brani più antologizzati –Pensiero, Volpe, le poesie sul giaguaro, Vento. Capisco adesso che quando ci siamo incontrati, la mia scrittura, come la sua, ha lasciato la vecchia strada e ha preso a volteggiare e a esplorare. Per me, certo, lei non era solo se stessa: era l’America e la letteratura americana in persona. Non so cosa fossi io per lei. A parte i classici monumentali -Tolstoj, Dostoevskij, e via dicendo -le letture della mia formazione erano compeltamente diverse dalle sue. Ma presto le nostre menti divennero due parti di un’unica operazione. Facevamo sogni a metà o complementari. Avevamo una telepatia intrusiva.

[The Paris Review, Il Libro, 2010, Fandango, Roma, pag 266]