Piersandro Pallavicini, A braccia aperte

Quando ho preso in mano questo libruzzo, di fattura molto gradevole grazie alla copertina di Gipi, ho dato un’occhiata al titolo e ho pensato, “A braccia aperte, dov’è che ho già sentito queste parole?”.

Era la precisa espressione usata dalla madre di una studentessa rumena, durante una delle presentazioni tenute la primavera scorsa al Malacarne. Una donna di una cinquantina d’anni. Il libro presentato era “Rumeni”, di Anna-Lamberti Bocconi.  Sul risvolto di quel libro si dice che i rumeni sono la carne da macello della nostra epoca. “È vero”, aveva detto quella donna. “Siamo così. Chi ci tutela? Siamo la carne da macello. Partiamo alla volta di un paese che non conosciamo. E siamo del tutto inadatti ad affrontare il capitalismo. Qui nessuno qui ti dà niente per niente.  Partiamo convinti che l’Italia ci aspetti a braccia aperte”.

Era sincera quella donna. Parlava dall’alto dei suoi cinquant’anni. Aveva conosciuto le frustrazioni e le umiliazioni che toccano a chi lascia il proprio paese per andare a lavorare in un altro. Ma un paio di altri giovani studenti rumeni lì presenti, attratti dal titolo del libro, hanno abbandonato la sala. Comprensibile. Nonostante quello di Anna Lamberti Bocconi sia un libro passionale, un libro pasoliniano, ha detto l’autrice, un rumeno di seconda generazione ha le tasche troppo piene di entusiasmo, di sogni, di risorse per poter chiedere la pietà dell’Italia.

C’è un modo giusto di scrivere una storia incentrata sulla figura del migrante? Non lo so.  Il modo, di solito, dipende dallo scopo. Durante la presentazione di un altro libro, Babele 56 di Giorgio Fontana, l’autore legge la storia di Kais, tunisino, costretto dal contesto allo spaccio e ad una vita clandestina. Il racconto ha un tono di denuncia alla Assalti Frontali, per capirci, si sofferma sulle sofferenze, sulle sevizie -crudamente realistico e toccante il racconto dell’esperienza in carcere di Kais, ad esempio- subite da una persona arrivata in Italia in cerca di una vita migliore. Lo scopo di Giorgio, credo che sia esemplificato dalle citazioni in esergo. “È questo che occorre fare. Portare allo scoperto. Creare reti. Dare parola. Non si può far altro che questo. Non si può far altro che iniziare. Ogni volta, daccapo”, da Lager di Marco Rovelli. E poi “Avrei voluto essere più spietato nella mia ricerca, invece quello è un posto dove vive la gente”, dal fumetto di Davide Toffolo, Pasolini. Dopo gli applausi, un giovane studente universitario del Ghana, che partecipava alla discussione, ha alzato la mano ed ha chiesto all’autore, “Adesso ci hai raccontato le cose negative. Quando ci racconti quelle positive? Questo è anche il difetto del taglio giornalistico di una rivista come Nigrizia. Lo dico sempre ai miei amici che ci lavorano. Basta con tutte queste tragedie. Fate passare un’idea distorta del continente africano. Certo, ci sono le carestie. Ci sono le guerre. Ma è questa l’unica cosa che bisogna sapere dell’Africa in questo momento? ”

Il punto, secondo me, è questo. Quando si scrive qualcosa sull’immigrazione, si corre il rischio di dimenticare che una notizia, una storia, è qualcosa che esce dall’ordinario. Oggi, la vera notizia, la storia che bisogna raccontare ed enfatizzare, è il migrante che ce la fa. Secondo me Piersandro Pallavicini, con A Braccia Aperte, è riuscito a scrivere questa storia. Una storia che non inizia ogni volta da capo con lo sbarco di un clandestino. Una storia che passa dall’altra parte. Racconta la vicenda di Samuel Badjang, camerunense, medico chirurgo ordinario in un ospedale di Milano, nuovo cittadino italiano grazie ad un matrimonio con una donna italiana, che si trova a lottare contro il muro burocratico eretto dal governo italiano per far ottenere alla figlia Gaelle un visto d’ingresso come lavoratore . Ecco perché questo ritratto di un non italiano potrebbe piacere ai non italiani: il protagonista non è un poveraccio, non suscita pietà in quanto “immigrato”, “straniero”, socialmente sfavorito e stigmatizzato dal razzismo degli italiani. Non è carne da macello. Suscita invece invidia e ammirazione perché è un medico chirurgo, con uno stipendio più alto della media degli italiani, e un attributo virile di cui le donne, almeno nel romanzo, sembrano andare ghiotte.

Sono molte le cose convincenti di questo romanzo breve (a proposito, Edizioni Ambiente, siete sicuri che sedici euro sono abbastanza per un libro di duecento pagine scritte in carattere grande?). Prima di tutto il suo essere precisamente in sintonia con lo spirito dei tempi: un nuovo cittadino alle prese con la legge Bossi-Fini, di cui tra l’altro è data una comprensibile e caustica interpretazione alla fine del libro. Poi  la conoscenza e la dimestichezza che l’autore dimostra di avere del mondo africano in Italia. Piersandro Pallavicini ha scritto una storia complessa e completa, popolata di personaggi che affrescano in modo convincente tutta la stratificazione del reale, dal migrante sbandato al nuovo cittadinoottimanente inserito che si trova dover giudicare (male) i suoi conterranei. Dall’attivista volontaria italiana per cui il lavoro in una ong è solo un modo per avvicinare peni africani, al traffichino ivoriano con tendenze da pappone che si presenta alle ragazze come il deus ex machina della loro situazione e in cambio si prende sesso e una percentuale del loro stipendio. Inoltre il modo in cui è narrata. Un’architettura agile che procede per piccoli passi avanti, cui seguono adeguati passi indietro per ricostruire tutto l’affresco e le relazioni all’interno di essa.  Inoltre la voce narrante non è un “io” ma una terza persona onnisciente che segue il protagonista lungo tutto il percorso necessario a consumare un conflitto e non esita a penetrare nelle pieghe della sua testa, permettendo al lettore di immedesimarsi nella percezione della realtà italiana che un africano può avere. Anche questo è amore no?

E soprattutto la storia è avvincente, credibile, ad un certo punto lascia cadere qualsiasi problema pedagogico, di prospettiva e di morale per concentrarsi sull’unica cosa che interessa ad un lettore: una bella storia. Il finale è mozzafiato