Berlino di Viktor Šklovskij

Com’è noto, a Berlino, i russi vivono nei pressi dello Zoo.
La notorietà di questo fatto è triste.
Durante la guerra si diceva: “Com’è noto, in primavera, i tedeschi di solito attaccano”. Come se esistesse un parallelo tra i tedeschi e la primavera.
A Berlino i Russi passeggiano attorno alla Gedächtniskirche, come le mosche volano attorno al lampadario. E così come al lampadario è appesa una sfera di carta antimosche, anche in questa chiesa, una strana noce pungente è fissata sopra la croce.
Le vie che si vedono dall’alto di questa noce sono ampie. Le case sono tutte uguali, come valigie. Per le strade passeggiano signore in paltò di lontra e in pesanti soprascarpe di cuoio; ed in mezzo a loro tu, in paltò color topo, rifinito in lontra marina.
Per le strade passeggiano speculatori del mercato nero in ruvidi paltò e professori russi che, due a due, portano l’ombrello con le mani incrociate dietro la schiena. Ci sono molti tramvai, ma servirsene per girare la città è inutile, dal momento che è tutta uguale. I palazzi provengono da un negozio di palazzi in serie. I monumenti sono come servizi da tavola. Noi non andiamo da nessuna parte; viviamo amassati fra i tedeschi, come un lago tra due argini.
Non c’è mai un vero inverno. La neve cade, e subito si scioglie.
La Germania di ferro arruginisce nell’umidità e nella sconfitta, e questa ruggine ci salda gli uni agli altri, anche noi, che non siamo di ferro, arruginiamo assieme a lei.
Nella Kleistraße, di fronte alla casa in cui vive Ivan Puni, si trova la casa dove vive Elena Ferrari.
Il suo viso è di porcellana e le ciglia sono così grandi che appesantiscono le palpebre.
Le può far sbattere come lo sportello di una cassaforte.
Fra queste due case famose, da sottoterra, sfreccia la metropolitana che, con un urlo, sale insuperficie.
Il treno, dalla stazione del Wittenbergplatz, che somiglia ad una grande tana di talpa, corre urlando, come un pesante proiettile lanciato in alto, verso la banchina sulla Nollendorfplatz.
Più oltre, il treno sfreccia dietro una chiesa rossa; le chiese a Berlino sono talmente simili, che noi le distinguiamo solo per le strade nelle quali si trovano.
Sfreccia il treno dietro la chiesa rossa, attraverso la breccia di una casa, come se fosse un arco trionfale.
Più avanti viene il punto di incontro di tutti i treni di Berlino, il Gleisdreieck. Per i russi che vivono in mezzo ai tedeschi come fra le rive, il Gleisdreiek rappresenta la coincidenza.
Da qui il treno corre verso Leipzigerplatz e verso altre piazze, dove i mendicanti vendono fiammiferi e i cani che guidano i ciechi giacciono tranquilli, coperti di gualdrappe.
Singhiozzano gli organetti: non suonano nè Ach mein Lieber Augustin, né Deutschland, Deutchland über alles; gemono semplicemente, è il gemito meccanico di Berlino.
Se invece di andare verso le piazze si esce dalle deserte volte della stazione di Gleisdreiek, non si vedono nè tedeschi, nè professori, nè speculatori del mercato nero.
Tutt’intorno, per i tetti di lunghi palazzi gialli corrono dei binari, altri binari corrono in superficie, su alte piattaforme di ferro, attraversano altre piattaforme di ferro e passano attraverso nuove piattaforme, ancora più alte.
Migliai di fuochi, di fanali, di frecce, pale di ferro su tre gambe, semafori, tutt’intorno semafori.
Mi hanno condotto qui la nostalgia, un amore da emigrato e il tram n. 164, ho vagato a lungo per i ponti che sovrastano le ferrovie, che si incrociano qui, come si incrociano i fili di uno scialle, fatti passare attraverso un anello.
Quest’anello è Berlino.
Quet’anello per i miei pensieri è il tuo nome.

[pag. 90, Zoo o lettere non d’amore, Viktor Šklovskij, Sellerio editore, Palermo, 2002]