Bowery blues, di Jack Kerouac

La storia di un uomo
mi ammala
dentro, fuori,
non so perché
così condizionante
qualcosa
solo chiacchiere
dovrebbe ferirmi tanto.

Sono ferito
sono spaventato
voglio vivere
voglio morire
non so
da che parte girarmi
nel Vuoto
e quando
dare
un taglio

Perché nessuna Chiesa mi ha detto
che nessun guru mi sorregge
nessun consiglio
solo pietra
di New York
E nella caffetteria
ascoltiamo
il sassofono
del defunto Ruby
sparato
nel ’32,
che suona come tempi andati
e disinnescato
vuoto assassinio
decapitato  dall’orologio.

E vedo ombre
danzanti nella Rovina
innamorate, aggrappate
strette ai sederi amabili
di ragazzine
innamorate del sesso
che si mostrano
in biancheria
da elevate finestre
e sperano per il Peggio.

Non ce la faccio
più
se non riesco nemmeno a pararmi
il didietro
da solo nella mia stanza

Allora è un arrivederci
Sangsara
per me
oltretutto
le ragazze non sono così importanti
come sembrano
e Samadhi
è meglio
di quello che pensi
quando comincia a
picchiarti nella testa
con il suo ronzio
di angeli luccicanti dal Paradiso
che strillano

dicendo

Ti aspettiamo
da stamattina, Jack,
perché tanto a lungo
temporeggi nella stanza delle fuliggini?
Questa trascendentale Brillantezza
è la parte migliore
(della Nullità
che canto)

Va bene.
Basta.
Matto.
Smettila.

Jack Kerouac, Mar 29, 1955, NYC

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