Chiedi al tassista

All’Insomnia di Valencia st. era la serata karaoke, e il mio compare d’avventure, in assenza di meglio, s’è fatto tre vodka secca ed è salito sul palco a cantare The Final Count Down degli Europe riscuotendo gli applausi del pubblico.
Di ritorno abbiamo preso un taxi. Anche se il tassista non ci sembrava molto propenso al dialogo, il mio compare d’avventure gli ha fatto LA domanda: -Scusa ma da queste parti come si fa con le ragazze?
Il tassista parlava al telefono e ha alzato la testa, come se si fosse accorto di noi solo allora. Alla luce dei lampioni aveva la testa rasata e uno sguardo stralunato.
-Non fraintenderci, -ho detto io, e lui, -Di dove siete?
-Italiani, -abbiamo risposto noi.
Lui ha sorriso, un sorrisetto significativo, e chiuso il telefonino.
-A San Francisco le ragazze sono difficili, – ha detto, -Qui non è come in Europa. Qui siete in America. Anzi, -ha detto il tassista, -Fate attenzione, una mossa sbagliata, e vi beccate una denuncia.
Per certi versi capivo cosa intendeva. Un paio di sere prima, in una discoteca, quale non è importante, per un inciampo sono mezzo finito contro una ragazza molto molto in carne, intrappolata in un vestitino da sera.
-Scusa, -ho sorriso, alzando il mio energy drink in segno di pace.
-Scusa un cazzo, -ha detto lei, -Tu non mi tocchi
Ci sono rimasto male. Poi ho fatto spallucce. Non è la prima volta che la mia goffagine mi mette nei guai.

-E allora -ha detto il mio compare al tassista, -cosa dovremmo fare, secondo te?
-Avete due opzioni. Offrite da bere. Può darsi che è questo che vi piace. Può darsi che a voi italiani piace stare lì a spendere soldi e farvi venire mal di testa a forza di chiacchere, senza fare niente. Oppure…, -ha detto il tassista.
-Oppure?, -ho detto io.
Ervamo arrivati all’angolo tra la Columbus av. e Broadway st. e il tassista ha accostato al marciapiede.
-Oppure decidete subito quanto volete spendere, -ha detto il tassista, e ci ha indicato l’insegna di uno streepclub. Il mio compare d’avventure ed io siamo scoppiati a ridere. Broadway st., la strada dei turisti. Un locale di spogliarello dietro l’altro. Sulle soglie giganteschi buttafuori in giacca e cravatta e ragazze in abito da sera che fumano sigarette sottili, e ammiccano ai passanti. Fatalmente Broadway st. era anche la strada dove si trovava l’ostello dove pernottavamo noi.
-Fidatevi ragazzi, -ha detto il tassista mentre saltavamo giù dal taxi, -per due come voi… spogliarello. Le ragazze capiranno. Ha più cuore una di loro che tutte le ragazze della California.
Quella sera il mio compare d’avventure ci facevamo la battutina, allora, streepclub?, giusto per capire se suonava assurda. Alla fine non siamo entrati, per tutta una serie di motivi. Invece siamo andati a cercare di fare amicizie nell’area comune dell’ostello. Intorno a mezzanotte è ritornato nel gruppo un ragazzo che avevamo conosciuto quella mattina. Uno dei tanti figli dell’America che alloggiavano all’ostello, pochi dollari nelle tasche, vent’anni sulle spalle, a zonzo con una chitarra e il nuovo Sulla Strada nello zaino. S’è seduto in cerchio con gli altri ragazzi che fumavano marijuana e bevevano birra. Aveva una faccia da funerale.
-Hei man, wassup?, -gli ha chiesto uno.
-Ho messo i venti dollari nelle mutande di una ballerina, -ha detto, -E lei non mi ha neanche fatto un pompino.
Risate del gruppo.
-Io che non ho mai avuto mai niente contro le negre, -ha detto il ragazzo, -E lei neanche mi fa un pompino.
Ancora risate.
-E poi il buttafuori mi ha buttato in strada.
Pacche sulle spalle. Qualcuno ha detto: -Di che ti lamenti, amico? Venti dollari non valgono un pompino.
-Ma erano i miei ultimi venti dollari, -ha detto il ragazzo. Pareva molto triste.

Un paio di sere dopo, ritornando da Mission st., abbiamo conosciuto un altro tassista, un algerino.
-Allora, amico, qual è la tua storia?
Era il vincitore della lotteria degli immigrati. Si era iscritto ad un concorso indetto dal sito USCIS.ORG, che mette annualmente in palio 50.000 Carte Verdi (ossia, il documento ufficiale che corrisponde al nostrano permesso di soggiorno, e che negli Stati Uniti è molto difficile da ottenere). L’America gli piaceva. Ci aveva portato sua moglie e sua madre. Lavorava dieci ore al giorno. Per la precisione tre le spendeva per andare a trovare la mamma. Era il fortunello. L’uomo che aveva pescato il jolly in mezzo ad un milione di possibilità. E anche a lui abbiamo fatto la domanda: -Scusa, come si fa da queste parti con le ragazze? C’è qualche segreto particolare?
E il tassista algerino ci fa: -Le ragazze sono ragazze dappertutto. Mentite un po’, esagerate.
-In che senso?, -ha chiesto il mio compare.
-Le solite cose, soldi, macchina.
-Abilità amatorie?
-Anche, -ha detto il tassista, -Prima o poi trovate quella che ci crede.
Sai che bella novità, ho pensato io, ragazzo che hai vinto la lotteria degli immigrati. Esagerare, distorcere la realtà a proprio uso e consumo, lo facciamo già. Lo fanno tutti. Alcuni senza accorgersene, altri spudoratamente.

Un terzo tassista l’abbiamo conosciuto di ritorno da un after illegale in uno scantinato di Mission st. Quella sera io e il mio compare eravamo su di giri: al Supperclub di Harrison st. io avevo ballato con una ragazza di Berkeley. L’avevo presentata al mio compare, perché si divertissero assieme. Alle due lei ci aveva salutato: lavorava come ingegnere per la NVIDIA, e l’indomani si doveva svegliare alle otto. Il mio compare ed io, invece, non ce la sentivamo di chiudere lì la serata, e dietro consiglio del buttafuori del siamo finiti all’Insomnia in Mission st.
Abbiamo dato i nostri venti dollari all’entrata e venti minuti dopo la polizia di San Francisco ha fatto irruzione nel locale, cacciando fuori tutti. All’uscita abbiamo preso un taxi, e alla guida c’era questo nero, testa lucida, maglioncino rosa a collo alto. Attacchiamo bottone, gli raccontiamo la storia dell’irruzione della polizia, e lui non pare affatto sorpreso:- Amico mio, la vuoi sapere una cosa? Quel locale lì lo chiudono una settimana sì e l’altra no. Mai definitivamente. Lo vuoi sapere il perchè? Il gestore paga la polizia. Quando non la paga abbastanza, la polizia fa irruzione, e chiude il locale per una settimana. Così il gestore del locale capisce il messaggio.
Così abbiamo fatto anche a lui LA domanda: -Scusa ma da queste parti come si fa con le ragazze?
Proprio in quel momento lì, da South Market il taxi ha svoltato verso North Beach e, all’altezza di Grant st., delle donne passeggiavano lungo il marciapiede. Panterone sottili, impellicciate. Facevano ciao con la manina.
-Volete che mi fermi?, -ha detto il tassista. E il suo sorriso nello specchietto retrovisore era un po’ ironico e un po’ di sfida. Per certi versi lo capivo, quanti ne aveva visti come noi? Per lui eravamo tutti turisti, mentre il mio compare ed io ci consideravamo diversi dagli altri turisti. Non ci interessava quel modo usa e getta di vivere un’esperienza.
-Non ho bisogno di pagare una donna, -è sbottato il mio compare, -Anzi, di solito loro pagano me.
Questa potrebbe sembrare un’affermazione incauta ma, parola mia, è almeno in parte vera. Il mio compare è molto attraente. A volte ho l’impressione che io e lui viviamo su un’altro pianeta. Per dirvi: mentre io devo sempre fare il primo passo, a lui capita spesso che le ragazze facciano il primo passo. Ma il tassista questo non lo poteva sapere ed è scoppiato a ridere: -No, dico davvero, se vuoi mi fermo. Guarda quella sorella là, -e ci indica sul marciapiede una nera che apre la pelliccia e ci fa vedere la luna.
-Anch’io parlo sul serio, -ha detto il mio compare senza degnare la passeggiatrice di uno sguardo, -Devo solo schioccare le dita, se voglio delle ragazze
-E quanto grasse sono?, – E il tassista di nuovo giù a ridere e pizzica il polso del mio amico, -Quest’uomo sta sognando. Svegliamolo.
-Vuoi sapere la verità?, -gli dico io, -La verità è che è tutta la settimana che cerchiamo di conoscere ragazze. E ne abbiamo conosciute a decine. Sul serio, amico. Al Vesuvio’s, su Columbus av., ogni volta che siamo entrati abbiamo conosciuto qualcuno. Ma era sempre la stessa storia, si chiacchierava. Si stava bene assieme. Noi si offriva da bere, e poi alle due ciao ciao. A mai più rivederci.
-Ed è così che i due italianos decisero di andare in discoteca.
-Già, -ho detto io rendendomi conto per la prima volta di quanto sembravamo prevedibili e ridicoli. Il tassista non la finiva più di ridere. Aveva le lacrime agli occhi. Batteva la mano sul volante, -Siete troppo forti ragazzi.
-Vieni in giro con noi?, -ha detto il mio compare d’avventure, -Dai che ti diverti con gli italianos
-Mi spiace,- ha detto lui -devo lavorare. Ma dimmi dove abiti, che ti porto la prossima ragazza grassa che mi chiede un passaggio.

Adesso che sono tornato a casa mi viene da chiedermi, cosa cercavamo davvero noi due italiani a San Francisco? Per me il viaggio nasce dal desiderio di confronto con l’altro. Sono uno scrittore: viaggio per conoscere. Raccolgo storie. Sono affamato di esperienza, forse perché mi sento che, a trent’anni, non ne ho molte. Esperienza, ossia, cito dal vocabolario Emidio De Felice, conoscenza diretta di una determinata sfera della realtà, acquistata con l’osservazione, l’uso e la partecipazione attiva. Tuttavia, sono anche un maschio single, e in terra straniera, come in patria, ho bisogno della compagnia femminile. Il mio compare ed io ci immaginavamo queste ragazze con la nostra stessa voglia di prendere l’onda e cavalcarla fino a riva. San Francisco sembrava la città giusta, per via dei suoi precedenti: i Figli Dei Fiori, L’Estate Dell’Amore, tutto nato a San Francisco, all’incrocio tra due strade vicino al Golden Gate Park: Haight-Ashbury. Cercavamo coinvolgimento emotivo e invece la città ci offriva le sue prostitute. Ci offriva i suoi bar e le sue serate usa e getta. Ci offriva il sourdough bread sul Fisherman’s Warf o l’I-Phone all’Apple Megastore di Union Square. Ci offriva suggerimenti creativi per gli acquisti. E questo non ci sembrava affatto carino da parte della città che si vanta di essere la culla della rivoluzione dell’amore, perché ogni volta che spendevamo dei soldi poi finivamo per sentirci tristi come il ragazzo dei venti dollari nelle mutande della ballerina. Il fatto è che ci sono cose che i soldi non possono comperare.

-Amico, lasciami dire che il tuo è un punto di vista limitato, -ha detto un tassista a cui ho espresso questo pensiero. Era un distinto signore, di forse settant’anni, con una casa di proprietà su cui pagava un mutuo da trent’anni. Emanava un rassicurante odore di acqua di colonia e mentine.
-Naturalmente San Francisco sfrutta i turisti. Voglio dire, è terribile. C’è una tassa sugli ostelli e sugli hotel. Non appena entri in un taxi paghi subito tre dollari e mezzo. Ma… è così che va il mondo. Lo sai perché tutti i giovani vogliono venire a San Francisco? Perché San Francisco offre quello che i giovani vogliono. Donne, uomini, musica, locali, divertimento e impieghi interessanti. Ma per avere qualcosa, si deve dare qualcosa. Non solo San Francisco, ma in tutto il mondo. Quest’estate sono stato a Roma, per dire, e ho pernottato in un hotel a due stelle. Dalle parti della stazione dei treni, e lo sai cos’ho visto? Una cosa che né a New York, né a Rio de Janeiro. Da nessuna parte.
-E cos’era?, -ha chiesto il mio compare d’avventure.
-Un ascensore a monete, -ha detto il tassista di San Francisco
-Questo sì vuol dire sfruttare, -ho detto io.
-E lo sai perché ho accettato?
-Perchè?
-Perché sono vecchio, -ha detto lui, -e Roma mi piace.

[ Verona, 14/01/09]