“Brao! Volersi bene!”, dice mia nonna agitando il bastone.

A casa dei miei genitori, sabato prima di Pasqua, per esempio, seduto sul divano della cucina, pensavo a Miriam, ai soldi, alle difficoltà quotidiane. La nonna arriva dal corridoio delle camere col suo passo trifase: bastone, piede destro, piede sinistro, bastone, piede destro, piede sinistro. Una bella nonna, appena lavata, spazzolata, profumata e incartata da mia madre in una blusa rosa. Si ferma a qualche metro da me con una mano sul pomolo del bastone e una sul fianco. “Ce l’hai ancora la ragazza?”, dice.

“Sì”, rispondo ritornando momentaneamente alla realtà.

“E vi volete bene?”

“Oh, be’. Mi pare di sì”

Brao! Volersi bene!”, dice agitando il bastone, “… Sono stata sposata per quarant’anni con mio marito, io. Guarda che quarant’anni non sono tanti, ma non sono neanche pochi. Non c’erano soldi. Abbiamo faticato, per allevare otto figli. Abbiamo fatto la fame. Io mi alzavo alla mattina alle cinque, andavo mungere le vacche, portavo il latte alla casàra e poi andavo nel campo a zappare e il mio Domenico, poveretto, lui andava a lavorare al forno della calce. Ma c’era la concordia e quando c’è la concordia, quando c’è l’amore, c’è tutto. A me sono sembrati quarant’anni di paradiso. Auguro anche a te e a lei la stessa cosa…”

Deglutisco.

“…Sei sicura nonna?”

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