Qual è il momento in cui hai avuto la fortuna ma non te ne sei accorto?

Ultimamente non ho molta voglia di uscire di casa. Un po’ è che sto scrivendo e faccio una vita molto borghese, vado a letto presto, mi sveglio presto, tutto concentrato sulla scrittura. Un po’ è che voglio stare alla larga dagli inferi dei bar: i soldi buttati, le sbronze, i discorsi alcolici che non portano a niente. Ma ieri, ecco, avevo bisogno di prendere aria. Perché la solitudine di fronte a un foglio bianco è una cosa seria. Appena arrivo al Mala scopro che ho fatto bene a uscire, c’è musica stasera. Intanto che aspetto, ordino una Forst in lattina per 1, 5 € ed esco sulla soglia. Ogni poco butto un occhio ai musicisti che stanno sistemando gli strumenti. Mi avvicina un signore un po’ malandato, intorno alla cinquantina, col baffo e il pizzetto, un cespuglio rado di capelli in testa, un cappotto di pelle grigia di quelli che andavano di moda negli anni ’70. Sto bevendo da solo, molto ragionevolmente pensa che sono disponibile a chiacchierare, e mi apostrofa così: “Sono bravi, eh? Sono situazioni piccole ma è così che si comincia. Dalle piccole situazioni. Nel ’76, mi ricordo, una sera dei miei amici mi hanno invitato al campo da calcio parrocchiale di Pescantina. Vieni qua che stasera c’è un tipo un po’ grezzo, un emiliano, mi hanno detto, dicono che è forte. Io sono andato e c’era questo ragazzo con la sua band, fanno del rock, un concerto della madonna, hanno buttato giù il palco. Io a quel tempo non lo sapevo, ma lo sai tu chi era quello là? Era Vasco Rossi. Faceva le serate per chi lo stava ad ascoltare. E non eravamo mica tanti quella sera là. Forse cento persone. E poi guarda chi è diventato. Aveva la passione, capisci? Quando hai la passione e la coltivi, alla lunga esci fuori, ti distingui, perché hai qualcosa in più, che gli altri non sanno fare, e la gente si accorge di te. Prendi ad esempio il direttore del teatro Nuovo. Lo conosci? Sai chi è? Io avrò una ventina di scatti di lui di vent’anni fa. Si esibiva in posti piccoli come questo. Adesso ce n’è tanti che dicono quello là è uno sborone, perché è il direttore del teatro Nuovo e fa invidia, soprattutto quelli che magari ci hanno provato e non ce l’hanno fatta. O i giovani che vogliono fare tutto loro ma non conoscono la storia delle persone. Invece secondo me è stato bravo. Me lo ricordo, io. Di sicuro ha avuto fortuna. Di sicuro aveva un vantaggio sugli altri: piaceva alle donne. Alto, con un bel fisico e con una bella coda di capelli biondi, andavano matte per lui, ce le aveva tutte attorno, ma non era solo questo. Aveva carattere. Ci ha creduto. Ha creduto in se stesso. Non è facile, sai. Forgiarsi il carattere. Crederci: io sono un attore. E mantenere una sintonia tra la realtà e se stesso. Tanti, per dirti, erano più bravi o più artisti di lui. Ma sono rimasti indietro perché dentro di loro non riuscivano a dire: io sono un attore. O magari si sono persi nel loro mondo perché non sono riusciti a mantenersi in sintonia con la realtà. Tanti suoi coetanei che facevano teatro adesso magari hanno dei buoni lavori, chi il direttore di un ospedale, chi un avvocato. Lui, invece, è riuscito a trasformare una passione in una professione. Ha continuato. È andato in Francia a fare degli stage. Ha lavorato su se stesso. Ti sto annoiando? Dimmello se sti sto annoiando”

“Macché”, dico io in tutta sincerità, “Sto ascoltando molto molto attentamente”

“Ci sono quelli che accusano la sfortuna. Non ho mai avuto fortuna, dicono. Ma secondo me arriva sempre il tuo giorno fortunato. Di giorni fortunati ne arrivano in continuazione ma, bello mio, devi accorgertene. Devi approfittarne dei giorni fortunati”

“E tu”, dico io, “Qual è il momento in cui hai avuto la fortuna ma non te ne sei accorto?”

Perché mi sembra chiaro che questo ceffo da bar, anche se in terza persona, sta parlando di questo: del fatto che lui il carattere, la sintonia, non ce l’ha. Lui inspira, guarda il bicchiere della birra, “Sì. È stata una mostra fotografica. Erano venuti dei critici da Milano. C’era gente che mi aveva aiutato, spinto. Era il momento buono, ma io non ci ho creduto. Non sono sembrato un artista. Sono rimasto fedele a me stesso. Mi facevano delle domande e io rispondevo evasivamente. Loro dicevano arte e io rispondevo che la mia non era arte. Erano delle cose che facevo, con molta umiltà. Non c’era molto da discutere. Non era neanche presunzione: proprio non sapevo cosa rispondere. Guardate le foto, mi veniva da dire. Non mi sentivo all’altezza, capisci? Devo averli delusi, mi sa.”

A quel punto si sente musica arrivare da dentro. “Scusa”, dico. “Vado dentro”. Il clarinettista nella saletta principale del Malacarne. Bruttino, se la mettiamo sul lato estetico, e poco comunicativo. Il pubblico vestito bene delle Piccole Grandi Occasioni Mondano-Alternative veronesi non gli toglie gli occhi di dosso. Questo sì ce l’ha il carattere, penso, mentre lo vedo eseguire con il massimo dell’attenzione e dell’espressività una composizione per clarinetto su base elettronica, cui seguono tre improvvisazioni di Igor Stravinskij del 1920. Conclude con una composizione per solo battito delle mani. Il tutto dura venti, venticinque minuti, poi applausi meritatissimi. Vedi? Il problema col ceffo di prima, è che desidera essere un artista, dico a me stesso molto saggiamente. Bisogna invece volere far qualcosa al meglio delle proprie capacità. Il ceffo sposta l’attenzione sulle ragazze. Sul riconoscimento sociale. Mentre alla base di tutto sta il lavoro, l’arte, la techné. Mio malgrado mi sorprendo a riconsiderare la mia lotta quotidiana con trame, personaggi, scene, tensione, alla luce delle parole del ceffo di prima. E io, ce l’ho il carattere? Non è che pure io lascio passare uno dopo l’altro i miei giorni fortunati? E cosa c’è di male, poi, a volere il riconoscimento sociale per un lavoro ben fatto? Non è quello che vogliamo tutti? Venti, venticinque minuti di gloria? Scaccio il pensiero con fastidio. Non parlava di me, penso. Parlava di sé.