Giovedì io e Miriam eravamo diretti all’Inn’s di via XX Settembre

Giovedì io e Miriam eravamo diretti all’Inn’s di via XX Settembre. Siamo passati da via Cantarane e siamo passati dal cortile di un condominio. Erano le sei e mezza di sera e già stava calando il buio e dietro allo Schlecker, in prossimità dell’ex cinema Ciack, abbiamo visto una donna a terra in una postura scomposta e un uomo con una giacca scura che le si faceva attorno. Lui in piedi e lei sdraiata. No, anzi, buttata a terra. Come se fosse stata colpita da qualcosa. E così abbiamo chiesto all’uomo, Sta bene la tua amica? Cos’ha? Ha bevuto? No, non ha bevuto, ci rassicura l’uomo. Un omone. Grande e grosso. Con i capelli neri e grigi raccolti a coda di cavallo. Da vicino dà l’impressione di aver bisogno di un bagno. La conosci? Ci pensi tu? E lui, pollice alto. Stiamo per andarcene ma, come facendo uno sforzo sovrumano, la donna si alza e comincia a piagnucolare, Non andare via… Vuole mettermi le mani addosso… Mi ha fatto bere! Neanche il tempo di giraci, l’uomo ha già voltato l’angolo. Sono le sei di sera. Non l’abbiamo visto bene. La donna non riesce a riprendersi. Ha lasciato cadere la testa all’indietro, come addormentata, una decina di secondi e poi, aperti faticosamente gli occhi, Non ve ne andate, dice. Non andate via. No, no, stiamo qua. Voleva darmi cinquanta euro per un pompino ma io non volevo… Poi lascia cadere indietro la testa. Ero inginocchiato su di lei e mi abbranca per il colletto della giacca. L’alito puzza di tabacco e alcol, e i vestiti di sudore. Mi giro verso Miriam, le dico, Prestami il cellulare. Bisogna chiamare i carabinieri. Ma sei sicuro? Qua bisogna farlo per forza. I carabinieri rispondono subito. Dico il mio nome e cognome e spiego cosa succede, massima precisione, luogo, oggetto della chiamata. Dall’altra parte del telefono, come non avesse ascoltato niente, prende a chiedermi chi sono? Ho un numero di cellulare che possono eventualmente richiamare? Non lo so il numero, dico. È il cellulare della mia ragazza, questo, Puoi richiamarmi qui. A terra c’è una donna. Dice cose strane. Che le hanno messo le mani addosso , dice, ed è stesa a terra. Sviene, secondo me. Ma sta bene?, mi dice la voce dall’altra parte del telefono. Riesco persino a essere ironico, Per quanto possa stare bene una donna stesa su un marciapiede. Va bene, dice il poliziotto. Mandiamo subito una volante. Serve un’ambulanza, dico. L’ha già chiamata? …Potrebbe chiamarla lei?, mi assicuro. Quando metto giù il telefono mi accorgo che tutto attorno si è formato un crocicchio di persone che osservano la scena. Un vecchio signore dice, Avete chiamato l’ambulanza? E poi un altro paio di persone, con accento straniero, preoccupato, ci chiedono, Cosa è successo? La conosciamo? No, l’abbiamo trovata qui. C’era un ceffo attorno. Lei dice che lui l’ha… Importunata? Toccata? Mi chiedo quale sia la parola giusta. Quanto credito si può dare a donna una riversa a terra, che ha tutta l’aria di essere in coma etilico? Meglio andare cauti. A quel punto da via Cantarane spuntano due vigilesse. Che si fanno largo a spintoni, Fate passare. Cosa succede? Qualcuno l’ha fatta bere, dico. C’era qualcuno qua, e lei dice che l’ha fatta bere… Poverina, osa dire uno di quelli lì intorno. Forse si immedesima nella situazione. La vigilessa, una donna bionda, sui quarant’anni si gira, lo incenerisce, Poverina? Perché dici “poverina”? Mal che si vuole, non duole! Non gliel’ha mica ordinato il dottore di sbronzarsi così. Sì, sì scusi, dice l’uomo. La divisa incute sempre riverenza. La vigilessa mi scansa, prende la donna per il bavero e la scuote, Lei, su!, stia su!, dico a lei… mi sente? La donna apre gli occhi ma è chiaro che non riesce ad afferrare il senso delle parole. Ma come si fa a ridursi così, dice la vigilessa. Hei, dico. Piano. Può sentirmi?, continua la vigilessa. Cos’è successo? Ha bevuto e ha sbattuto la testa? Guardi, m’intrometto e la vigilessa, Lei cosa vuole? La signora o signorina qui dice che c’era qualcuno…, dico io, Qualcuno che… non lo so. L’ho visto andare via. Le ha messo le mani addosso. Almeno, così diceva un momento fa. Questa qua è in coma etilico, realizza finalmente la vigilessa e lascia andare la donna, che si accascia e si lamenta. Bisogna chiamare un’ambulanza e i carabinieri. Qualcuno la conosce?, chiede la vigilessa guardandosi attorno. Li ho già chiamati, dico io. Ed in quella arrivano. Due marcantoni con i pollici infilati nei cinturoni, pistole dondolanti, e l’aria da castigamatti. Ahi, ahi, ahi, dice quello più grosso non appena vede la donna a terra, con tono di chi la conosce da una vita, Era meglio se ti lasciavo in carcere stamattina… ma guarda come ti sei ridotta… É in coma etilico, dice la vigilessa al collega della polizia. Il quale si piega sulla donna, la prende per il bavero anche lui e la siede con la schiena contro il muro, Hei, e dice il suo nome e cognome, scrollandola come fosse un albero delle pere, Mi senti? La ragazza apre gli occhi, due fessure rosse, dice, Sei tuo quello che mi ha messo le mani addosso? Il poliziotto scoppia a ridere. Neanche fossi una bella figa, dice alla malcapitata, come se fosse la battuta di un film, e ammicca alla collega vigilessa. C’era uno che forse le ha messo le mani addosso, dico io, Un ceffo che era qui nei paraggi un momento fa. Ma il poliziotto non calcola la mia presenza. Sa lui cosa fare. Scuote su e giù la donna, O non mi svenire adesso, dice e siccome la donna è svenuta sul serio, la lascia andare e si alza, Qua bisogna chiamare l’ambulanza. Io e Miriam a questo punto ce ne andiamo.

Ora, dico io. Quello che mi dà fastidio non sono le forze dell’ordine in sé. Le rispetto. Non mi ispirano simpatia ma fanno il loro mestiere e lo stato ha bisogno di loro. Il punto è un’altro: uno chiama le forze dell’ordine sperando di aver un po’ di collaborazione. Uno quando chiama il 113 pensa, finalmente arrivano i rinforzi. E invece si trova di fronte un’ostacolo. Voglio dire, che diritto ha un poliziotto o un vigile di giudicare? Non sta a lui giudicare. Perché lui, che è un tutore della legge, se la prende con una che in questo momento ha bisogno di essere tutelata? Perchè non fa il gradasso con un superiore, anziché farlo con una in coma etilico su un marciapiede. Che ne sa lui di quali motivi hanno condotto quella donna a stramazzare lì? Lo sa, lui, che vita o che giornata ha avuto lei? Lo sa, lui, cosa è successo a lei? E poi, dai cazzo, nella cattolica città di Verona, che legge gli editoriali del vescovo sul proprio quotidiano, che si preoccupa di cose come il decoro o gli schiamazzi degli studenti, da quando è passato di moda provare un po’ di pietà per chi sta peggio?

[ giov 18 novembre]