Parliamo di integrazione? No, parliamo di identità

Da questa primavera seguo le riunioni del progetto Oxymoron. Si tengono qui, in una laterale di via XX Settembre, nel quartiere di Veronetta. E che è il progetto Oxymoron?, si chiederà qualcuno. Be’, il progetto Oxymoron è un progetto europeo che si propone di favorire l’integrazione sociale e culturale degli immigranti attraverso la letteratura, l’apprendimento della lingua del paese di accoglienza e la sensibilizzazione del territorio verso altre culture.

Siamo un gruppo di una decina di persone con cittadinanze diverse, ci sono Romania, Polonia, Togo, Algeria, Marocco, Sri Lanka, Italia, e a volte qualche altro. Con una certa regolarità ci troviamo presso una associazione che ci offre una stanza, per leggere e commentare racconti e scritture. Ieri, per esempio, in cerchio, abbiamo fatto una sessione di editing di gruppo su un racconto di Juliette (nome d’invenzione), una donna togolese con delle trecce blu. Ci sono alcune persone che quando parlano, ti viene da prenderti i popcorn e sistemarti bene sulla sedia, e Juliette è una di queste. Per come si esprime e per quello che dice. Parlavamo, per esempio, di paura dello straniero, e lei se n’è uscita con questa favola: «Una notte delle urla terribili svegliano tutti gli animali della foresta. Impauriti fuggono e si radunano in un luogo sicuro per consigliarsi. Quale pericolo stiamo correndo?, si chiedono gli animali. Si trovano d’accordo che bisogna andar a vedere. Vai tu che sei forte, dicono all’elefante. Ma l’elefante, dice, Perchè io? Andateci voi. Vacci tu, scimmia, dicono gli animali. E  la scimmia, io no, e uno ad uno gli animali si rifiutano fino a quando il saggio leone fa una proposta che piace a tutti: mettiamo in palio un premio, così chi lo vuole è costretto ad andare a vedere. Così si fa ed è il ragno che accetta di andare a vedere: seguendo le urla spaventose si spinge fino a un laghetto, e cosa scopre? A gridare tanto spaventosamente è una rana piccola così. Ma perché gridi?, dice il ragno, Ci spaventi tutti! E la rana, Sono spaventata anch’io. Gli elefanti vengono qui a bere e se non grido, mi schiacciano. Allora il ragno ritorna dagli altri animali e dice, Per una cosa tanto piccola, valeva la pena aver tanta paura?». E la paura degli stranieri è la stessa cosa, conclude Juliette. Prima di temere qualcuno, bisogna far lo sforzo di andarlo a conoscere.

Sgraniamo gli occhi e mangiamo pop corn mentre lei ci delizia le orecchie con i suoi racconti dal sapore etnico e dalle tinte naif. Eppure Juliette in un certo senso è italiana. È sposata da lungo tempo con un cittadino italiano, anche se non ha chiesto la cittadinanza. Perché dovrei?, dice. Io ce l’ho già una cittadinanza, quella togolese. Il permesso di soggiorno illimitato è sufficiente. Poi le è successo, una volta, che ha perso la tessera e dovendo rifarla é andata all’ufficio preposto, ha spiegato cosa le serviva, e il burocrate ha cominciato a spulciare negli archivi e tutto trafelato se n’è tornato dicendo, Non riesco a trovare il suo nome nella lista degli stranieri forniti di regolare permesso di soggiorno. È sicura di averlo ottenuto? Ma sì, ma sì, dice Juliette, sono sposata con un italiano, e da un bel po’. E non ha chiesto la cittadinanza? No, dice lei. E perché?, dice lui. Ho già un permesso di soggiorno, dice lei, cosa me ne faccio della cittadinanza? E il burocrate torna a cercare, e non trovando riferimenti, getta la spugna, No, lei non c’è. Lei non risulta nell’archivio. Juliette comincia a preoccuparsi e il burocrate a sospettare forse che lei sia una truffatrice, sai mai cosa succede. In quella, gli viene un’illuminazione. Dice, Ma lei ha fatto per caso dei figli in Italia? Sì, dice lei, Certo. Ah, ecco il busillis!, dice lui tutto soddisfatto. Lei non è in questa lista, ma nella lista “madre di cittadini italiani”. Esiste una lista solo per le “madri di cittadini italiani”?, dice Juliette sgranando gli occhi. Sì, dice il burocrate, Lei doveva dirmi io sono “madre di cittadini italiani”, e tutto si risolveva in un battibaleno. Vi rendete conto?, dice Juliette, Esiste una lista per “immigrati con permesso di soggiorno” e una d’onore per le “madri di cittadini italiani”. Io non sono una cittadina italiana, non sono un’immigrata con permesso di soggiorno, sono una madre di cittadini italiani, e scoppia a ridere.

Passaporto. Permesso di soggiorno. Cittadinanza, mi viene da pensare mentre Juliette racconta, quello che per un italiano è un problema di integrazione, vale a dire, scartoffie e timbri, per il migrante è un problema di identità. Chi sono io per il paese in cui vivo e per le persone che vivono qui? Cambia qualcosa di me per aver fatto dei figli qui o in Togo?

Più tardi, mentre fumiamo una sigaretta nel cortile dell’associazione che ospita le riunioni, Juliette riannoda le fila di un discorso che sembra aver in testa da un bel po’. Un buon motivo per concedere la cittadinanza, dice, Dovrebbe essere il desiderio di una persona di esser seppellita in posto, perché vuol dire che lì ha passato la sua vita, e tutti i suoi cari e le sue cose sono lì.