Ma lei è veronese?, di Calina Tobosaru

È la domanda ricorrente che mi si pone da quando vivo a Verona. Qualcuno gentilmente chiede qualche volta il mio nome, Corina rispondo, bel nome mi si dice, mia nonna o la zia della mia nonna si chiama o, ahimè, si chiamava Corinna. Già, nomi di altri tempi, forse per quello all’inizio mi sembrava di essere arrivata non in un altro mondo ma in un altro tempo.
Arrivai a Verona nel 1991 e all’epoca noi rumeni eravamo pochi. Parlavo bene l’italiano ma l’accento spesso errato assieme alla erre moscia portava invariabilmente a incuriosire la gente e prima o poi chiunque rimanesse in mia compagnia più di 15 minuti formulava la fatidica domanda: “ma lei è italiana?”, “ma lei è veronese?”, oppure retorica “ma lei non è italiana?” oppure “lei non è veronese?”. Recentemente, firmando per un referendum, mi è stata formulata la domanda finora più diplomatica “Lei ha la tessera elettorale?”.
Sì, ho la tessera elettorale e impiegai parecchio tempo a capire un minimo di politica. Arrivo da un paese dove il concetto di politica non esisteva ma in ognuno di noi era forte il senso civico, di appartenenza sociale e di solidarietà che caratterizzava una società ridotta all’essenziale per la sopravvivenza, nella quale l’essenziale era rappresentato dal desidero di arricchire la propria mente esercitandosi continuamente nell’unica cosa che era fuori controllo dal regime dittatoriale: il libero pensiero. L’unica fame continua era quella del sapere, noi davanti alle file per prendere un pezzo di pane mangiavamo libri.
Gli italiani sanno tutto di politica, e non importa se sono di destra di sinistra o anarchici, immancabilmente perdono ore a parlare di politica, a provare a risolvere problemi a livello macroscopico per poi perdersi qualche volta nella propria vita, a livello microscopico.
Riconosco, faccio fatica a seguire i loro discorsi sull’attualità politica e spesso non capisco niente, ma non rinuncerei alla loro vivace compagnia, all’entusiasmo con il quale rispondono alle mie, spesso, ingenue domande.
Si mangia bene in Italia, qui mi è venuta la fame di pizza, di pasta condita letteralmente in tutte le salse e di leccornie a non finire. Si va spesso al ristorante in mezzo a gente divertente e accogliente, i tavoli sono pieni e allegri, ma a me è rimasta la fame di libri ed ogni volta che entro nell’emeroteca della biblioteca civica m’intristisco nel vedere al di là degli studiosi studenti poca gente. Che questa poca fame di libri sia dovuta alla cucina italiana, che accontenta i palati più fini sfamando oltre la sazietà?
Ma io sono una ragazza fortunata: ho incontrato gente che è andata oltre la fatidica domanda riguardante la mia provenienza, gente che legge, che ama i libri, che pratica senza noia e pigrizia il libero pensiero con la capacità di filtrare, di non lasciarsi plagiare tenendosi fuori dai detti comuni che allontanano le persone invece di avvicinarle.
Oggi non trovo facile sentirmi chiedere da dove arrivo: s’innesca dentro di me un amaro sentimento di diffidenza. Purtroppo ci si ritrova davanti a gente prevenuta e lo diventiamo un po’ anche noi, stranieri, prevenuti non nei confronti delle qualità umane dell’interlocutore ma davanti alla mancanza di curiosità che impedisce di darci la possibilità di conoscerci reciprocamente.
Perché in fondo siamo uguali nei nostri pregi e difetti, nel vivere le emozioni, la gioia, il dolore, l’amore, l’odio, la rabbia, l’invidia e ogni tipo di passione. Ugualmente piccoli e vulnerabili davanti alla vita e al suo destino.

Sabato 24 settembre 2011, in occasione della festa del buon vicinato nel quartiere di Veronetta a Verona, c’è stata nel sito monumentale di Porta Vescovo, una lettura pubblica di storie e poesie, e musica, dal titolo La lontananza è in noi, da una frase di Mario Soldati, che qui si può leggere per intero. Per narrare adeguatamente il quartiere plurale e multietnico di Veronetta ho chiesto ai letterati veronesi di nascita o di adozione, che conoscono in qualche modo il quartiere, di intervenire con un proprio scritto.