Cara mamma

Sei anni fa, al culmine di una fase bohémien della mia vita, scrivevo una lettera a mia madre per spiegarle che doveva comunque avere fiducia. Cominciava così: “Cara mamma, tuo figlio è un fannullone da bar”.

Cara mamma,
tuo figlio è un fannullone da bar. Mi sono accorto della piega che sta prendendo la mia vita l’altra sera. C’è questo posto, qui in una traversa della strada dove vivo, che è diventato la mia seconda casa. L’altra sera, per esempio, sono entrato alle sette in compagnia di un’amica e il barista, che mi conosce, ha alzato il polso e se l’è picchiettato con l’indice: «Siamo un po’ in ritardo stasera, eh?».

Adesso scuoterai la testa. Sospirando, ti volterai verso papà: «Speriamo che non fumi e beva tanto». E papà: «A trent’anni, anziché farsi una famiglia e pensare al futuro, si copre di ridicolo al bar». E tu: «E pensare gli sforzi che abbiamo fatto». E lui scrollerà le spalle: «Che altro potevamo fare?».
Ok, ok. Avete ragione. A riguardare indietro, tirare su a modo la banda di sbandati che siamo, i miei fratelli e io, educarci deve essere stato facile come educare una scatola di ragni. Immagino che ne sai qualcosa. Ogni piccolo ragno, più o meno in età post-puberale, esce dalla scatola alla ribalta del mondo e, immotivatamente convinto di essere molto in gamba, decide di fare di testa sua. Non bere. Non fumare. Non buttare i soldi. Stare con i piedi per terra. Non correre in macchina. Non lasciarsi trascinare dagli eventi. Dedicarsi responsabilmente al miglioramento di sé e al raggiungimento di traguardi personali. Pregare qualche volta il Buon Dio. A vedere i tuoi figli fare esattamente il contrario di quanto gli hai insegnato, se sei un genitore, a volte, mi sa, ti vien voglia di annegarli.

La battuta del barista Swan, mamma, ha drizzato i capelli in testa anche a me. Perché proprio in quel momento, alle mie spalle, preannunciato da un odore di urina, è sbucato il vecchio Elso con la patta dei pantaloni aperta e la barba unta di sugo. Il vecchio Elso abita sopra il bar e non ha parenti, o forse i suoi parenti non ne vogliono sapere di lui. Una volta al giorno una cooperativa pagata dal comune gli porta da mangiare, e questo é tutto. Con la scusa che camminare gli fa bene alla circolazione, scende ogni sera al bar in cerca di qualcuno che gli offra un bicchiere. Tutti i baristi sanno che anche un goccino potrebbe esser letale, ma il vecchio è furbo come un accidente. Zoppicando, una mano impugna il bastone, l’altra una bottiglia, si è fatto strada fino al banco. Agitando il bastone davanti al naso del barista Swan, «Ragasso»: ha detto, «Qua i vostri clienti mi lasciano i vuoti sulla soglia di casa, e poi la gente pensa che sono io quello che beve». Non è per gli schiamazzi, per carità, Elso non è di quelli che si lamentano del casino. Lui è contento se i giovani si divertono e fanno festa, perché hanno l’età giusta. Anche lui, alla loro età, ha fatto festa in Egitto, ci è andato con i soldi che ha guadagnato in Svizzera, dove ha anche imparato quel po’ di tedesco che sa, e comunque i soldi conviene spenderli finché ci sono. Cosa fai se no? Li metti in banca? Guarda che la banca ti dà mica niente, sa? Badano solo ai loro interessi, quelli là. «A proposito, ragasso» dice quando il barista ormai stava pensando ad altro, e gli indica il bottiglione del Custoza: «Da bravo. Fammi un mezzo bicchiere».
Mi si sono rizzati i capelli in testa. Stavo assistendo a un pezzo di futuro? È così che si diventa passando tanto tempo al bar? Una macchietta col chiodo fisso del bicchiere? È così che sarò io a settant’anni? Ho deglutito e sono tornato a casa a scriverti.

Adesso inarcherai il sopracciglio. Ti chiederai, cara mamma: «Caro figlio. Sei così orgoglioso del tuo fallimento educativo da volermelo comunicare per lettera?». Non precipitiamo le cose. Non è ancora detta la fine. Non bisogna prendersela per la spiritosaggine del barista: abbiamo tutti un punto di vista limitato sulle persone che conosciamo. Cosa vede lui di me, se non una persona che ogni sera viene a chiedergli da bere? Ho una casa. Ho un lavoro. Pago regolarmente un affitto. Pago le mie bollette. O almeno, ci provo. Qualche volta torno a casa a mendicare, é vero, ma ci provo a far funzionare le cose.

Con questa lettera volevo dirti di non preoccuparti. È vero: frequento questo posto, qui in una traversa della strada dove vivo, e non ho una ragazza fissa, ma non passo il mio tempo a bere e fumare: c’é un tavolo da calcio balilla gratuito lì di là, in una saletta. Non devi neanche inserire le monetine. È questo il centro del mio tempo libero da un po’ di tempo a questa parte. E dopo mesi di allenamento sono diventato un ottimo giocatore d’attacco. Sto diventando un mago del calcio balilla, mamma! Per dirti, riesco a fare filtro con gli uomini di centro campo per spezzare le azioni dell’avversario.
Riesco ad oltrepassare il filtro di centrocampo dell’avversario e mandare la palla in attacco giocando di sponda. In attacco poi, non solo riesco a segnare frontalmente con tutti e tre gli omini dalle principali posizioni, ma segno anche “di taglio”, come si dice in gergo tecnico. Riesco, cioè, a prendere la palla con lo spigolo del piede del giocatore, di modo che il portiere si trova spiazzato dalla traiettoria diagonale e difficilmente riesce a parare il colpo.

Riesco a “fare le foto”, si dice così quando un attaccante manda la palla in gol contrastando il rinvio del portiere. Gli fai una foto, capisci la metafora, mamma? Quando lui rinvia, tu gli stai davanti, intercetti la palla, e questa schizza alle sue spalle e s’insacca. Qualche volta mi riesce persino il retropassaggio dell’attaccante che libera al tiro il centrale di centrocampo, il tipico gol esteticamente molto gradevole che strappa gli applausi del pubblico. Quando Swan vede queste cose dice: «Guarda qua che sciccherie stasera».

E allora?, dirai tu.

E allora, mamma, io ci vedo una specie di esercizio di concentrazione. Il calcio balilla mi impartisce lezioni di vita. Come fare tiro con l’arco. Come fare meditazione. Per esempio, lezione numero uno: mantieni l’iniziativa. Se lasci ad altri il controllo delle operazioni, permetti al tuo avversario di fare il suo gioco, e segnerà.

Lezione di vita numero due: Non è colpa del tuo portiere. Tanta gente, finita la partita, non stringe nemmeno la mano all’avversario. Va direttamente sulla soglia, si accende una sigaretta e guarda la strada. Arriva lo sfottitore di turno: «Perso subito, ah?».
«Colpa del portiere», borbotta questo. Tanti attaccanti, quando perdono, si lamentano del portiere che ha preso troppi gol. C’é un’età in cui è molto facile dare la colpa di quello che ti succede agli altri. Il portiere, gli amici, le ragazze, i genitori. Arriva il giorno, invece, in cui bisogna sforzarsi di considerare l’altro lato della questione. Bisogna ammetterlo: ogni gol mancato ha sulla bilancia lo stesso peso di un gol subito. Sapessi quante occasioni ho mancato, quanti portieri ho fatto perdere.

La lezione terza, cara mamma, è per me la più importante. Tieni d’occhio la dinamica del gioco. Tu sai quanto sono distratto. È che penso troppo spesso ai fatti miei. Ho la tendenza a seguire i miei pensieri tristi. A chiudermi in me stesso: il passato, gli errori, i fallimenti. A calcetto se ti lasci distrarre dai pensieri, dai traumi, dalle insicurezze, dai fallimenti passati, perdi di vista la dinamica di gioco. I tuoi riflessi si allentano. La paura di perdere insinua il dubbio, vanifica la prontezza dell’istinto. Invece, nella vita e nel calcetto, bisogna sgomberare la mente e rimanere concentrati sul dato reale. Se resti concentrato sulla dinamica del gioco, sul dato reale, prima o poi ti troverai al posto giusto. Ci provo, ma’, cerco di tenere in pugno la partita. Resto concentrato sulla dinamica di gioco. E al momento giusto, la butto dentro, ma’.
Te lo prometto.

Ti voglio bene
, baci e abbracci.

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