Dice Jim Morrison

Oggi m’è venuta voglia di citare Jim Morrison. Non l’ho mai fatto in questo blog. E in effetti non sono mai stato una di quelle persone che ne coltivano pubblicamente il mito. Per dire,  mai stato uno di quei studenti delle superiori un po’ folk che si trascrivevano i testi delle sue canzoni sullo zaino o sulle Clark’s grigie. M’è sempre sembrata una cosa un po’ ingenua. Però segretamente, il Re Lucertola, mezzo sciamano e mezzo Rimbaud, l’ho sempre apprezzato. Alcuni suoi pensieri mi sono sembrati illuminanti. Se avessi delle Clark’s, per esempio, oggi vorrei scriverci sopra le parole che seguono. Sembrano parlare di sesso. Non che il sesso non vada bene,  ma il messaggio che ci vedo io è un altro. Ogni una persona che si lamenta della situazione in cui vive,  dovrebbe tentare di essere il cambiamento che si augura di vedere nel mondo.  E quando dico ogni persona, intendo dire me.

Quando canto in pubblico, è un atto drammatico, ma non è recitazione come in teatro, è un atto sociale, azione reale. Un concerto dei Doors è una riunione pubblica da noi indetta per un tipo speciale di discussione drammatica e divertimento drammatico. Trasformiamo i concerti in politica sessuale. Il sesso inizia con me, e poi si allarga a comprendere il cerchio magico di musicisti sulla scena. La musica che creiamo si riversa sul pubblico e all’interno di esso interagisce; il pubblico se ne torna a casa e interagisce con il resto della realtà, e io allora ricevo di nuovo tutto interagendo con quella realtà. Quando ci esibiamo, partecipiamo alla creazione di un mondo, e celebriamo questa creazione assieme al pubblico.

Jim Morrison, citato in La Cultura Underground, di Mario Maffi, pag 302, Odoya editore, 2010, Bologna.