Cosa cercavo io a Berlino

Mentre i miei amici viennesi provenivano quasi tutti dalla borghesia, ed anzi per nove decimi dalla borghesia ebrea, così che noi non facevamo che sommarci e moltiplicarci nelle nostre inclinazioni, i giovani di questo nuovo mondo uscivano da strati ben dissimili: dall’alto e dal basso, l’uno era un aristocratico prussiano, l’altro il figlio di un costruttore navale amburghese, il terzo un contadino della Vestfalia: io mi trovai d’un tratto in un ambiente in cui esisteva anche la vera miseria con gli abiti sdruciti e le scarpe rotte, in una sfera cioè mai sfiorata a Vienna. Sedevo alla stessa tavola con alcolizzati, omosessuali e morfinomani, stringevo la mano –e con orgoglio- ad un avventuriero abbastanza noto e già condannato, il quale del resto più tardi pubblicò le sue memorie, passando così tra noi scrittori.

Tutto quello che conoscevo e a malapena credevo nei romanzi realisti, si affollava nei piccoli ritrovi berlinesi dove fui introdotto e quanto peggiore era la fama di un individuo, tanto più intenso il mio interesse di conoscerlo di persona. Questa particolare predilezione o curiosità per gli uomini bacati mi ha del resto accompagnato per tutta la vita; anche quando sarebbe stato conveniente sceglier meglio, i miei amici mi hanno spesso rimproverato di serbar rapporti con individui amorali e veramente compromettenti. Forse l’essere appunto io uscito dalla sfera della saggia solidità, il fatto di sentirmi fino ad un certo punto gravato dal complesso della sicurezza, mi faceva apparire come affascinanti gli individui che prodigavano con generosità e quasi con disprezzo la loro vita, il loro tempo, il loro denaro, la loro salute, e la loro buona nomina, tutti questi monomani dell’esistere senza una meta, e si può forse rintracciare nei miei romanzi e nelle novelle tale mia predilezione per le nature intense e indomite. A questo s’aggiungeva l’attrattiva dell’esotico; quasi ciascuno di loro offriva alla mia smania curiosa il dono di una paese straniero. Nel disegnatore E. M. Lilien, figlio di un povero tornitore ortodosso di Drohobycz incontrai per la prima volta un vero ebreo orientale, un aspetto cioè dell’ebraismo che mi era rimasto fino ad allora sconosciuto così nella sua vigoria come nel suo tenace fanatismo. Un giovane russo mi tradusse i passi più belli dei Fratelli Karamazov, allora ancora ignoti in Germania; una giovane svedese mi mostrò per la prima volta dei quadri di Munch; frequentai molti studi di pittori, per vero dire non buoni,  allo scopo di osservare la tecnica; un iniziato mi introdusse in un circolo spiritico. In mille forme insomma vivevo la vita, senza mai saziarmene. Quell’intensità che durante il tempo della scuola si era sfogata solo con le forme, con la rima e col verso, si rivolse allora agli uomini; da mattina sino a notte a Berlino io ne incontravo di sempre nuovi. Credo di non aver avuto in dieci anni tanta vita sociale come in quel breve semestre berlinese, il primo della mia perfetta libertà.

[Stefan Zweig,  da Il mondo di ieri, citato in Berlino un viaggio letterario, a cura di Flavia Arzeni, Pallermo, Sellerio, 1998, pag 59-60]