Piccoli animali senza espressione

“Te lo ricordi? Te lo ricordi il mare? La nostra alba sul mare, che ci piaceva tanto? Ci piaceva tanto perché era come noi, Faye. Quel mare era ovvio. Per tutto il tempo stavamo guardando qualcosa di ovvio”. Le dà un pizzicotto a un capezzolo, tanto delicatamente che Faye neanche se ne accorge. “I mari sono mari solo quando si muovono”, sussurra Julie. “Sono le onde a impedire che i mari siano semplicemente delle enormi pozzanghere. I mari sono fatti soltanto dalle loro onde. E ogni onda del mare è alla fine destinata a incontrare ciò verso cui si muove, e infrangersi. Tutto quello che avevamo davanti agli occhi, tutte le volte che me lo chiedevi, era ovvio. Era ovvio ed era una poesia, perché eravamo noi. Guarda le cose in questo modo, Faye. La tua faccia che muovendosi assume un’espressione. Un’onda che si infrange su uno scoglio e abbandona la sua forma in un gesto che esprime quella forma. Capisci?”
Non era sulla spiaggia che Faye aveva fatto a Julie quella domanda sul loro futuro. Era stato a Los Angeles. E come la mettiamo con l’onda anomala che si era creata dal nulla e si era infranta su se stessa?
Julie sta guardando Faye. “Capisci?”
Faye ha gli occhi aperti. Li spalanca ancora di più. “Non ti piace la mia faccia quando è a riposo?”

[David Foster Wallace, La ragazza dai capelli strani, Roma, Minimum Fax, 2003, pag. 66]